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		<title>articoli</title>
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			<title>Benedetta cultura</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/benedetta_cultura_3296303.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Benedetta cultura</strong><br />Poco importa se ha studiato storia della Grecia antica o se ha letto il testo di strategia politica che parla della trappola di Tucidide: Xi Jinping sa di cosa parla, Trump no.
Tutto, nella visita del presidente degli USA in Cina, racconta di segnali di diplomazia ad alto livello, di storia millenaria, di cultura conosciuta e vissuta.
Per questi aspetti è la riedizione della visita di Re Carlo negli Stati Uniti.
Anche parecchi dei video iraniani che trollano il presidente Trump fanno riferimento alla millenaria cultura della Persia, e sono divertenti.
Poi, se volete farvi del male, ascoltate qualche intervento di anziani ambasciatori italiani in pensione, intrisi di conoscenze, coltura, savoir-faire e lucidissime analisi, e confrontatele con quelle di molti dei politici nostrani.
La cultura non dipende da quanti anni di scuola abbiamo frequentato, e neanche da quanti libri abbiamo letto.
Dipende da quanto abbiamo vissuto la scuola, e gli anni successivi, da quanti libri abbiamo “mangiato”, e da quanto gli educatori, insegnanti e genitori, ci hanno trasmesso amore per l’apprendimento.
In un mondo che ci dimostra come si possano fare tantissimi soldi, come si possa vincere con la forza, come si possano raggiungere posizioni di grande potere e prestigio tramite amicizie e mantenendo intatta la propria profonda ignoranza, la vera cultura e le competenze profonde sanno manifestarsi sbucando come alcuni fiori isolati in aiuole di cemento.
E, istintivamente, riconosciamo e ammiriamo la cultura.
E tu, come insegnante, genitore o semplice essere umano, sai ispirare i giovani verso la cultura e le competenze?]]></description>
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			<title>Il linguaggio politically correct</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_linguaggio_politically_correct_856321.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il linguaggio politically correct</strong><br />Ogni volta che sento parlare di linguaggio policamente corretto mi viene in mente un antico proverbio: di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno.
Già, perché l’intenzione di non usare termini dispregiativi, sprezzanti, razzisti, sessisti, è davvero buona. Ed è valida anche l’intenzione di non far prevalere una cultura sulle altre: siamo diversi, ma non per questo dobbiamo ritenerci meglio o peggio.
A sfavore del linguaggio politicamente corretto molti portano l’argomentazione del rischio di cadere nel ridicolo, o per lo meno nell’assurdo. È vero, e gli esempi sono infiniti.
A favore delle modifiche di linguaggio ci sono buone intenzioni e argomentazioni valide. 
Prima di tutto il desiderio di evitare qualunque termine offensivo. 
E poi viene portata l’argomentazione, molto valida, dello stretto collegamento tra i vocaboli e il modo di pensare. Ma, ahimè, il citato collegamento tra pensiero ed espressione vocale è composto da almeno due elementi che hanno potere quasi uguale: la componente verbale (la parola vera e propria) e la componente paraverbale (il tono della voce). In realtà è dimostrato che, nella comunicazione, la parte paraverbale e non verbale rappresentano una percentuale infinitamente superiore rispetto alla componente verbale pura.
In pratica, per semplificare, se fossi Barack Obama potrei essere definito (e così è stato) con diversi vocaboli:

nero (termine politicamente corretto)
negro (termine ritenuto scorretto in quanto contenente un riferimento razziale)
afroamericano (vocabolo ritenuto corretto, che però richiama costantemente il passato schiavista del Paese di cui è presidente, e sarebbe come chiamare gli italiani imperialisti a perenne ricordo dell’Impero romano)
abbronzato (vocabolo assolutamente corretto)

Lo so, non posso valutare perché faccio parte della cosiddetta razza bianca (forse), ma tra le quattro scelte proposte credo che il termine negro mi risulterebbe meno offensivo di un “abbronzato” pronunciato con tono ironico.
Ma soprattutto, e detto con piena sincerità, perché dobbiamo occuparci e preoccuparci del colore della pelle di qualcuno? 
La maggior parte delle definizioni di cui si occupa chi “pulisce” il linguaggio ha motivo di essere usata solo in contesti specifici. Mi spiego meglio.
Capisco che il Parlamento europeo imponga regole sull’uso dei vocaboli. In linea di massima condivido pienamente. Chi lavora, o parla, al parlamento europeo agisce in un contesto multietnico e multiculturale dove non è praticamente possibile conoscere le sfumature culturali, o le parti sensibili, di tutti: le regole servono ad evitare errori e favorire un contesto “civile”. Riflessioni analoghe valgono per chi opera in ambito salute, scuole, o per chi lavora a contatto con diverse culture …
Spesso, con amici di altri Paesi, si ride su come sia facile offendere qualcuno con comportamenti per noi assolutamente normali. Qualche esempio? Non soffiatevi il naso in pubblico in Giappone, non usate la mano sinistra a contatto col cibo se sono presento musulmani, non offrite il primo boccone dal vostro piatto ad un egiziano. Ovviamente tutte queste regole hanno dei motivi, ma generalmente la figuraccia precede la scoperta della regola.
Un vocabolario politicamente corretto credo debba far parte delle regole, e delle conoscenze, di chi opera in determinati contesti. Ma allargare il concetto, e gli obblighi, a tutti comporta parecchie assurdità e qualche rischio.
È facile epurare libri in nome della morale comune o del linguaggio politicamente corretto. Ma da qui al controllo della cultura il passo è troppo breve: secondo me è meglio non correre il rischio.
E, soprattutto, è facile che l’imposizione di un linguaggio politicamente corretto induca taluni a sentirsi autorizzati ad essere eticamente scorretti. E anche qui gli esempi sono numerosi: chi si sente “colto” perché ha una laurea (e magari confonde coltura e cultura) , chi si sente empatico perché conosce la tecnica PNL per entrare in rapport (e prevarica tranquillamente chiunque), chi si sente in armonia con la natura perché è vegetariano, ma non fa la raccolta differenziata … Le contraddizioni umane sono infinite, e secondo me sono tutte accettabili finché non vengono espresse da persone che si sentono superiori agli altri, e si contraddicono proprio sui principi di superiorità che enunciano a pieni polmoni.
Ma, per tornare alla lingua, se vogliamo lavorare sul linguaggio politicamente corretto dobbiamo lavorare sia sul fronte vocaboli che su quello paraverbale del tono di voce. 
E, prima di pulire il vocabolario di noi persone “normali”, vorrei tanto pulire le coscienze!]]></description>
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			<title>I nemici della comunicazione: l'ansia</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/i_nemici_della_comunicazione_l_ansia_3058948.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I nemici della comunicazione: l&#039;ansia</strong><br />Il vocabolario definisce l’ansia come “agitazione dell&#039;anima motivata da incertezza&quot;.   Un’altra definizione, sempre da vocabolario, indica uno stretto collegamento tra ansia e paura.
Ma ci sono notevoli differenze tra l’ansia e la paura. La paura paralizza, almeno come primo impatto, preparando poi ad una reazione di difesa se è necessario.
L’ansia non blocca, non ci paralizza. Anzi! Quando siamo in preda all’ansia spesso siamo incapaci di star fermi.
Io vedo la paura come un buco nero. Vedo invece l’ansia come una fittissima nebbia bianca, come ho visto qualche volta da bambina sulla strada tra Forlì e Ravenna. Tutto intorno a noi è immobile, ma noi non riusciamo a partecipare dell’immobilità, abbiamo assoluto bisogno di muoverci, di andare, anche se sappiamo benissimo che il nostro andare probabilmente non ci condurrà da nessuna parte, o potremmo con buona probabilità sbagliare strada.
L’ansia ci rende sordi: percepiamo dei suoni di cui non comprendiamo appieno il significato, e rispondiamo a casaccio, in base a quello che pensiamo di aver, forse, sentito.
Inoltre l’ansia crea anche una coltre lattescente interiore, impedendoci di aver accesso alle risorse di cui disponiamo. A differenza della paura, sotto ansia siamo in grado di parlare. A differenza della rabbia l’ansia non ci fa accedere agli istinti primordiali.
Quando siamo in ansia parliamo, ma perdiamo buona parte delle nostre capacità: siamo totalmente sordi a noi stessi e agli altri.
Come in mezzo alla nebbia, perdiamo i punti di riferimento, sia interiori che esterni a noi. 
Spesso ho visto persone colte, che normalmente parlano un italiano perfetto e ricco anche di termini ricercati che, in preda all’ansia, sbagliano congiuntivi e condizionali.
Per quanto l’ansia ostacoli pesantemente la nostra comunicazione, possiamo riuscire a vincere!
Innanzi tutto riconoscendola, in noi stessi e negli altri.
E poi facendo appello alle tecniche di comunicazione. La conoscenza delle tecniche di comunicazione equivale ad trovare, nella nebbia dell’ansia, un camion che conosce perfettamente la strada davanti a noi: cominciamo a seguirlo e poco a poco la nebbia si dirada.
Anche l’ansia è un sentimento comune, legittimo, spesso presente quando andiamo dal medico.
La persona in preda all’ansia è riconoscibile dalla sua difficoltà a star fermo. Probabilmente è quella che in sala d’attesa cammina su e giù, magari toccando gli oggetti che trova.
Seduto davanti al medico, è probabile che continui ad avere piccoli movimenti, più o meno percettibili: a gambe accavallate dondola un piede, si tocca i capelli, picchietta con un dito sulla scrivania. Generalmente sono movimenti ripetitivi, come se in qualche modo cercasse di “cullarsi”.
Nella fase di anamnesi le informazioni vengono “buttate fuori, non sempre coerentemente, è anche probabile che sbagliare qualche verbo o qualche termine: succede anche a chi normalmente parla in maniera forbita. 
Anche la respirazione manifesta chiaramente l’ansia, e se imparate a ricalcare il respiro vi accorgerete se la persona con cui parlate è in uno stato di ansia: sì, persino il vostro medico.
Esistono forme diverse di ansia, incluso un’ansia “sana” che ci permette di dare il meglio di noi in condizioni di emergenza. Questa situazione è più frequente nelle persone che hanno una miglior sincronizzazione degli emisferi cerebrali, e in particolare in coloro che sono abituati alla meditazione (non c’è bisogno di essere esperti di yoga per imparare a meditare!). In queste persone spesso l’ansia induce ad innestare una sorta di “pilota automatico” che permette di agire nella maniera ottimale e, spesso, al termine dell’emergenza non si è in grado di descrivere esattamente cosa si è fatto. Amici e familiari sono solitamente in grado di dirvi se le vostre manifestazioni d’ansia sono produttive o distruttive, e da cosa potete riconoscerle.
In ogni caso è opportuno acquisire dimestichezza con le tecniche di comunicazione, e per l’ansia le migliori sono quelle che migliorano la comunicazione paraverbale. Infatti governando il respiro e la voce si riesce ad eliminare l’ansia distruttiva. 
Perché non provare? ]]></description>
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			<title>La magia del Natale</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/la_magia_del_natale_3193092.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La magia del Natale</strong><br />Ho pochi ricordi del Natale di quando ero bambina, e non sono particolarmente felici: pesava, come una cappa scura, l’assenza di mia madre, la cui morte non erano riusciti ad elaborare gli adulti di famiglia e, di conseguenza, non erano in grado di aiutare noi bambine ad elaborarla.
Ricordo il Presepe, e mio padre che tentava di districarsi, con scarso successo, tra le luci dell’albero: la manualità non era il suo forte!
Eppure le parole “la magia del Natale” risuonano e rimangono dentro, come promessa non mantenuta o come desiderio non ancora realizzato. E come spesso accade, ciò che non si può avere è proprio quello che ci appartiene più profondamente: la magia del Natale pervade spesso le mie giornate indipendentemente dalla data segnata dal calendario.
La magia del Natale è fatta di cose buone, di profumi, di sorprese, di luci, di fantasia e desiderio.
E sì, nella magia del Natale c’è un pizzico di nostalgia.
Non è facile, oggi, sentire la magia del Natale se non la si ha dentro. Possiamo, grazie a Dio, mangiare ogni cosa ogni giorno, a parte problemi di fegato o colesterolo. E avendo questa fortuna siamo zeppi di intolleranze: ricevo svariate mail al giorno che mi parlano di intolleranze alimentari. Non ne ho!
Acquistiamo infinità di cose inutili. I bambini sono pieni di giocattoli e io che non beneficio della lista dei desideri (riservata a genitori o zii che acquistano qualunque cosa a qualunque prezzo) non so mai cosa comprare ai bambini di famiglia. Le luci e gli addobbi di Natale sono presenti nelle strade e nei negozi da settimane, al punto di essere diventati un post-ferragosto più che un addobbo natalizio.
La magia del Natale è fatta di sentirsi più buoni, essere più disponibili, aiutare chi ha bisogno. Per sognare che esista bisogne smettere di ascoltare i telegiornali.
Poi arriva la telefonata di un nipote, una speciale mail di un amico, e la magia torna, anche se non è Natale.
La magia del Natale è felicità. Non un attimo, o un’emozione effimera, ma quella sensazione magica di essere parte di un tutto, grata per ciò che ho e per avere ancora sogni e desideri, commossa per ogni gesto di affetto che ricevo e sì, anche delusa, ogni tanto, perché non si può conoscere una cosa senza fare i conti con il suo opposto, perché, come dice Giovanni Pascoli, Non vedrei ora così bello, se già non avessi veduto così nero.]]></description>
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			<title>I nemici della comunicazione</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/i_nemici_della_comunicazione_3047174.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I nemici della comunicazione</strong><br />Conoscere le tecniche di comunicazione, qualunque sia la scuola che seguiamo o qualunque sia il testo dove le apprendiamo, o qualunque sia il modo in cui le definiamo, è ritenuto importante (e lo è realmente) per migliorare le nostre relazioni interiori e interpersonali. 
Io credo che ci sia anche un altro aspetto, che non va sottovalutato.
Conosco parecchie persone che, in condizioni normali, sono perfettamente in grado di spiegarsi e di ascoltare, parlano un italiano corretto, sono in grado di svolgere appieno il loro lavoro, sono sostanzialmente in pace con loro stessi e sanno relazionarsi correttamente con gli altri.
Poi, quando interviene uno dei nemici, hanno delle debacle terribili.
Una presentazione importante, un esame, un momento di crisi personale, una disgrazia o semplicemente un litigio li rendono inabili ad accedere alle loro capacità. 
Ma questi eventi esterni sono solo un riflesso di nemici interiori: i nemici della comunicazione.
Ed è in questi momenti che la conoscenza delle tecniche diventa un supporto indispensabile. 
Ormai tutti sappiamo usare un computer, ma solo chi ha una certa confidenza sa come reagire senza farsi prendere dal panico quando il gatto cammina sulla tastiera cancellando tutto ciò che era stato scritto. 
La conoscenza delle tecniche e degli strumenti di comunicazione fornisce la confidenza necessaria per far fronte a qualunque emergenza, facendo sì che le competenze acquisite suppliscano autonomamente ed automaticamente alle carenze emotive nelle situazioni di rischio potenziale.
Ma chi sono i principali nemici della comunicazione?
Fondamentalmente quattro. Come i quattro cavalieri dell’apocalisse arrivano di soppiatto e ci creano gravi interferenze, seppure con modalità molto diverse tra loro: 

paura
ansia
rabbia
invidia
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			<title>Il conflitto dei valori</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_conflitto_dei_valori_3233032.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il conflitto dei valori</strong><br /> Anni fa nel bel libro Il ritorno del pendolo un sociologo, Zygmunt Bauman, e uno psicanalista, Gustavo Dessal, dialogavano su come libertà e sicurezza non possano vivere l’una senza l’altra ma nemmeno convivere in equilibrio. Un bellissimo saggio su come il conflitto tra valori influenzi e condizioni l’individuo e la società intera e come la ricerca di armonia possa rivoluzionare, in positivo, quello stesso individuo e quella stessa società. 
È stato inevitabile pensare a quel libro oggi, ragionando su come la pandemia stia facendo emergere, e spesso esplodere, proprio i conflitti tra i valori. 
Ma facciamo un passo indietro.
Secondo la PNL i valori sono motivazioni, espressione di virtù o di “sentimenti” che guidano il nostro sentire e il nostro agire. Rispondono alle domande: Che cosa c’è di importante? Che cosa lo giustifica?
 Ovviamente sono determinanti per le nostre scelte, decisioni, comportamenti… 
Ciascuno ha dei valori personali (famiglia, amici, lavoro, soldi, salute…) e una propria, personale, gerarchia di valori: sono tutte parimenti valide, giuste, legittime. 
I valori si cominciano a consolidare verso i 5-6 anni, poi si modificano, si aggiornano, si modulano. E quando si va in crisi è facile identificare che si è creato un conflitto tra i valori principali. 
Questo, in estrema sintesi: ovviamente si potrebbero scrivere libri sull’argomento. 
Ora la pandemia ha evidenziato conflitti latenti e scatenato conflitti nuovi, sia a livello personale sia come comunità di individui. Tutto in un colpo solo. 
Ed è un vero casino! 
Salute o soldi? Libertà di muovermi o sicurezza di evitare il contagio? Diritti personali o doveri comuni? 
Ne riparleremo. 
Qualcuno risolve il conflitto dominando i valori con l’identità che, in effetti, è il livello superiore, che però in situazione complessa esprime facilmente la sua parte di ombra: l’ego. E allora il mio diritto alla libertà vince facilmente sulla sicurezza dal contagio degli altri, i miei soldi hanno la meglio sulla salute altrui. 
Qualcuno affronta il conflitto guidato dalla vision, il livello di connessione con l’universo, l’espressione delle aspirazioni e della ricerca del proprio posto nel mondo. E si moltiplicano le iniziative per il bene comune o il desiderio di rinascita come società eco-sostenibile, in cui l’essere umano non è più al vertice superiore di una piramide, ma parte integrante del cerchio della vita. 
Molti percepiscono i conflitti, ma non li affrontano, e nasce la rabbia, l’inquisizione, e tutto ciò che esprime il malessere, ma non viene letto come tale dai diretti interessati. 
Non sarà facile, ma… CE LA POSSIAMO FARE.
 ]]></description>
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			<title>Tieni pulita la tua identità</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/tieni_pulita_la_tua_identita_892682.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Tieni pulita la tua identità</strong><br />L’identità risponde alla domanda Chi sono? Quindi, concettualmente, ogni volta che diciamo io sono facciamo riferimento alla nostra identità.
Proviamo a pensare all’identità come ad un contenitore: se è vuoto è davvero un problema, ma che succede se è troppo pieno?
Spesso inseriamo nel contenitore dell’identità quello che sono in realtà il nostro ruolo, i nostri affetti, i nostri valori: sono una mamma, sono un insegnante, sono cattolico, sono un manager, …
Ciò però può creare problemi, e minare le nostre fondamenta, quando il cambiamento ci sottrae, anche solo parzialmente, quel ruolo. Un cattolico con crisi religiosa, un manager che perde il posto di lavoro, una mamma con i figli che crescono possono subire traumi incredibili se hanno confuso ruolo, amori, valori con la loro identità.
Ma le confusioni non finiscono qui. 
C’è chi inserisce nell’identità anche fattori tecnicamente più “marginali”: io sono bella, io sono brava, io sono buona, …  (non io: è solo un esempio!): se questi elementi sono inseriti nell’identità ogni ruga, ogni errore, ogni discussione minaccia l’identità, con conseguenze di estrema difficoltà sia per chi vive questa realtà, sia per chi sta loro vicino. 
Chi ha invaso la propria identità con elementi di questo tipo è anche estremamente vulnerabile: basta un ingenuo commento non positivo per metterli in profonda crisi. Per forza, se la bellezza è diventata identità, un banale commento come “mi piacevi di più con i capelli pettinati come prima” a fronte di un nuovo taglio, e viene letto non come un suggerimento a cambiare parrucchiere, ma come una profonda critica al cuore della personalità.
L’identità è il nostro nocciolo di diamante, ma ben più caldo e prezioso.
In un certo senso l’identità è ciò che resta quando il mondo o le esperienze ci distruggono, prima che possiamo far tesoro delle esperienze negative e trarne nuove magie, ma l’identità è anche il nostro gradino di congiunzione con Dio e l’universo. Teniamola sgombra da inutili suppellettili!]]></description>
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			<title>La vendetta dell'olfatto</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/la_vendetta_dell_olfatto_641038.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La vendetta dell&#039;olfatto</strong><br />L’olfatto è decisamente il più bistrattato tra i nostri cinque sensi.
Ci siamo abituati a pensare che un senso di serie B, e molti fattori ci hanno condizionato. 

Gli animali hanno un olfatto molto sviluppato, e quindi più o meno inconsciamente pensiamo che la perdita dell’olfatto sia il prezzo da pagare per salire la scala evolutiva. 
Noi, homo sapiens superiore, sentiamo meno gli odori rispetto al nostro gatto, ma in fondo in fondo questo è indice della nostra superiorità.

Un altro indice della  nostra superiorità è che siamo in grado di comandare gli odori, di deciderli (o almeno lo pensiamo).


Le nostre pubblicità sono piene di persone affascinanti, bellissime, che promuovono profumi costosissimi, creandoci l’immagine che più si è ricchi e belli e più abbiamo un buon odore. (e in effetti per acquistare alcuni profumi dobbiamo essere davvero ricchi!)
La nostra televisione è altrettanto piena di personaggi che si scagliano contro gli odori: si va dalla casalinga disperata che improvvisamente si trasforma e da mamma amorevole diventa una sorta di guerriero ninja, estremamente aggressiva, solo per poter scatenare una guerra senza esclusione di colpi agli odori, a simpatici animaletti che si nobilitano e salgono la scala evolutiva imparando a parlare e arredando bellissime abitazioni dove metter su famiglia perché hanno acquistato la capacità e gli strumenti necessari per combattere gli odori.
L’odore della sporcizia è inesorabilmente associato a quello del degrado e della povertà.

In questa nostra battaglia abbiamo però dimenticato che l’olfatto è il più antico e il più autonomo dei cinque sensi. 
Le strutture che ci consentono di sentire gli odori sono strettamente collegati all’ippocampo, dove ha sede la memoria, e gli odori sono l’unica informazione che percepiamo senza bisogno di complesse elaborazioni cerebrali. 

In realtà non abbiamo perso l’olfatto sacrificandolo sulla scala evolutiva: l’olfatto è sempre lì, anche se l’abbiamo trascurato. 

Ma lui si vendica! 


L’olfatto è alla base di moltissime delle nostre ancore, e spesso gestisce le più potenti.
Inoltre è in grado di governare molte delle nostre emozioni: simpatia, antipatia, colpi di fulmine, innamoramento, hanno alla base fenomeni olfattivi.

Noi abbiamo rinunciato al nostro olfatto, considerando gli odori come qualcosa da nascondere, modificare, cancellare, ma l’olfatto non ha assolutamente rinunciato a noi.
No, non intendo suggerire di rinunciare a profumi o di lasciar libero per casa l’odore di fritto!
Anche se in realtà non mi dispiacerebbe eliminare il costoso profumo di una signora del mio condominio che rende l’ascensore una sorta di camera a gas, per quanto (o, meglio, proprio perché) profumatissima.
Ciò che voglio suggerivi è di coltivare il vostro olfatto per recuperare il vostro mondo. 

Assaporare l’odore dei cibi, delle spezie, dei fiori, degli oggetti familiari. 
L’odore del pane appena sfornato è un ottimo antidepressivo. Passare davanti ad un laboratorio di pasticceria, o davanti ad un fornaio che produce il pane, è un’emozione in grado di strappare un sorriso anche nella giornata più nera. Difendiamolo! 
]]></description>
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		<item>
			<title>Parole e promesse</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/parole_e_promesse_3279632.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Parole e promesse</strong><br />Il mio è decisamente un problema generazionale: rimango basita e diffidente verso tutte le promesse cosmiche in tempi brevissimi.
Non credo che siano false promesse tranne, forse, qualcuna.
Non credo nemmeno che sia impossibile oettenere risultati in tempi brevi: lo hanno dimostrato, molti anni fa, quelli della scuola di Palo Alto che per primi hanno sostituito anni e anni di terapie presso psicologi o psichiatri con la terapia breve. Scoperta che ha aperto la stada al coaching e al counseling.
Però qualcosa mi disturba e, dopo essermi adeguatamente colpevolizzata perché sono scettica, mi interrogo sul perché molte di queste affermazioni così promettenti mi danno fastidio.
Sicuramente la mia generazione è cresciuta col culto della fatica premiata: c’è da fare la gavetta, si impara con fatica, devi meritarti le cose, ma da tempo ho superato questo tipo di imposizioni mentali.
E poi c’è, almeno per me, una differenza tra il fastidio per le promesse di facilissimi risultati e l’inneggiare al “definitivo”, sia essa una guida definitiva o una soluzione definitiva.
Il termine definitivo non mi piace proprio. Indica che dopo non c’è nulla da imparare, da scoprire, che non ci sono altre strade o possibilità.
Il tutto subito in frettissima mi disturba per altri motivi.
Credo nelle bacchette magiche: talvolta basta un nonnula o pochi minuti per trovare soluzioni. Ognuno la sua, però. E le bacchette magiche dei babbani funzionano solo quando è il momento.
Molti degli slogan propettano soluzioni esterne, fornite da altri, e a questo non credo. Molti slogan sono, appunto, solo slogan.
E qui subentrano le mie paturnie e la mia, cronica, avversione per le promesse grandiose.]]></description>
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		<item>
			<title>Il Cambiamento</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_cambiamento_417304.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il Cambiamento</strong><br />Alla radio si parlava di psicologia e l&#039;argomento del giorno era &quot;il Cambiamento&quot;. Se ne parla tanto negli ultimi anni!
Moltissimi lo auspicano, tanti lo temono. 
In genere si ritiene che la capacità di cambiare sia un fatto positivo, che la flessibilità porti dei vantaggi. 
Forse si desidera che il cambiamento sia un fattore positivo da contrapporre alla fatica e allo stress del cambiamento stesso. Certo, l&#039;argomento è molto complesso.
Come persona il Cambiamento è stato parte integrante della mia vita: cambiamenti imposti da altri, cambiamenti casuali, cambiamenti desiderati per fuggire da qualcosa o per cercare qualcosa. Ho cambiato famiglia, casa, città, lavoro, vita, e più di una volta.
Come Coach e come appassionata di I Ching mi trovo spesso a parlare di Cambiamento.
L&#039;I Ching è chiamato anche Libro dei Mutamenti, quindi è sicuramente un esperto di Cambiamento.
Ed è proprio nell&#039;I Ching che troviamo qualche sorpresa, con buona pace di coloro che inneggiano al cambiamento fine a sé stesso.
L&#039;I Ching parla spesso di cambiamenti, ma nella maggior parte dei segni indica come adattarsi, far fronte, e leggere i cambiamenti esterni. 


Spesso ci invita a cambiare strategia, e ancora più spesso a cambiare tattica. 
Spesso ci segnala che qualcosa è cambiato e ogni volta che compare una linea mobile ci sta indicando un bivio della nostra vita.

Ma solo in un segno (il n° 49: La muta, La Metamoforfosi) l&#039;I Ching ci suggerisce di attuare un profondo cambiamento, radicale,  in noi stessi.
Anche il Coaching viene spesso definita una tecnica, un supporto, per attuare cambiamenti.
Ma quando chiedo di compilare la documentazione propedeutica al primo incontro, in cui chiedo di raccontarmi a ruota libera i desideri da realizzare e i cambiamenti che si vorrebbero attuare a sé stessi e alla propria vita, in genere ricevo indicazioni estremamente generiche di &quot;Maggiore serenità&quot;.
Poi, indagando, scopro che molti hanno desideri di cambiamento imposti da altri. 
E poi, finalmente, si arriva al nocciolo. E allora compaiono i desideri più veri, quelli interiori, quelli personali. E allora, sintetizzando, si scoprono due tipi di cambiamento.

Il primo conferma la verità di ciò che ha scritto Richard Bach: &quot;mai ti si concede un desiderio senza che ti sia concesso il potere di farlo avverare&quot;: si desidera realizzare rapidamente il cambiamento che in realtà è già in atto dentro di noi.
Il secondo è il desiderio di cambiamento per far fronte a variazioni dell&#039;ambiente.

E questo corrisponde perfettamente a quanto raccontato dall&#039;I Ching.
E allora? Come fare a capire quale cambiamento desideriamo o quale cambiamento dobbiamo attuare?
Nel Coaching, e nella mia vita, procedo sempre nello stesso modo (e funziona!): mettere a confronto fatti e opinioni, ma si questo parleremo un&#039;altra volta.]]></description>
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		<item>
			<title>Ribaltiamo i modelli mentali - Il perdono</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/ribaltiamo_i_modelli_mentali_il_perdono_3269659.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ribaltiamo i modelli mentali - Il perdono</strong><br />Qualcuno ci ha fatto del male, ci ha fatto arrabbiare, davvero tanto, e quindi …
Capita: qualcuno ci fa del male. Può essere involontario, e sarebbe meglio scoprirlo al più presto, ma può anche essere volontario, voluto, cercato. Qualcuno ci odia, ci invidia, ci detesta, e ci fa del male.
Poco importa che siano parole o azioni, poco importa che subiamo dolore fisico o dolore nel profondo, per qualcosa che ci ferisce l’animo.
L’istinto è la rabbia, accompagnata spesso da desiderio di vendetta, e seguito da “non perdonerò mai!”
Siamo sinceri: l’idea di porgere l’altra guancia in genere non ci sfiora nemmeno e bisogna essere davvero dei buoni cattolici, nel profondo dell’anima, per prenderla anche solo in considerazione.
Rabbia, dunque, e l’idea di perdonare è assolutamente lontana.
Rabbia e rancore rappresentano spesso, nell’inconscio, una forma di vendetta. Tu mi hai fatto del male e io ricambio col rancore e continuando ad essere arrabbiata con te.
Pensateci: è un modello mentale. Ed è ora di ribaltarlo.
E ci sono validissimi motivi per ribaltare questa abitudine di pensiero e di comportamento.
Prima di tutto va detto, e ammesso, che rabbia e rancore generalmente non fanno alcun male e alcun danno al colpevole. E, siamo sinceri, se il colpevole soffre per la nostra rabbia forse non era così cattivo e colpevole. Quindi, più il colpevole è colpevole, meno soffre per la nostra rabbia o il nostro rancore. Potrebbe addirittura goderne!
Purtroppo, però, rabbia e rancore fanno male a noi.
Ma c’è di più.
Questi due sentimenti creano legami fortissimi tra noi e chi ci ha fatto del male: finché siamo arrabbiati non riusciamo ad allontanare quella persona dalla nostra vita, non riusciamo a dimenticarla, siamo legati quasi più che da un amore profondo.
Se il colpevole è cattivo, solo l’indifferenza può scalfirlo e, soprattutto, solo il perdono può scindere il nostro legame con lui.
Se perdoniamo non siamo “più buoni”: secondo me la bontà non si misura automaticamente con la capacità di perdonare.
Ma se sappiamo cancellare un torto subito, perdonare un dolore che ci hanno provocato, anche un grande dolore, siamo noi ad avere dei vantaggi perché possiamo, finalmente, allontanare quella persona dalla nostra vita, rimuovere ogni legame ed essere, finalmente, liberi.]]></description>
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			<title>Coincidenze</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/coincidenze_483870.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Coincidenze</strong><br />Gibbs (N.C.I.S.) afferma sempre che “non esistono le coincidenze” quando, durante un’indagine, si trova davanti fatti che potrebbero essere legati tra loro, o pure coincidenze.
In realtà, almeno a giudicare dal dizionario dei sinonimi, la sua negazione delle coincidenze è solo frutto di una diversa interpretazione del termine coincidenza.
Coincidenza può infatti essere intesa come fatalità, casualità, ma anche come connessione, convergenza, sincronismo di elementi.
E se le casualità, anche in un’indagine, sono rare, le coincidenze e le connessioni sono tante, importanti e significative.
Io credo nelle coincidenze, intese come fatti, incontri, avvenimenti, che si verificano al momento giusto.
Credo anche che possiamo stimolare le coincidenze. 
Quando riusciamo a mettere un pizzico di strategia nella nostra vita, a stabilire che direzione desideriamo prendere, in piena consapevolezza, incrementiamo in misura considerevole le coincidenze.
Ciò avviene soprattutto perché siamo più pronti a cogliere gli avvenimenti e le occasioni, ma forse anche perché creiamo intorno a noi dei circuiti favorevoli.
E, personalmente, vivo le coincidenze come dei regali imprevisti.]]></description>
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			<title>Cosa ne pensate?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/cosa_ne_pensate_1460512.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Cosa ne pensate?</strong><br />Una delle cose che mi affascinano sempre, quando tengo corsi in aula, è la scoperta di punti di vista a cui non avevo mai pensato. Spero non me ne vogliano i partecipanti al mio ultimo corso se prendo ad esempio alcune loro frasi, alcuni modi di pensare. 
Durante l’ultimo corso sulla gestione dello stress uno dei partecipanti ha scritto “troppa felicità mi spaventa, è difficile da gestire. Troppa felicità fa impazzire”. Una parte di me concorda: non è la felicità che perseguo, ma quella serenità che permette di migliorare ogni giorno. Però quella frase “troppa felicità fa impazzire” mi stupisce. 
Ed ecco che, leggendo le schede di valutazione del corso, poco dopo trovo scritto, nella scheda dello stesso partecipante, un suggerimento per migliorare il corso: “far parlare di più i partecipanti. Farli uscire da se stessi”. La prima richiesta è più che attesa: si trattava di un corso in ambito professionale, e i partecipanti erano davvero numerosi, quindi l’interattività era forzatamente ridotta, e certi argomenti non sono stati affrontati per evitare di entrare troppo nell’ambito privato, e riservato, dei partecipanti. La seconda richiesta (farli uscire da se stessi), invece, mi fa rimanere immobile. E mi fa riflettere. A quali condizionamenti può essere stata sottoposta una persona che ritiene che “la felicità fa impazzire” e vorrebbe “uscire da sé”. Facile intuire quanto i due elementi sono collegati. Facile intuire come quella persona sia immobilizzata, incatenata. Mi piacerebbe aiutarla a sciogliere quelle catene, perché so che è possibile.
Un altro partecipante ha invece commentato l’esortazione a smettere di dire a se stessi “devo fare questo, non devo fare quest’altro”, imparando invece a dire “voglio” o “non voglio”. Certo,  i bambini devono essere educati, e per loro il devo ha un significato di regole e di sicurezza, ma per l’adulto ritengo indispensabile il recupero della libertà, e il pieno potere sulla propria vita.
Un partecipante al corso mi ha scritto: “dire voglio farlo è per me un ulteriore stress perché se così faccio mi devo anche convincere che chi sta attorno a me non mi sta obbligando ma sono io che magari &quot;voglio fare qualcosa di cui farei anche a meno”. Osservazione interessante, ed emblematica. 
Tante volte mi hanno raccontato come l’essere umano stenta ad uscire anche da situazioni sgradevoli perché le abitudini consolidate sono, in fondo, rassicuranti anche se provocano malessere. Io sono stata fortunata: le mie situazioni sgradevoli lo erano al punto che non mi era proprio possibile accettarle. E mai come leggendo quella frase mi sono resa conto di quanto, per qualcuno, l’idea di diventare proattivi e prendere in mano le redini della propria vita provochi paura, generi stress. 
Vorrei davvero poter fare di più.]]></description>
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			<title>Il naufragio delle collaborazioni</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_naufragio_delle_collaborazioni_1380390.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il naufragio delle collaborazioni</strong><br />L’Italia è il Paese delle piccole imprese. Anzi, ad essere precisi, da noi buona parte dell’economia è basata sulle micro imprese (meno di 10 persone e fatturato inferiore ai 2 milioni di euro l’anno). È ovvio per tutti che la competitività aumenta se ci si collega ad altre aziende: l’unione fa la forza.
Sappiamo anche che il networking è oggi una strada vincente per trovare lavoro, o portare avanti iniziative.
L’Italia è anche il Paese delle associazioni: ne abbiamo un numero di gran lunga maggiore (in proporzione agli abitanti) rispetto a qualunque Paese europeo. 
Sembra che, a dispetto di tutti i buoni propositi e tutta la consapevolezza che per uscire dalla crisi è necessario collaborare, ne siamo proprio incapaci. 
Possibile che siamo così sciocchi, sprovveduti, o litigiosi? Cosa serve per collaborare?
Per una buona collaborazione, di qualunque genere, serve una vision condivisa. Non facile, certo, ma non impossibile. Una vision è qualcosa di più, e di meglio, di un sogno. È la vision che manca?
In parte sì, soprattutto manca la chiarezza sulla vision. Ma la maggior parte delle collaborazioni non va a naufragare sugli scogli della vision. Sono molte le cooperazioni che nascono su reciproci vantaggi spiccioli, su comunanza di intenti e interessi comuni limitati nel tempo e nella profondità, e la quota di fallimenti di questo tipo di collaborazioni è simile a quella dei progetti più profondi. L’I Ching, nell’esagramma 61, evidenzia come anche tra briganti possa esistere comunanza di intenti, e per piccoli progetti può funzionare. 
A me sembra che le difficoltà siano soprattutto nel perenne e costante giudicare gli altri. Perché siamo un popolo di poeti, sognatori, e giudici. Per quanto in Italia manchi la certezza della pena, c’è la perenne abitudine al giudizio, e come giudici siamo implacabili. 
La sospensione del giudizio è una qualità (rara) indispensabile per collaborare. Invece i comportamenti abituali, e più frequenti in Italia rispetto a molti altri Paesi, sono quelli di giudicare sia ciò che fanno gli altri, sia le persone. E, ovviamente, è facile trovare difetti o imperfezioni. Quindi si scatena il giudizio, che inevitabilmente ed inesorabilmente si alimenta con le critiche e non fornisce mai suggerimenti prodottivi. È ovvio: è molto più facile dire cosa non va piuttosto che suggerire miglioramenti o alternative. 
Ed è altrettanto inevitabile creare un circolo vizioso: al giudizio si risponde con una reazione. Le collaborazioni dove compaiono giudizio e reazioni anziché suggerimenti e proattività sono destinate a fallire. Senza speranza.]]></description>
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			<title>Il futuro che emerge</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_futuro_che_emerge_1004326.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il futuro che emerge</strong><br />Si dicono tante cose sulla nostra epoca di crisi, incluso il fatto che qualcuno non vuole vedere la crisi. Eppure abbiamo alcuni fatti proprio davanti agli occhi. 
Assistiamo, costantemente, ad un’accelerazione degli avvenimenti, fondamentalmente grazie alla tecnologia che consente uno scambio rapidissimo di notizie ed informazioni, oltre che l’elaborazione di elementi complessi. 
Sono sempre esistiti due tipi di problemi: quelli causa – effetto a manifestazione diretta, generalmente abbastanza rapidi nel manifestarsi, e quelli dove giocano più cause apparentemente non collegate tra loro in cui il generarsi del problema avviene lentamente, per incastro di numerosi elementi,  ed il suo manifestarsi è generalmente lontano nel tempo, e spesso anche come luogo. 
I problemi “rapidi” sono in genere risolvibili: si indaga sui meccanismi, sulle cause, si interviene sulle cause e, in tempi un po’ più lenti rispetto a quelli che hanno manifestato il problema, possiamo risolverlo. È l’approccio più noto ai problemi, quello che tutti conosciamo, quello che abbiamo usato per tutta la nostra infanzia. Siamo allenati!
Poi ci sono gli altri. E quasi sempre i problemi complessi riguardavano più la società che le singole  persone. Ma ci volevano talmente tanti anni affinché diventassero manifesti, che nessuno era più in grado di cercare le cause, e quasi non venivano neanche più identificati come problemi, ma semplicemente come fattori ed elementi ambientali o sociali su cui intervenire.
L’accelerazione dei nostri anni ha fatto sì che oggi anche questi possano essere riconosciuti come problemi, che volendo si possano indagare e trovare le cause, ma non è questa una buona strada per risolverli.
I primi ad accorgersi che il paradigma &quot;trova la causa e risolvi il problema&quot; non funziona sempre  furono gli psicologi della scuola di Palo Alto che si resero conto come 20 anni di analisi per riconoscere e risolvere un problema psicologico che solitamente risale all’infanzia non era una soluzione percorribile, soprattutto perché durante i 20 anni di analisi l’individuo doveva continuare a convivere con il problema, rovinandosi la vita consapevolmente. Forse era meglio sopravvivere nell’ignoranza del problema stesso e far finta che non esistesse, come avevano fatto generazioni e generazioni prima delle scoperte della psichiatria. Inventarono così la terapia breve, a cui sono seguite altre soluzioni efficaci. Ma questo vale per l’individuo.
Oggi siamo pieni di problemi sociali per i quali possiamo trovare le cause in scelte di venti o trent’anni fa, però allora le scelte sembravano non solo legittime, ma ottimali. 
In parte possiamo colpevolizzare la classe politica che, ben lungi dall’avere le competenze e la lungimiranza di veri statisti, si sono comportati da burocrati gestori della routine (almeno, quelli onesti).
Però la maggior parte dei problemi, ed in particolare i più seri e complessi, non possono essere affrontati attraverso la conoscenza delle cause, neanche se potessimo modificarle. 
L’unico approccio valido a questo tipo di problematiche, avvalorato anche dalle più prestigiose scuole di business, è individuare il futuro emergente e fare in modo, gestendo noi stessi e il mondo in maniera proattiva, che si trasformi nel futuro desiderato.
Dobbiamo quindi diventare tutti maghi e lettori di strumenti di divinazione?
No, basta imparare a pensare e agire in maniera sistemica.
Proattività, pensiero sistemico, visione globale, analisi del futuro emergente,  sono le principali modalità che ci consentiranno di avere un futuro. La fisica quantistica e la neurologia saranno le nostre basi teoriche per fare scelte. La trasparenza e l’etica i valori imprescindibili. 
Ma di tutto questo parleremo poi.]]></description>
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			<title>Câ&amp;euro;™era una volta un anno nuovo</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/c_era_una_volta_un_anno_nuovo_2575410.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>C’era una volta un anno nuovo</strong><br />C’era una volta un anno nuovo nuovo. Era orgoglioso di sé: tutti lo avevano accolto con gioia, canti, balli, risate. Sì, qualcuno magari era un po’ brillo quando era arrivato lui, ma poco gli importava: vedeva tanta allegria.
Lo raffiguravano come un neonato e a lui questo piaceva davvero tanto. I bambini sono belli, pensava, e poi i bambini vengono coccolati, le persona si prendono cura di loro, e io sono sicuro che si prenderanno cura anche di me.
Poco prima di arrivare aveva incontrato l’anno vecchio che stava andando via: era davvero un vecchio, curvo su se stesso, triste. L’aveva salutato, ma quell’altro, l’anno vecchio, era scivolato via dicendo:
“Vai, vai, tutto pieno di entusiasmi, ma finirai come me. Lo sai? Mi hanno buttato via a calci, e sì che quando ero arrivato mi avevano fatto un mucchio di feste”
L’anno nuovo avrebbe voluto chiacchierare un po’. Le parole di Anno vecchio l’avevano quasi intristito, si stava preoccupando, ma poi fu richiamato dalla musica del trenino a ritmo di samba e pensò che, probabilmente, era colpa di Anno vecchio, aveva sbagliato qualcosa, e si buttò nella mischia tutto felice.
Ballò un po’, fece un brindisi e, improvvisamente, si ricordò che gli avevano dato istruzioni ben precise per il momento del suo arrivo, e lui non le stava rispettando.
Uffa, pensò, mi divertivo tanto, ma ho promesso, addirittura giurato, e devo proprio svolgere i miei compiti.
Così svolazzò un po’ più in alto, lontano dalla festa, e diede un’occhiata in giro.
Accidenti! Pensavo che tutto il mondo fosse in festa per il mio arrivo, ma non è mica così. Guarda laggiù: per loro l’anno nuovo comincia in un’altra data. Non mi considerano nemmeno. E guarda là! C’è la guerra, i bambini muoiono sotto i bombardamenti! Non hanno certo né voglia, né tempo per festeggiare il mio arrivo.
Guardando guardando scoprì che quella festa che pensava fosse universale riguardava un numero piccolissimo di persone, anche se facevano una confusione notevole, mentre tanti non avevano da mangiare, erano in guerra, o in fuga a causa della guerra, della fame, della siccità.
Tutto questo lo rese molto triste e così si mise a fare tanti buoni propositi su quello che avrebbe realizzato nel tempo a sua disposizione. Certo, la lista era lunga, ma gli sembrava di avere tutto il tempo del mondo.
Si mise anche ad ascoltare le persone intorno a lui. Erano piene di sogni, desideri, aspettative, facevano bellissimi progetti e promesse.
Sì, pensò, io mi impegnerò al massimo, ma sono sicuro di farcela. Tutta questa gente vuole cambiamenti in meglio per sé e per il mondo. Mi hanno insegnato che l’unione fa la forza, e certamente tutti insieme possiamo rendere il mondo un posto migliore.
Quanto entusiasmo, pensava. Chissà perché Anno vecchio era così triste. Forse si sentiva di aver fallito.
Mano a mano passavano i giorni, i mesi. Ogni tanto saliva sulla sua nuvola e si guardava in giro.
Non cambiava nulla!
Allora andava a cercare le persone di cui aveva ascoltato i buoni propositi, ma non stavano facendo nulla! E sì che li aveva proprio sentiti far promesse, e come erano convinti, pieni di buona volontà.
Si stava proprio demoralizzando. Un giorno decise di prendere una specie di vacanza, in un posto tranquillo. Anno vecchio gli aveva confidato che c’era un bellissimo lago, in montagna, dove andava ogni tanto a rilassarsi, così decise di andare anche lui.
Ma che angoscia! Lo trovò pieno di robaccia, inquinato. Si allontanò tristissimo e trovò un altro lago, un po’ più piccolo, ma davvero bellissimo, e si rinfrancò.
Quante storie ho fatto! - Pensò. – la civiltà deve andare avanti, l’industria deve produrre. Anche se un lago si rovina, ce ne sono altri e sono altrettanto belli.
In quel momento vide la sua immagine riflessa nelle acque del lago e si accorse che stava diventando vecchio e curvo, con gli occhi tristi, proprio come aveva visto Anno vecchio, e sentì alcune persone vicino a lui che dicevano: “Non vedo l’ora che questo anno orribile finisca! Il prossimo sarà sicuramente meglio, anche perché peggio di così non può andare!”
Era davvero abbacchiato, e anche un po’ disperato.
Si chiese cosa poteva fare e pensò che, in fondo, gli era rimasto davvero poco tempo. Ma ecco che improvvisamente gli cadde in testa un libro.
Lo aprì a caso e lesse una frase: Sapete, alla fine, l’unico cambiamento in grado di fare la differenza è la trasformazione del cuore umano (Joseph Jaworski – Presence).
Ebbe, improvvisamente, un’illuminazione. Posso fare tutto! Adesso so davvero come fare!
Non c’è bisogno di inventare nulla: basterà far sì che ciascuno riscopra il suo cuore bambino, quando era aperto, disponibile, fantasioso, quando bastava nulla per essere felice.
Ripensò ai bambini che aveva visto il primo giorno sotto i bombardamenti e si rese conto che sono gli adulti quelli che insegnano la guerra, il potere, il razzismo …
Sì, disse, ce la posso fare. E se io non riuscirò, dirò al prossimo anno nuovo cosa fare, e se anche lui non dovesse trovare il modo, lo diremo all’anno successivo, o a quello dopo ancora.
E un giorno riusciremo.]]></description>
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			<title>I nemici della comunicazione: e lo stress?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/i_nemici_della_comunicazione_e_lo_stress_3083571.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I nemici della comunicazione: e lo stress?</strong><br />Avrete notato, immagino, che tra i nemici della comunicazione non ho citato lo stress.
Semplice dimenticanza?
Guardando il dizionario di inglese, il termine stress viene tradotto come “tensione”. Il dizionario di italiano invece definisce lo stress come “reazione specifica provocata nell&#039;organismo da uno stimolo di qualsiasi natura, fisica, chimica o psicologica, che, pur rappresentando una modalità di difesa e di adattamento dell&#039;organismo stesso, può diventare, in certe circostanze, un fattore patologico e favorire lo sviluppo di malattie.”
A questo punto, mi sorgono alcune domande:

chi è ansioso è sottoposto a stress?

A mio avviso sì.

E chi ha paura? Chi è arrabbiato? Chi prova invidia?

Anche.
Dal punto di vista emotivo, quindi, lo stress non è un’emozione singola, ma un coacervo di emozioni che raccogliamo in un’unica parola, per abitudine o comodità.
Avete mai notato che quasi tutti sono pronti a definirsi stressati, ma pochissimi ammettono di aver problemi di ansia o di rabbia, e quasi nessuno ammetterebbe mai di aver paura, e mai i poi mai di provare invidia?
Quando faccio coaching in genere ammetto la definizione di “essere stressato” solo come punto di partenza, cercando poi di indurre la persona a definire lo stress con altri termini. In molti casi, oggi, scavando un po’ lo stress diventa paura: di perdere il posto di lavoro, di non riuscire a pagare il mutuo, di fare brutte figure, di non essere all’altezza delle aspettative, proprie o altrui.
E il bello è che quando lo stress scompare, e compare la paura, la persona cambia a poco a poco sguardo. Perché allo stress ci abbandoniamo, lo riteniamo esterno a noi, mentre la paura cerchiamo di combatterla: e la battaglia inizia a volgersi a nostro favore esattamente nel momento in cui la guardiamo in faccia, perché chiamarla con il suo nome è già, di per sé, una fortissima dimostrazione di entusiasmo.
Ma anche quando la definizione di stress nasconde altre emozioni, o altre situazioni, l’analisi conduce sempre a risultati positivi.
Pertanto, a mio avviso, lo stress non è altro che un contenitore, talvolta un vaso di Pandora, ma dobbiamo rassegnarsi a guardaci dentro se vogliamo migliorare la nostra vita.]]></description>
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			<title>Mi è scoppiata la pancia</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/mi_e_scoppiata_la_pancia_3271479.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Mi è scoppiata la pancia</strong><br />È certo, ed è noto: abbiamo tre cervelli. Il cervello della testa è razionale, ed è deputato alla creatività e all’immaginazione. Quello nel cuore è invece dedicato alle emozioni, alla compassione, e quello della pancia si interessa ancora di emozioni, ma soprattutto di coraggio, identità e autostima.
Se i tre cervelli sono in armonia abbiamo lo stato di totale benessere. Si creano sinergie tra loro e siamo particolarmente saggi e produttivi nel raggiungere i risultati.
I miei tre cervelli hanno recentemente litigato pesantemente tra loro.
Ho vissuto un periodo difficile e complesso.
Il cuore era in sofferenza, si sentiva di vivere in un mondo ostile. Un indispensabile trasloco, importante, che creava un frattura tra un prima e un dopo nella mia routine e sicurezza di vita, la fine di un periodo della mia vita. Un serie di complicazioni, nel lavoro e in alcune relazioni professionali, e qualche delusione da persone di cui credevo di potermi fidare. Problemi di salute per mio marito, e momenti di difficoltà nel nostra trentennale rapporto.
Sì, il cuore era in sofferenza e difficoltà.
La testa si ostinava a cercare soluzioni razionali e creative. Armata dal mio mantra preferito (ce la posso fare) continuava a riprogrammare gli impegni e le priorità, convinta di poter affrontare e risolvere tutto. Sono brava nel risolvere i problemi!
Non ascoltavo la pancia, volutamente. Coraggio ne ho, non credevo potesse venirmi meno. La mia autostima, invece, è da sempre piuttosto scarsa: meglio non pensarci.
E non avevo la minima intenzione di considerare che tutti i cambiamenti in corso stavano anche modulando la mia identità, influenzando la mia percezione di me stessa nel presente e nel futuro.
I miei cervelli avevano obiettivi, priorità e percorsi discordanti. Forse era inevitabile che qualcuno prendesse il sopravvento e imponesse una scelta agli altri due.
Ha deciso la pancia. Più lenta nel raccogliere e digerire le informazioni, è però molto decisa e immediata nell’azione. Ho avuto diverse esperienze in cui la pancia ha preso decisioni che, razionalmente, avevo trascurato o sottovalutato, ed erano invece quelle più idonee.
Questa volta non so se la scelta della mia pancia fosse quella “giusta” (a me non è piaciuta!), ma so che, senza aver mai sofferto di appendicite in vita mia, un pomeriggio ho cominciato a vomitare. Ho sottovalutato il problema, e nel giro di poche ore il dolore si è modificato ed è aumentato di intensità.
Ho voluto aspettare ancora, poi ho ceduto e chiamato la guardia medica: appendicite trasformata in peritonite e operazione di urgenza.
Il resto… “è storia” o, meglio, l’apprendimento di alcune lezioni sgradevoli, un paio di settimane di ospedale, una lunga e complicata convalescenza e molte riflessioni, che probabilmente condividerò in futuro.
Ecco: mi è scoppiata la pancia. Inutile dire che ne avrai fatto volentieri a meno. Ma se, come sostengo, tutto ciò che accade ha un motivo e conseguenze positive, credo di aver trovato il motivo, e spero di scoprire le conseguenze positive.]]></description>
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		<item>
			<title>Essere sereni</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/essere_sereni_571709.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Essere sereni</strong><br />A fronte della domanda “cosa desideri?, cosa stai cercando?” molti rispondono “la serenità”, e solo più raramente ci si impegna per trovare la felicità, anche se il diritto alla felicità è persino sancito dalla costituzione degli Stati Uniti.
Questo perché la felicità è un attimo, che tutti abbiamo sperimentato alcune volte nella vita, e ci è poi sfuggita. Invece interpretiamo la serenità come uno stato, un obiettivo da raggiungere che, una volta raggiunto, possa diventare permanente.
Permanente, perenne, eterno … sono vocaboli che non si confanno alla nostra vita, e neanche la serenità è davvero stabile per sempre: la vita è cambiamento. 
Ma, nel complesso, sì. La serenità è un obiettivo raggiungibile ed è uno stato di lunga durata.
Personalmente credo sia impossibile indicare la strada per la serenità: ciascuno ha un diverso percorso, e diverse prove da superare. Ciò che però accomuna un po’ tutti è il simbolico ed archetipico viaggio dell’eroe di cui parlo in alcuni articoli. 
Tuttavia talvolta non riusciamo neanche ad identificare la serenità, o a definirla in maniera oggettiva. E qui le tecniche di comunicazione possono essere d’aiuto.
Ad esempio la psicodinamica identifica lo stato di serenità nel mantenere costantemente, salvo situazioni particolari, lo stato alpha.
Come è noto il nostro cervello lavora mediante onde cerebrali: ce ne sono diverse. Rimando ad altri articoli, o alle dispense, gli approfondimenti. Qui vorrei segnalare solo le onde cerebrali a cui ricorriamo generalmente durante lo stato di veglia, quando facciamo qualcosa.
Le onde beta sono quelle della reazione, quelle indispensabili in stato di stress o di pericolo.
Le onde alpha sono invece quelle dello stato rilassato, come una leggera meditazione, o quando facciamo attività come camminare, guidare in strade con poco traffico. 
In condizioni normali, il cervello va automaticamente nello stato che gli consente i migliori risultati, l’ottimizzazione delle risorse: un po’ come i più moderni computer che, se non sollecitati, vanno automaticamente in stand by.
Al tipo di attività corrisponde quindi un diverso tipo di onde cerebrali. Ma vale anche il contrario.
Un cervello sollecitato ad andare in stato alpha, ad esempio da pensieri rilassanti, o attraverso l’uso di ancore, comunica uno stato di calma e di serenità.
Viceversa un cervello sollecitato da iperattività a permanere in onde beta, comunicherà un perenne stato di emergenza e di stress. 
E, come per ogni cosa, l’abitudine è importante. 
Abituarsi quindi a far lavorare il proprio cervello mediante onde alpha offre una serie di vantaggi: miglior capacità di problem solving, maggiore connessione tra i due emisferi cerebrali e costante sensazione di serenità.]]></description>
			<guid isPermaLink="false">http://www.www.chingecoaching.it/1/essere_sereni_571709.html</guid>		</item>
		<item>
			<title>La scelta del desiderio</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/la_scelta_del_desiderio_655937.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La scelta del desiderio</strong><br />Non so come la pensate voi, ma io ritengo che avere una nutrita lista di desideri faccia bene alla vita. 
Chiariamoci: non penso che si debba essere come la famiglia Incontentabili che faceva uno spot su Carosello quando ero bambina! La lista dei desideri serve per realizzarla! 
Saper raggiungere un piccolo obiettivo ogni giorno, e saper avvicinarci, ogni giorno di più, ad un grande obiettivo aiuta a mantenere alta la motivazione, e aiuta ad essere proattivi.
E allora giochiamo un po’ con la Lista dei desideri: uno strumento base anche per iniziare un percorso di coaching.

Provate a stilare una lista di desideri: quelli che vi vengono in mente ora.
Mettetene il più possibile: grandi e piccoli!
E ora riscriveteli iniziando con VOGLIO.

Quasi sempre, tra la lista buttata giù a ruota libera e quella rielaborata iniziando con Voglio cambiano parecchie cose.
Perché dichiarare espressamente VOGLIO è una vera e propria dichiarazione di intenti: ci rende padroni dei nostri desideri, ma ci impegna anche a realizzarli.

E ora fate il passo successivo: scrivete i vostri desideri in maniera proattiva.

Cosa significa? Vuol dire esprimere un desiderio indicando che volete far qualcosa per realizzarlo.
Vediamo qualche esempio.
Voglio un paio di scarpe nuove potrebbe diventare Voglio risparmiare abbastanza da comprare un paio di scarpe nuove
Voglio essere sereno potrebbe diventare Voglio identificare la strada per essere sempre sereno
Voglio la pace nel mondo potrebbe diventare Voglio contribuire a portare la pace nel mondo
È un gioco, ma è anche un utile esercizio!]]></description>
			<guid isPermaLink="false">http://www.www.chingecoaching.it/1/la_scelta_del_desiderio_655937.html</guid>		</item>
		<item>
			<title>Non ci credo, è impossibile</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/non_ci_credo_e_impossibile_1261121.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Non ci credo, è impossibile</strong><br />Sono più di trent’anni che mi interesso di comunicazione e benessere. Ho cominciato da adolescente, e l’ho fatto per me stessa. Ora è anche parte integrante del mio lavoro.
I miei corsi, in aula o on line, contengono esercizi, racconti, esperienze per capire, sviluppare il proprio benessere, trovare serenità, superare dolori o difficoltà. 
E racconto solo ciò che ho sperimentato in prima persona.
Ogni volta che ne parlo, o che presento un corso, qualcuno manifesta scetticismo, ed esprime la convinzione che “sia impossibile”.
I dubbi, le perplessità, sono normali, ovvie. Il problema è quello delle profezie che si auto-avverano.
Perché ogni volta che riteniamo che qualcosa sia impossibile ci mettiamo nella migliore condizione che sia davvero impossibile.
La molla che muove il mondo è la curiosità, la sperimentazione, tentare, provare e riprovare.
La prima cosa da fare per essere più sereni, e più felici, è … darsene la possibilità. 
Banale, vero? ]]></description>
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		<item>
			<title>Appuntamento alle 7.30 (del mattino)</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/appuntamento_alle_7_30_del_mattino_491076.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Appuntamento alle 7.30 (del mattino)</strong><br />La capacità dei gatti di entrare in comunicazione con noi umani mi sorprende sempre
Qualcuno li definisce anaffettivi, egoisti, interessati solo ai loro comodi. Parlo dei gatti.
Io li amo, e ho costanti prove di quanto siano abili comunicatori, ed anche conoscitori del genere umano. Certo, ci vuole pazienza. 
I gatti sono curiosi, tant’è vero che in casa mia si dice curioso come un gatto, e non curioso come una scimmia. Non ho mai vissuto con una scimmia, ma ho infinite testimonianze della bella curiosità dei gatti. 
Basta un minimo cambiamento, per noi quasi impercettibile, e loro vanno a controllare, a verificare. E se il cambiamento piace, lo adottano come SOP (standard operating procedure). 
Questo per gli oggetti. Per gli esseri umani sono un po’ più diffidenti: ci studiano e ci mettono alla prova.
Ed ora, da qualche settimana, ho superato a pieni voti la mia prova con Spillo.
Spillo è un gattone, avanti con gli anni, che abita con il mio portinaio. Il suo primo “umano domestico” lo trattava male, così Spillo è diventato estremamente diffidente, e si è anche totalmente innamorato dei Albert (il portinaio) che lo ha portato via dalla sua casa iniziale. 
Spillo adora letteralmente Albert, al punto che quando Albert è andato per un mese in vacanza (nelle Filippine) Spillo non ha né dormito né mangiato per due giorni: vagava per casa alla ricerca del suo salvatore, finché qualcuno non ha avuto l’idea di tirar fuori dal cesto della biancheria sporca una maglietta di Albert e mettergliela nella cuccia: sentendo l’odore amato, Spillo si è finalmente tranquillizzato.
Io amo i gatti, e ovviamente ho un debole speciale per i gatti maltrattati. Così per mesi, incrociando Spillo in portineria, mi fermavo a salutarlo.
Per un po’ mi ha ignorato. Poi ha cominciato a rivolgermi un timido “miao”, ma solo quando Albert non era presente (forse non voleva farlo ingelosire). Poi il passo successivo: sentendo la mia voce, usciva dalla portineria e potevo fargli una carezza. Non di più, però. 
Poi, un giorno, la svolta: l’ho preso in braccio. 
E adesso, al mattino, mi aspetta sullo zerbino alla fine delle scale. Se arriva qualcuno rientra, ma sente il mio passo. E quando mi vede saluta, lui per primo, e si avvicina, a volte di corsa. Mi batte sulla gambe finché lo prendo in braccio: bastano un paio di minuti, poi rientra in casa.
E quando, dopo il cappuccino al bar, torno a casa, devo passare l’ispezione del mio Chopin, che mi sente addosso l’odore di un altro gatto.]]></description>
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			<title>E vai con lâ&amp;euro;™Engagement</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/e_vai_con_l_engagement_3126604.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>E vai con l’Engagement</strong><br />Engagement significa, da dizionario, fidanzamento ufficiale, promessa di matrimonio o, quanto meno, queste sono le traduzioni che compaiono per prime nell’elenco. Si procede con impegno, coinvolgimento, ingaggio, contratto: in pratica un legame molto stretto e coinvolgente tra due parti.
Leggo l’intervista ad un importante manager che specifica come, a fronte del cambiamento epocale dovuto ai social, sia necessario passare dal customer relationship management (gestione della relazione con il cliente) al customer engagement: pieno coinvolgimento del cliente. Ogni azienda dovrà quindi raccogliere sempre più informazioni sul cliente, conoscere in profondità la persona oltre che le abitudini e i criteri di acquisto, e fare in modo che il cliente si senta “nella stanza dei bottoni” aziendali.
Più o meno gli stessi concetti valgono per il patient engagement.
Questo è il futuro: mi adeguo, ne vedo degli aspetti positivi, soprattutto in ambito salute, ma permettetemi anche di fare il bastian contrario e di sollevare qualche obiezione.
La prima obiezione è che il pensiero che là fuori ci siano aziende che si fanno i fatti miei, che mi studiano sui social per schedarmi e trovare leve personalizzate per vendermi qualcosa mi fa sentire un po’ in balìa del grande fratello. C’è una differenza tra persona e consumatore, c’è una barriera tra le due ed è la frontiera tra il mio privato e il pubblico. Certo, si può sostenere che se scrivo su FB accetto dei varchi in quella frontiera, ma sono io che decido dove porre la dogana. Mai, come in questa epoca dove la privacy è garantita per legge, la stessa privacy viene costantemente insidiata e lesa.
La seconda obiezione è, secondo me, ancora più importante. E complessa.
Il cliente e il paziente non hanno più solo il diritto di essere informati: ora entrano nella stanza dei bottoni. O, almeno, si fa in modo che abbiano la convinzione di entrare nella stanza dei bottoni.
Tecnicamente questo implica che il paziente o il cliente sappiano tanto quanto il medico o l’azienda che produce e commercializza.
Facile! Afferma qualcuno. È dovere del medico, o dell’azienda, fornire informazioni e poi in rete si trovano infinite informazioni su qualunque argomento.
Sì, lo so, è ovvio. Ma, secondo me, esiste una profonda differenza tra informazioni e competenze, e il processo per trasformare un’informazione in competenza, o una nozione in cultura, è lungo e impegnativo. I miei studi e il mio lavoro mi hanno fatto acquisire competenze su molti farmaci, ma sulle patologie ho informazioni: le competenze sono del mio medico (o almeno spero!)
La confusione tra informazioni e competenze ha anche pesanti effetti collaterali.
In Italia ci sono sempre stati milioni di allenatori della nazionale di calcio. Adesso però, e basta guardare i social, abbiamo “aggiustato il tiro”: quelli che un tempo erano i pensionati che discutevano il lavoro degli ingegneri nei cantieri sono diventati milioni di italiani che lanciano critiche e pareri (e insulti) su tutto, preferibilmente su cose che richiedono competenze che non hanno.
Già questo sarebbe, secondo il mio modo di vedere, un problema, ma la conseguenza di tutto questo è grave.
Il professionista che si sente contestato e insultato nelle tematiche in cui lui avrebbe le competenze può facilmente trovare nell’engagement una modalità per abdicare le proprie responsabilità. 
So che, come azienda alimentare, ho l’obbligo di tutelare la qualità di ciò che ti vendo, ma ti ho coinvolto e informato, tu hai comprato, e io non sono più responsabile di ciò che ti vendo.
So che, come medico, ci sono scelte davvero difficili. Ora ti informo, ti invito ad informarti, e lascio la scelta a te paziente.
L’engagement può facilmente diventare una via di fuga dalle responsabilità. Certo, questo non vale per tutti, ma apre la strada. E chi non è, o non si sente profondamente, responsabile del proprio lavoro può anche farlo in maniera approssimativa, o con un pizzico di cialtroneria. E Dio sa che non abbiamo bisogno di sdoganare la cialtroneria.]]></description>
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			<title>Metti un pizzico di strategia</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/metti_un_pizzico_di_strategia_479566.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Metti un pizzico di strategia</strong><br />La vita è creativa: 

ci sono momenti in cui tutto va bene, e meritano di essere goduti appieno
ci sono momenti in cui tutto va storto, e vogliamo solo leccarci le ferite
 


ma ci sono anche un’infinità di giornate “normali”, in cui qualcosa va storto e qualcosa funziona.
Di solito è in questi momenti che decidiamo di iscriverci ad un corso, sia esso di PNL, Psicodinamica o qualunque altro argomento affine.
Si trova sempre qualcosa di utile, al momento si è spesso entusiasti, ma poi … 
Recentemente ho incontrato amici con cui avevo frequentato un corso di PNL. Qualcuno continua, corso dopo corso, qualcuno ha mollato e ritiene il percorso fatto solo una bella esperienza, o poco più. 
Ma perché? I corsi non funzionano? Le persone “sbagliano”?
Né l’uno, né l’altro. 
Certo, ci sono corsi più o meno belli, approfonditi, tenuti da persone più o meno in grado di spiegare, argomenti più o meno utili per ciascuno di noi in un determinato momento.
Le persone non sbagliano. È da un po’ che conduco la mia personale battaglia contro il concetto di giusto e sbagliato, e penso (lo so, mi ripeto spesso, ma è importante) che finché ci si valuta con il metro del giusto – sbagliato abbiamo poche possibilità di raggiungere quel tanto sospirato stato di benessere.
E allora?
Io credo che mettendo un pizzico di strategia nella nostra vita abbiamo molte più probabilità di ottenere i risultati desiderati, compreso il far fruttare quel corso per cui abbiamo speso parecchie centinaia di euro.
Ma questa frase cosa significa, in pratica?
In genere tra il momento in cui decidiamo di frequentare un corso e la fine del corso stesso passano alcune settimane, a volte alcuni mesi. C’è la ricerca del corso, l’iscrizione, l’attesa per la data di inizio, il percorso del corso stesso.
Possiamo quindi far fruttare queste attese dedicando qualche minuto al giorno a scoprire “cosa mi servirebbe e cosa voglio ottenere”.
Domande, sostanzialmente, semplici, su cui diamo una lunga serie di risposte molto vaghe. 
Ma se non sappiamo cosa cerchiamo è davvero difficile ottenerlo!
Non sto suggerendo una dettagliata lista dei desideri, anche se a volte può essere utile, ma qualcosa di più semplice.
 
La PNL e la Psicodinamica, ad esempio, hanno esercizi utili a cambiare un comportamento indesiderato. Hanno esercizi per scavare dentro di sé e per interagire con gli altri, hanno esercizi per indagare e risolvere problemi, per affrontare  paure …
Insomma, ci forniscono una sorta di bacchetta magica. 
Ma avere una bacchetta magica e non sapere per che cosa usarla è quasi più frustrante che non averla.
E allora, prima del prossimo corso, fate le vostre liste.
Sì, cominciando così:
se avessi una bacchetta magica ….

Farei pace con quel collega che …
Convincerei mio marito a
Capirei perché mia sorella …

E via di questo passo!]]></description>
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			<title>La chiamano mindfulness, presency o consapevolezza</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/la_chiamano_mindfulness_presency_o_consapevolezza_1037904.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La chiamano mindfulness, presency o consapevolezza</strong><br />Consapevolezza, mindfulness, presency, aggiungo stato alfa. Chi si occupa di questi argomenti, chi tiene corsi o scrive libri su questi argomenti, è in grado di spiegare esattamente le profonde differenze che ci sono. Non è per raccontare le differenze che scrivo questo articolo, ma per le analogie che esistono tra queste “tecniche” e, soprattutto, per i risvolti pratici che hanno.
Perché ormai molti studi, e tanta esperienza, dimostrano che chi sa meditare, chi è presente a se stesso, chi sa vivere in stato alfa, chi ha acquisito la consapevolezza di se stesso, vive meglio, ottiene risultati professionali migliori con minori sforzi, non subisce stress, sa far fronte alle difficoltà, …
In maniera un po’ semplicistica, posso dire che dopo decenni di one minute manager, di valutazione esclusivamente economica del successo, di immagini di riferimento di carrieristi sfegatati e via dicendo, abbiamo riscoperto l’acqua calda: l’essere umano felice funziona meglio.
Sì, è detto in maniera semplicistica, ma è un dato di fatto. Il valore del successo, del denaro, dei beni materiali, della carriera, è ben poca cosa rispetto alla qualità di vita, tant’è vero che esistono ricerche numericamente importanti su come esista un limite “massimo” di denaro che porta alla buona qualità di vita. Superato quel limite massimo, la felicità si abbassa, la qualità di vita diminuisce.
Potrei citarvi articoli, libri, documenti. Tranquilli: non lo farò. Posso dire, per esperienza personale, che queste tecniche “funzionano”: danno maggiore lucidità, resistenza allo stress, capacità di affrontare efficacemente gli imprevisti, ed anche maggiore serenità.]]></description>
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			<title>Le vittorie di Pirro</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/le_vittorie_di_pirro_1020757.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Le vittorie di Pirro</strong><br />Pirro era un re che, nel terzo secolo avanti Cristo, sfidò Roma, invadendo l’Italia. In una delle battaglie (quella finale) i romani persero, ma causando tante e tali perdite all’esercito di Pirro che questi fu costretto ad abbandonare la guerra. 
Mi è tornato in mente in questi giorni perché ho assistito ad una telefonata tra una cara amica e il suo compagno, e mi sono trovata ad assistere ad una discussione tra alcuni amici – colleghi.
In entrambe i casi, era guerra aperta. E in entrambe i casi, chiunque vinca otterrà al massimo una vittoria di Pirro. 
Sono situazioni estremamente frequenti, troppo frequenti. 
Chiariamoci: io sono combattiva, molti mi definiscono aggressiva. Ma prima di affrontare una potenziale vittoria di Pirro bisogna pensarci bene, perché è peggio di una sconfitta. 
La vittoria di Pirro parte dal presupposto che “sono disposta a soffrire pur di non lasciarti vincere”. 
L’alternativa non  è la sconfitta, ma la negoziazione: la ricerca di una soluzione in cui vincano entrambe i contendenti. E non è più difficile da raggiungere: basta capire cosa si vuole e cosa vuole l’altro. Raramente le due cose sono totalmente incompatibili, difficilmente non esiste una terza alternativa che faccia felici entrambe. 
Per accettare, potenzialmente, una vittoria di Pirro devono esserci in gioco valori forti. Pensateci, alla prossima lite … ]]></description>
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			<title>Ribaltiamo l'empatia</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/ribaltiamo_l_empatia_3272533.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ribaltiamo l&#039;empatia</strong><br />Empatia significa mettersi nei panni dell’altro, sentire quello che sente l’altro, provare le stesse emozioni e sentimenti. Una definizione che, secondo me, è più poetica ci arriva dagli indiani d’America: fare un pezzo di cammino indossando i mocassini dell’altro.
Questa estrema cura dell’altro ha fatto sì che per alcuni l’empatia sia diventata una manifestazione di buonismo. Niente è più lontano dalla realtà.
Bene: cominciamo da qui.
Una persona empatica è pienamente consapevole dei sentimenti e delle emozioni altrui. Se vuole, può consolare, incoraggiare, trovare le parole più adeguate per far sentire l’altro pienamente supportato. Se vuole.
Perché anche una persona empatica può essere offesa, arrabbiata, o provare un forte desiderio di colpire qualcuno. Sono empatica, non una santa.
Le parole diventano dunque un’arma potente, che colpisce e ferisce nel profondo. L’empatico lo sa, sente il dolore di chi è ferito e, se l’ha fatto consapevolmente, se ha voluto ferire, prova anche una certa soddisfazione.
Talvolta sento anche qualcuno affermare: quando voglio, sono molto empatica.
Perdonate. Ci credo poco.
Una frase del genere presuppone che l’empatia sia una specie di interruttore che si può spegnere o accendere a piacimento e, di solito, se si approfondisce la faccenda si scopre che la persona si sente empatica verso le persone a cui vuole bene, quelle a cui presta attenzione.
Magari fosse così semplice!
Invece chi è empatico lo è sempre. Talvolta capita di percepire l’antipatia che qualcuno prova per noi empatici, il disprezzo, il fatto che qualcuno ci detesta. E l’empatia fa sì che lo sentiamo così profondamente da provare fastidio per noi stessi, finendo per mettere fortemente in dubbio il nostro modo di essere. Tutt’altro che piacevole!
E poi l’empatia può fare danni, avere effetti collaterali anche gravi.
Immagina di ascoltare qualcuno raccontarti i suoi problemi. Sei empatico, senti e vivi le sue emozioni. Ti viene raccontato un problema, una difficoltà, che conosci molto bene, che in passato hai affrontato anche tu, e magari l’hai risolto brillantemente.
Qui nasce il casino. Perché è davvero molto complicato fermarsi, ascoltare, ed evitare di suggerire le soluzioni che tu avevi trovato e sperimentato, dimenticando due cose fondamentali:
Ciò che è stato risolutivo, positivo, per qualcuno, può non esserlo per un’altra persona, con un altro carattere. Può persino peggiorare le cose.
Affinché una soluzione funzioni, e funzioni a lungo termine, deve essere trovata dalla persona che ha il problema. Altrimenti è come copiare un compito in classe: si può evitare un brutto voto per una volta, ma il problema si ripresenterà.
Chi aiuta, chi prova empatia, supporta, incoraggia, ma non fornisce soluzioni preconfezionate.
Infine desidero demolire (sì, demolire, distruggere) la falsa convinzione circolante che l’empatia sia un dono di natura (o un difetto innato).
Questa idea è molto simile a quella che la capacità di comunicare efficacemente sia qualcosa che appartiene a qualcuno, e gli altri sono automaticamente fuori dal gioco.
L’empatia si impara, come si impara a comunicare, come si può sviluppare l’intelligenza emotiva in ogni sua componente, e come si può apprendere la grammatica o la matematica. Gli unici che hanno difficoltà gravi nello sviluppare l’empatia sono le persone prive di neuroni specchio, ma qui entriamo nell’ambito delle patologie.
E poi… che dire? Nonostante i difetti e i problemi correlabili all’empatia, se ciascuno sviluppasse la propria credo che il mondo sarebbe un posto migliore!]]></description>
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		<item>
			<title>Collaborare: cosa serve?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/collaborare_cosa_serve_1015638.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Collaborare: cosa serve?</strong><br />Che si parli di collaborazione, team working, co-creazione, co- working … la sostanza cambia davvero poco. 
Certo, ci sono differenze, sfumature, e spesso intenzioni diverse, ma l’essenza è che in momenti di crisi e confusione si guarda alla collaborazione come la possibile soluzione di tutti i problemi. 
Lo è davvero o, talvolta, genera più difficoltà di quelle che c’erano?
Ammettiamolo: collaborare è un bel sogno, ma i casi in cui funziona davvero sono rari. 
Ricordate i tempi di scuola, quando ci si trovava con i compagni per studiare? Le persone con cui, insieme, si studiava e si imparava di più erano pochissime. Ma quando si riusciva a trovare il compagno o la compagna di studi si ottenevano risultati eccellenti. 
Nelle collaborazioni, siano esse collaborazioni professionali, rete di imprese o associazioni, la situazione è decisamente accentuata. Ed è così che l’Italia, ad esempio, è uno dei Paesi con il maggior numero di associazioni non profit, ma anche uno di quelli in cui i progetti si arenano e le associazioni si sfasciano.
Recentemente sono stati pubblicati alcuni libri interessanti sul “fenomeno” della collaborazione: ve ne parlerò prossimamente. È inoltre abbastanza recente la legislazione sulle reti di impresa, un altro fenomeno tipico degli ultimi anni. Mi limito poi a semplici citazioni delle recenti disposizioni sulle collaborazioni tra medici di famiglia, o il proliferare di progetti scolastici interdisciplinari o addirittura tra diverse scuole (d’altra parte i comprensivi scolastici possono essere letti come un progetto di collaborazione).
Ricordiamolo: i casi di fallimento delle iniziative di collaborazione sono di gran lunga maggiori dei casi di successo. 
L’esplorazione di tutte le sfaccettare richiede competenze che non ho, e fiumi di parole, ma ci sono alcuni elementi base che desidero esplorare con voi nella consapevolezza che per uscire dalla crisi siamo, tutti indistintamente, tenuti a collaborare, in forme diverse, con persone diverse, con modalità diverse. 
Il futuro è la sinergia: il team working in tutte le sue forme. Da non intendersi come un banale “superamento dell’individualismo” o, peggio ancora, sacrificio dell’individualismo in nome del bene collettivo. Non si tratta di scegliere tra sé e il resto del mondo! 
La sinergia permette a ciascun singolo individuo di ottenere di più di quanto potesse sperare e al gruppo di ricavare benefici. C’è molto da fare! Sono necessari alcuni cambi di prospettiva e, primo tra tutti, è indispensabile tenere ben saldi i valori etici. 
Ripeto: il futuro è la sinergia.
Ed ecco perché troverete man mano pubblicati alcuni articoli che esaminano in termini molto terra terra i passi fondamentali per una buona collaborazione, e alcuni testi di approfondimento consigliati.]]></description>
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		<item>
			<title>Ribaltare i modelli mentali â&amp;euro;&amp;ldquo; la modestia</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/ribaltare_i_modelli_mentali_la_modestia_3141727.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ribaltare i modelli mentali – la modestia</strong><br />Mio padre, educatore piuttosto rigido in famiglia, mi ha insegnato che la modestia è una virtù. Mi ha anche spiegato pazientemente che come modestia si intende qualcosa di simile a sminuire le proprie capacità e, pensando forse di farmi un complimento, mi disse che non avrei avuto particolari problemi ad essere modesta, non avendo particolari capacità di cui vantarmi.
Negli anni ho studiato la Bibbia, la Kabbalah e l’I Ching: tre testi che ci sono arrivati attraverso i secoli, pieni di saggezza e spiritualità.
Tutti e tre parlano di modestia, ma il concetto, praticamente uguale nei tre Libri, presenta alcune importanti diversità con ciò che avevo imparato.
Modestia significa non vantarsi dei risultati ottenuti, non cercare successi esclusivamente a proprio beneficio, non affannarsi in imprese al di sopra delle proprie capacità, ma anche non rifuggire compiti che, invece, siamo in grado di portare a termine, per quanto sembrino gravosi o difficili.
La persona modesta è attiva e soprattutto proattiva: agisce in armonia con l’universo, il proprio compito e il proprio destino.
Davanti ad un incarico che appare terrificante, quasi impossibile, non si ritrae, ma si impegna a comprendere se è necessario per il bene comune e se il compito gli viene segnalato dal proprio ego o dal destino, o da Dio stesso. Nel primo caso si ritrae, ma nel secondo caso non importa quanto dovrà studiare o faticare: il compito verrà portato a termine.]]></description>
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		<item>
			<title>Temo sia una questione di valori</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/temo_sia_una_questione_di_valori_3276132.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Temo sia una questione di valori</strong><br />Se ne è parlato sui media, ma non tanto: decisamente meno che di altri argomenti che, evidentemente, sono stati ritenuti più interessanti.
La prima domanda è proprio questa: perché tanti, ma proprio tanti, argomenti sono stati ritenuti più interessanti, coinvolgenti, dell’annversario della dichiarazione dei diritti umani. Eppure ci sono anniversari e “giornata de…” su cui ci cominciano a martellare al mattino presto, a volte anche il giorno prima, e fino a sera non c’è telegiornale, trasmissione, quotidiano o social che non tratti l’argomento fino ad esaurimento (almeno quello della mia pazienza).
La Dichiarazione universale dei diritti umani è passata in sordina, ne hanno parlato pochi e poco. Non interessa, non coinvolge.
Vengono dati per scontati? Non mi sembra, visto che le battaglie contro vaccini e greenpass si appellano alla Costituzione, ai Diritti umani, alla libertà individuale… Mi aspettavo che almeno qualche novax accanito ci ricordasse l’anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani. Invece no o, almeno, io non ho visto nulla.
Forse sono scomodi? Sì, certo che i diritti umani sanciti dalla dichiarazione sono scomodi perché chi li ha acquisiti dovrebbe quasi automaticamente sentire il dovere di tutelarli e conquistarli per tutti: non basta dire che cu.. essere nati dalla parte giusta!
Sono scomodi perché abbiamo ampie dimostrazioni di come e quanto i diritti sanciti non vengano rispettati, e tantomeno difesi. Sembriamo quelli che, nelle loro case comode, blateravano contro la schiavitù, ma avevano fatto investimenti nelle navi negriere che davano un bel po’ di profitti. Non è passato molto tempo, e l’atteggiamento non è poi cambiato tanto.
In quanto sono pronti a boicottare aziende che fanno lavorare bambini o che usano i braccianti agricoli sotto le norme del caporalato? Si ceca di non saperlo, ma quando si scopre, poi, non facciamo granché.
Il problema della dimenticanza della Dichiarazione universale dei diritti umani è dunque legato al fatto che ogni diritto sancito ci richiama a dei doveri?
Non credo, secondo me c’è di più, e di peggio.
Temo che il problema sia che la Dichiarazione universale dei diritti umani è fondata su valori che, appena usciti dal dramma della seconda guerra mondiale, erano condivisi e urlavano a gran voce di essere fondamentali. Sono valori di umanità, rispetto, aiuto.
Si sono persi?
Non proprio, sono ancora lì, ma non sono più prioritari.
La vita, le azioni, le scelte di ciascuno di noi si basano su una gerarchia di valori ed è la graduatoria che, spesso, è determinante. Questo vale per l’individuo e per la collettività. Lo dimentichiamo, ma lo viviamo tutti i giorni.
Ecco, semplicemente i valori condivisi che hanno portato alla Dichiarazione universale dei diritti umani sono ora in secondo piano.
È molto triste.]]></description>
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		<item>
			<title>Invecchiare o cambiare età?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/invecchiare_o_cambiare_eta_3280485.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Invecchiare o cambiare età?</strong><br />Fino ai 60 anni mi sembrava semplicemente di dover cambiare un numero, ora, ogni tanto, vengo presa dalla paranoia dell’invecchiare.
Solo ogni tanto, però.
La voglia di imparare, di fare cose nuove, la capacità di fare cavolate, sono assolutamente immutate.
Il rapporto col tempo è cambiato con la malattia, quindi l’età non c’entra.
Poi, inesorabilmente, mi sento vecchia quando mi confronto con la tecnologia, che per me è un servizio, come l’auto, la TV, il telefonino, e non mi rassegno al concetto che sia l’elemento dominante nelle relazioni con le persone o col mondo.
Molti amici sono in pensione, e gli argomenti di conversazione inesorabilemnte cambiano: gli acciacchi dominano laddove un tempo erano i casini con capi, colleghi, clienti.
E poi c’è un altro elemento, quello che fa più male: come ti vedono gli altri.
Ho il vantaggio di non essere mai stata abbastanza bella da dover rimpiangere, ora, i segni dell’età. Da tempo mi sono adeguata, in ambito professionale, ad essere chiamata Carla invece che Dottoressa Fiorentini, né mi ferisce, oggi, l’essere chiamata signora.
Mi ferisce, invece, quella consapevolezza di essere spesso snobbata. Non mi facilita la forte empatia che ho sempre avuto, e negli anni ho imparato a gestire. Li sento e li vedo, i pensieri che frullano. Cosa vuole quella lì: non è della nostra generazione, è obsoleta!
A volte preferirei capire che mi ritengono stronza, antipatica: almeno quello sarebbe una mia responsabilità. Ma sull’età non posso agire, a meno di non negarla, falsificare i dati. Ma questo, oltre ad essere complicato, contravviene tutti i miei principi di coerenza tra ciò che sono, ciò che faccio e ciò che dico.
Ecco, in fondo il problema è lì: io penso ancora di cambiare età, ma il mondo sa che sto invecchiando.  ]]></description>
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		<item>
			<title>Imparare</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/imparare_439144.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Imparare</strong><br />Chopin ama passeggiare sul pianerottolo di casa, spesso nella speranza di incontrare la signora che abita a fianco: molto anziana (in genere gli animali hanno una buona dose di rispetto per gli anziani e i bambini) e molto affettuosa.
L’altro giorno Chopin ha scoperto la porta che dà sulle scale di servizio. È una porta come quelle dei saloon, e in genere non la si nota perché è chiusa. Era rimasta aperta di qualche millimetro: evidentemente la molla di chiusura, dopo tanti anni, si è un po’ allentata. 
Chopin si è fermato, l’ha annusata, e deve aver immaginato, dall’odore, che al di là poteva esserci qualcosa di nuovo. 
Così ha fatto quello che fa con tutte le porte: si è messo di impegno con la zampa per aprirla.
Peccato che più lui riusciva ad aprirla, più quella acquistava velocità nel richiudersi. 
Così si è rivolto a me con sguardo interrogativo, miagolando. E io mi sono messa a dare colpetti alla porta con il piede.
Mi ha osservato per un po’. Poi evidentemente ha capito il meccanismo: non è la solita porta che si tira, ma bisogna spingere.
Così ha dato una leggera testata alla porta che si è leggermente aperta, e subito richiusa.
Ma il concetto era quello giusto!

Seconda testata, un po’ più forte, e la porta si è aperta ancora di più.
Un po’ di rincorsa, e terza testata, ancora più forte, e la porta si è aperta ancora di più.

E a quel punto ho visto Chopin guardare la porta con un’espressione di chiaro “ma vaffa …” perché evidentemente sì, la porta si apriva, ma le testate per farlo erano un po’ troppo violente per i suoi gusti.
Io sono scoppiata a ridere, e lui è rientrato in casa un po’ offeso.
E così mi ha dimostrato che imparare e trovare soluzioni è sempre possibile, ma bisogna anche sapere quando fermarsi.]]></description>
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			<title>Raggiungere l'obiettivo, realizzare il desiderio</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/raggiungere_l_obiettivo_realizzare_il_desiderio_439147.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Raggiungere l&#039;obiettivo, realizzare il desiderio</strong><br />Avete sentito parlare della Legge di Attrazione? Credo di sì, è un argomento molto di moda, su cui torneremo in futuro. Ora, senza entrare in dettagli e spiegazioni, in estrema sintesi la legge di attrazione afferma che è possibile realizzare i nostri desideri e obiettivi.
Non è proprio una novità: mia nonna, come proverbio di saggezza popolare, sosteneva che “volere è potere”: sapere cosa si desidera, e mettere tutte le nostre capacità ed energie, significa avere la possibilità di realizzare il desiderio.
È così semplice, quindi?
Magari! 
Tra il desiderio e la sua realizzazione c’è la strada da fare, e soprattutto il prezzo da pagare.
E talvolta il prezzo da pagare è molto alto. E in certi casi è talmente alto da perdere noi stessi lungo la strada, o da farci rinunciare dopo qualche sofferenza.
L’I Ching ci aiuta ad identificare il prezzo da pagare per la realizzazione del nostro obiettivo segnalandoci responsi negativi. Poi esiste il libero arbitrio, sta a noi decidere.]]></description>
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			<title>Metti un pizzico di strategia nella tua vita</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/metti_un_pizzico_di_strategia_nella_tua_vita_605295.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Metti un pizzico di strategia nella tua vita</strong><br />Chi supera brillantemente i momenti di crisi è colui che decide di investire. 
Questa è una regola che si è dimostrata estremamente efficace nel mondo degli affari. Sembra un controsenso? Soldi non ce ne sono, l’intero mondo sembra minacciarvi, e io vi suggerisco di investire?
Io credo che il denaro sia una parte importante della vita, ma non il denaro fine a se stesso. Concepisco il denaro come un mezzo, non come un fine.
Per questo credo che il vero investimento da fare, nei momenti di crisi e di confusione, sia l’investimento di tempo e di attenzioni verso se stessi. 
Mai come in questo periodo le persone sono confuse, insicure, incerte, dubbiose. La crisi economica ha fatto esplodere e messo ben in vista una crisi strutturale profonda del nostro stile di vita, dei valori della nostra società. 
È quasi impossibile non avere dubbi e incertezze, non temere per il futuro.
Eppure è proprio in questi momenti che possiamo trovare in noi stessi risorse impensabili, e migliorare la nostra qualità di vita. Il dubbio, la riflessione, il cambiamento possono essere risorse fantastiche per ottenere un futuro migliore. 
I dubbi non mancano, la riflessione è necessaria, il cambiamento indispensabile.
Forse mancano alcuni strumenti di supporto.
Tra gli strumenti di supporto più utili che ho sperimentato ci sono la psicodinamica, la PNL e altre tecniche come la logos intesi e l’EFT, ma credo che ce ne siano altri ancora. 
Queste scuole, che io definisco genericamente di comunicazione in quanto agiscono profondamente sia sul nostro dialogo interiore che sui nostri rapporti con gli altri, possono (secondo me!) essere paragonate ad ottime e fornitissime cassette per gli attrezzi. 
Ed è qui che, per molti, emerge il problema: anche la più completa strumentazione del mondo risulta poco utile se non so decidere cosa costruire.
Parlando con i tanti amici conosciuti ai corsi mi sono resa conto che, rispetto ad alcuni di loro, io avevo un vantaggio: la conoscenza dei principi di marketing strategico.
Da tempo sostengo che il marketing è prima di tutto banale buon senso: basta conoscere alcuni schemi ed è facilmente applicabile e fruibile da tutti. 
Da qui ad inventare un modo per rendere utilizzabili da tutti gli schemi di un piano di marketing strategico il passo è stato breve: selezionare le cose più utili e semplificare alcuni schemi e concetti. 
Il fine, l’obiettivo di tutto ciò è quello di trovare le linee guida di ciò che si desidera diventare, identificare se ci serve un martello per piantare chiodi o una lima per eliminare le sbarre che noi stessi ci siamo creati.
Se pensi che ti possa essere utile …
Metti un pizzico di strategia nella tua vita. ]]></description>
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			<title>Ribaltiamo i modelli mentali: dentro o fuori dalla zona di comfort</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/ribaltiamo_i_modelli_mentali_dentro_o_fuori_dalla_zona_di_comfort_3269233.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ribaltiamo i modelli mentali: dentro o fuori dalla zona di comfort</strong><br />Quest’anno è decisamente andata di moda: la zona di comfort o, meglio, l’invito ad uscire dalla zona di comfort perché è là, fuori, che si trovano le aree del miglioramento, della crescita, dell’innovazione, della responsabilità, della gioia. Là, fuori, c’è il meglio!
Siamo sicuri?
Io, con un pizzico di polemica, io che sono una grande rompiscatole, io che amo sviscerare le cose ridendoci sopra, vorrei entrare in merito alla questione.
Lascio ad altri la spiegazione dettagliata della zona di comfort: non intendo scrivere un libro, basta digitare zona di comfort su Google e si trovano moltissime spiegazioni (alcune chiare e utilissime, secondo me): per queste mie riflessioni basta quello che il termine zona di comfort ti evoca, è sufficiente il tuo sentire.
Comincio da qui: da febbraio 2020 siamo più o tutti, come individui e come collettività, fuori dalla zona di comfort. Siamo scomodi, qualcuno è fuori un balcone, parecchi hanno vissuto stati di ansia, e poi di depressione, molti stanno re-inventando se stessi e il proprio lavoro.
Se uscire dalla zona di comfort, mettersi alla prova in situazioni che non conosciamo alla perfezione, che rappresentano una sfida, che non ci fanno stare del tutto tranquilli, ci porta a crescere, dovremmo vedere intorno a noi milioni di persone più consapevoli, evolute, felici e creative.
Sto cercando.
Ma dalle mie parole, dalle mie definizioni, manca qualcosa.
Non si cresce automaticamente perché qualcosa o qualcuno ci ha sbattuto fuori dalla zona di comfort. Bisogna uscire consapevolmente, scegliere di uscire.
Ecco: così va meglio.
Cambiamo un attimo prospettiva e andiamo ad osservare cosa accade in caso di malattia grave.
Molti, a partire da Bebe Vio, e persino la sottoscritta, hanno scoperto nella malattia una strada per la felicità. Certo, io sicuramente avrei fatto a meno della malattia, però mi è servita, mi è persino stata utile. Vedi, Carla, tu che rompi sempre, che uscire dalla zona di comfort serve?
Forse. Conosco anche persone che dopo una diagnosi decisamente antipatica si sono incattivite, ma non è questo che voglio raccontare.
Nella malattia ci sono giornate, settimane, mesi, in cui vivere è scomodo, alzarsi la mattina non è sempre possibile e, quando lo è, è faticoso. Ciò che serve, allora, è costruirsi una zona confortevole, sia fisica che mentale, uno spazio di pace, di ben-essere. Altro che uscire dalla zona di comfort! Per settimane ho lavorato per costruirmene una che funzionasse nella mia realtà modificata!
E ancora. Forse hai seguito Criminal minds. C’è un episodio in cui Morgan viene torturato. Sopporta la tortura rifugiandosi in una speciale zona di confort mentale, un luogo perfetto dove può convocare le persone che ama (sì, anche il padre che fisicamente è deceduto) e in cui nessuno può realmente danneggiarlo.
Io ho creato il mio primo Luogo perfetto molti anni fa, durante un corso meraviglioso, e ora lo insegno come esercizio: funziona.
Aggiungo un ultimo elemento.
Uscire dalla zona di comfort presuppone flessibilità, curiosità, ricerca dell’innovazione, accogliere punti di vista diversi dai nostri, percorrere strade ignote. Fuori dalla zona di comfort sei amico del dubbio, e non ti riesci a sentirti figo, se esci davvero.
Riassumendo: c’è un tempo per creare o tenersi stretta la zona di comfort e un tempo per uscirne. E, secondo me, l’unica costante è cercare di ampliarla.
Se riesco ad accogliere ogni situazione, possibilità o inghippo, con la consapevolezza di poterlo affrontare, se includo ogni cosa o persona nel mio mondo, pur riservandomi il diritto poi di buttar fuori qualcuno, se il mio principale desiderio è quello dell’armonia con il tempo e l’universo, la mia zona di comfort è estremamente ampia e dilatabile all’infinito. Nulla mi è davvero ostile, ma ogni cosa o evento ha ragione di essere. E io non ho bisogno di uscire dal ben-essere, ma di includere il nuovo e il diverso nel mio mondo e nel mio ben-essere.  ]]></description>
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			<title>Cosa è normale</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/cosa_e_normale_2241394.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Cosa è normale</strong><br />Normale ha un significato, ed un’etimologia, derivante dalla geometria, ma significa anche “che rispetta le regole”.
Ecco: è proprio qui che noi umani abbiamo creato la devianza dal termine originale perché un conto è che un qualsiasi cosa rispetti le regole, sia usuale, consueta, e ben diverso è che per questo motivo sia corretta, mentre tutto ciò che non è normale è sbagliato.
La natura ci vuole adattabili, flessibili e anche noi umani, benché abbiamo una forte resistenza al cambiamento, siamo soggetti a trasformazioni.
Anche ciò che è normale cambia. È mutevole in funzione dei tempi, della cultura, delle abitudini acquisite, ed è decisamente soggettivo.
In pratica la normalità è una potentissima gabbia in cui siamo inseriti, parzialmente per obbligo e parzialmente per scelta. Ciò che era normale secoli fa non lo è oggi, e ciò che lo è oggi non lo sarà, probabilmente, domani.
Se non ci fossero stati individui capaci di andar oltre la normalità, spesso a loro rischio e pericolo, avremmo compiuto un viaggio molto più breve delle idee, dell’esperienza e delle scienze.
Pensateci bene: quando parliamo di normalità siamo, in fondo in fondo, solo delle rane bollite. E qui, forse, merita una spiegazione della metafora. Noam Chomsky, filosofo americano, identificò come spesso interi popoli rinuncino a diritti, etica, rivendicazioni, poiché vengono condizionati come una rana. Se mettiamo una rana in una pentola di acqua bollente, schizza via. Messa in un pentolone di acqua fredda, invece, la rana nuota. Se si accende il fuoco e si fa scaldare l’acqua lentamente la rana si adatta, poi perde progressivamente energie e infine, quando l’acqua bolle, non è in grado di fuggire e finisce … bollita.
Siamo, spesso, rane bollite. Ogni sera il telegiornale ci mostra terribili immagini di naufragi, guerre, stragi. E noi? Prepariamo la cena o continuiamo a mangiare. In fondo, che potremmo fare? Siamo così abituati a frodi, malversazioni, furti e scandali che quando ne scoprono uno nuovo … ci indigniamo sempre meno. Persino la nostra personale sofferenza talvolta diventa normale e non facciamo più nulla per cambiarla.
No, non vi sto incitando alla rivoluzione, né parlo a nome d una qualunque formazione politica: mi limito ad esprimere alcune riflessioni.
Ogni volta che attribuiamo alla nostra soggettiva normalità il valore della giustizia, della correttezza, e consideriamo sbagliato o pericoloso ciò che non riteniamo normale ci stiamo, pericolosamente, avviando verso la bollitura, quando meno del cervello e del libero arbitrio.
Visto da vicino, nessuno è normale (Franco Basaglia)]]></description>
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			<title>KBA: una fantastica avventura</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/kba_una_fantastica_avventura_3152244.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>KBA: una fantastica avventura</strong><br />Quando ho terminato di scrivere il mio primo libro sull’I Ching, volontà e destino – l’I Ching come mentore nella vita quotidiana ho chiesto all’oracolo stesso se il libro andava bene, l’intenzione contenuta nella domanda è se ci sono nel testo cose che non vanno, ma anche se il libro avrà successo. Il responso, alcuni anni fa, è stato l’esagramma 44 con linea mobile al 5° posto che muta nell’esagramma 50.
Questa fu la mia interpretazione:
L’esagramma 44 non è positivo, ma la linea mobile al quinto posto è decisamente favorevole. L’indicazione è che vengono manifestate competenze e capacità nel lavoro, e ho interpretato come risposta che il libro è tutto sommato fatto abbastanza bene. L’invito è di insegnare senza indottrinare, e spero che questo testo trasmetta il mio desiderio di condividere più ancora che di insegnare. La linea suggerisce poi un intenso lavoro su se stessi, e vi assicuro che in questi mesi tra counsellor, psicologo, meditazione e riflessioni ho lavorato davvero tanto su me stessa.La linea racconta anche di un dono, una benedizione, che piove dal cielo. Sono piuttosto titubante, ma devo ammettere che forse si tratta della stessa malattia che mi ha regalato il tempo per finire il libro e mi ha offerto tantissime manifestazioni di affetto da parte degli amici e dei miei familiari da riempirmi di gioia e aumentare la mia (scarsa) autostima.
L’esagramma di arrivo è il 50, il crogiolo: uno dei più belli di tutto il Libro dei Mutamenti. Simboleggia la trasformazione del piombo in oro. La mia interpretazione è che i mesi di stallo, malattia, sofferenza, siano il piombo che può essere, tramite accorta gestione dell’esperienza, trasformato in oro. L’esagramma significa nutrimento e, questo mi fa ben sperare persino per i risultati di vendita del libro. Indica qualcosa di nuovo che dovrà essere curato attentamente e indica il lavoro di gruppo, facendomi pensare ad uno sviluppo di collaborazioni.
Infine la sentenza dichiara: “Il saggio comprende il suo destino e guida la sua vita in armonia col destino.” Dubito di potermi chiamare saggio, ma sicuramente la mia ambizione è quella di saper unire volontà e destino in sinergia tra loro.
Non sapevo, allora, che il dono dal cielo, la benedizione che quel libro mi portava era la mia partecipazione, anni dopo, alla Karmic Business academy, e lo sviluppo di nuove, emozionanti, collaborazioni. Questo è ciò che è successo.
È cominciato tutto con una mail che Martina ha mandato al mio sito Ching & Coaching quasi un anno fa, il 27 giugno 2018 alle ore 17.57.
Martina mi raccontava di Money Surfers, leader italiano nella formazione al Forex, di Davide&Enrico, autori del libro La felicità fa i soldi, e del progetto Remake your life, chiedendomi un intervento alla Karmic Business Academy, di 4 ore, collegato all’I Ching e al mio libro Volontà e Destino.
Personalmente detesto le situazioni in cui, a fronte di una qualunque richiesta, si risponde Ci penserò, le farò sapere, ne riparliamo, quindi dovevo e volevo decidere in fretta.
In realtà ho letto quella mail la sera tardi, rientrata dal mio controllo oncologico semestrale, quindi avevo la notte per pensare, e io non soffro di insonnia!
Me ne sono passati tanti, di pensieri, per la testa. Ve li riassumo in sequenza

Che c’azzecco io con questa roba? Non so neanche cosa sia il Forex!
Speriamo che non sia un’americanata, dove tutti urlano e si pompano, ma sotto sotto non c’è niente
Quattro ore per parlare di I Ching, ego, spiritualità dell’imprenditore? Ma questi non sanno neanche cos’è l’I Ching!
Evidentemente sono pazzi, ma a me i matti piacciono.
La mail di Martina è un bellissimo mix di alta professionalità e splendida umanità: se sono così, e lavorano così, è un’occasione da non perdere.
Quando avevo finito di scrivere Volontà e destino ho chiesto all’I Ching stesso il futuro e la funzione del libro, ottenendo come esito l’esagramma 50, il crogiolo, la trasformazione del piombo in oro, cucinare cibo per l’anima, influire sulla crescita delle persone. Forse questo invito è proprio quello giusto!

La mattina dopo ho risposto alla mail accettando la sfida, perché era davvero una sfida!
Sono seguite diverse mail e qualche telefonata: sufficienti per farmi scoprire un’altissima professionalità, e man mano che passavano i mesi di preparazione ero sempre più convinta della mia scelta.
Ma su tutto navigava un forse, un però. Non era la prima volta che mi facevo trascinare dal mio desiderio di collaborare con persone che volessero “cambiare il mondo”, portare valori umani positivi negli affari. Avevo subito una pesantissima delusione. Così la mia idea era: vado, ma non mi faccio coinvolgere. In fondo tante volte sono stata accusata di rimanere in un angolo, di star fuori dal gruppo e anche se io so bene che questo è solo perché non amo i rapporti umani superficiali e utilitaristici, posso sempre fare appello alla mia fobia sociale di cui soffrivo da bambina. In pratica: vado, racconto e torno. Scarso coinvolgimento e limitato pericolo di delusione.
Sono andata. Già un po’ conquistata dalla sede di quel particolare week end: Bologna, la città dove ho studiato all’università, rimanendo poi per altri due anni con una borsa di studio, una città che ho amato. Sono anche riuscita, per qualche ora, a rimanere solo osservatrice distaccata, ma non è durato molto.
Mi ha conquistato lo staff: un perfetto mix di alta professionalità e splendida umanità. Mi hanno conquistato i relatori che ho potuto ascoltare: non tutti, purtroppo, e mi riprometto di ascoltarli alla prossima edizione. Ho imparato molto anch’io. Mi sono piaciuti Davide e Enrico, imprenditori di grande successo e belle persone. E poi sono stata letteralmente travolta dai 200 partecipanti, che mi hanno gratificato con una standing ovation, e sono rimasta in contatto con molti di loro. E devo proprio a loro la voglia di organizzare il corso in aula Due giorni con l’I Ching, a Milano, il 5 e 6 ottobre 2019 e le energie per scrivere quel secondo libro sull’I Ching che mi frulla in testa da un po’ di tempo.
È stato entusiasmante, al punto che mi sono sobbarcata i quasi 400 km per andare a San Marino, all’ultimo week end, partecipare alla cena di gala e ascoltare Daniela e Veruska di 2bHappy, che avevo conosciuto a Bologna e mi erano piaciute tanto.
In questo periodo in cui tutti sembrano concentrati sull’odio e sul facile successo, possibilmente a danno degli altri, è stato bello trovare conferma al mio infantile ottimismo che coltivo tuttora, nonostante i 60 anni: se parli e ascolti davvero scoprirai che ci sono tante persone positive e, in fondo, aveva ragione Italo Calvino:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Forse riuscirò ad andare a Venezia, 8-9-10 novembre, all’edizione 2019 di Remake your life, perché credo che meriti davvero, e sicuramente sarò presente alla Karmic Business Academy che seguirà.
Il programma è affascinante: life design, felicità come competenza, personal branding, meditazione e molto altro.
Per informazioni o saperne di più visita anche il sito o la pagina FB]]></description>
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			<title>I nemici della comunicazione: la paura</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/i_nemici_della_comunicazione_la_paura_3051896.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I nemici della comunicazione: la paura</strong><br />La paura, in se stessa, è un’emozione che ha anche risvolti positivi e utili: ci permette di evitare i pericoli, di reagire davanti a situazioni dannose. 
Alla nascita, o, meglio, fin dalla nascita, abbiamo due forme di paura primordiali: la paura del vuoto e la paura dei rumori improvvisi. Tutte le altre sono paure indotte, che ci costruiamo man mano ed entrano successivamente a far parte della nostra Mappa del Mondo.
Spesso pensiamo che la paura del buio sia “naturale e spontanea”, e la ricolleghiamo al timore che gli uomini primitivi avevano del buio come elemento che conteneva animali feroci e pericoli ignoti. Non è credibile! Se la paura del buoi fosse insita nell’essere umano, e non indotta, probabilmente Dio avrebbe provveduto a far sì che nell’utero materno ci fosse una sorta di illuminazione, altrimenti il nascituro è condannato a nove mesi di puro terrore. 
Io penso che colleghiamo la paura al buio perché quando abbiamo paura copriamo il nostro mondo con una sorta di mantello nero, buio, che ci impedisce di vedere alcunché attorno a noi.
E la paura è un grande nemico della comunicazione.
Quando abbiamo paura riusciamo a sentire solo in parte ciò che viene detto: percepiamo solo la comunicazione verbale perché siamo completamente ciechi rispetto a quella non verbale, e non riusciamo a rispondere, o quanto meno le risposte sono enormemente rallentate. Siamo quasi incapaci di parlare, con il classico groppo in gola, e le risposte sono sempre parziali.
Il nostro corpo reagisce.
Quando abbiamo paura le mani (e i piedi) si raffreddano: il sangue affluisce agli organi vitali come forma di protezione e defluisce dalle estremità. 
Se fosse possibile monitorare la temperatura delle mani di un paziente durante la visita medica si otterrebbe un grafico che evidenzia di cosa ha paura: la mani sono più fredde all’ingresso? Teme il colloquio con il medico. Diventano più fredde durante la visita? Si sente a disagio, magari teme il contatto fisico. Si raffreddano, invece, quando attende che comunichiate la diagnosi? Teme il responso e, in pratica, attende la condanna.
Anche la posizione del corpo, delle braccia e delle gambe si modifica quando abbiamo paura, ma la loro lettura è più complessa e variegata.
In genere la paura indice il corpo a ripiegarsi su se stesso, a proteggere il ventre in quanto parte più debole. Braccia e gambe si chiudono, si incrociano, si accavallano.
Il paziente che ha paura  fatica a parlare. L’anamnesi è complessa e solitamente incompleta. Ma anche della diagnosi percepirà solo una parte, e spesso sarà la parte che conferma i suoi timori, perché quando abbiamo paura siamo un po’ masochisti.
Fornire indicazioni terapeutiche solo a parole ad un paziente che ha paura è assolutamente inutile. Se va bene, ne capisce una parte, ma sicuramente non è in grado di far domande di approfondimento, che farà poi a qualcuno quando sarà uscito dall’ambulatorio.
Questo per il paziente.
Ma anche il professionista, il farmacista, il medico,  può dover lavorare in giornate in cui soffre di paura.
Paura per se stesso, per i suoi cari, per eventi che gli sono capitati, perché scade la rata del mutuo.
Può capitare, è lecito e consentito, una giornata di malattia per influenza, emicrania, mal di stomaco. Ma non è consentita la giornata di malattia perché la vita ci ha messo in una condizione di paura. Anche se nel nostro lavoro la capacità di comunicare con gli altri è fondamentale e siamo consapevoli che lo stato di paura ci rende più difficile parlare, ascoltare e farci capire, siamo tenuti a lavorare lo stesso.
Ed è in questi casi che la conoscenza delle tecniche, dei trucchi del mestiere, delle strategie di comunicazione ci permette di non lasciarci sopraffare perché, come insegnano tutti i testi di strategia di guerra, un nemico noto è già in buona parte sconfitto.]]></description>
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		<item>
			<title>Ribaltiamoâ&amp;euro;¦</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/ribaltiamo_3267705.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ribaltiamo…</strong><br />Difficile dimenticare Robin Williams, professore ne L’attimo fuggente, che sale sulla cattedra per insegnare a guardare il mondo da diverse prospettive!
E sai una cosa? Ha assolutamente ragione!
Ci sono due cose che aiutano, tanto, a gestire le esperienze difficili. Due elementi che non solo contribuiscono a trasformare la difficoltà in risorsa, vero obiettivo di ciò che definisco “gestire l’esperienza”, ma che, una volta imparati, servono ogni giorno:

cambiare prospettiva
l’ironia e l’auto-ironia

Raramente, nei corsi, riesco a dare sufficiente spazio a coltivare queste cose, nonostante io parli di tecniche ad hoc e faccia fare esercizi.
C’è, tuttavia, una specie di gioco che aiuta a sviluppare entrambe: ribaltare i modelli mentali. Ogni tanto scrivo su questo argomento, e ora voglio dargli lo spazio che, secondo me, merita.
I modelli mentali sono abitudini di pensiero a cui facciamo seguire consuetudini di azioni, qualcosa che abbiamo imparato, o che ci hanno insegnato, e che diamo per scontato che siano vere, adeguando e ripetendo i nostri comportamenti in base a quello che riteniamo essere Verità.
Spesso, poi, quelle abitudini diventano assolute convinzioni e non di rado limitanti.
Ma, e questo è importante, non si tratta di sostituire una convinzione con un’altra, nemmeno se pensiamo di poter sostituire una convinzione limitante con una convinzione potenziante.
Il gioco è quello di avere un approccio assolutamente ironico, spesso auto-ironico, per mantenersi flessibili e aperti ad ogni possibilità. Perché se tutto è possibile, io ho la libertà di scegliere (ti pare poco?).
Ho iniziato anni fa a fare questo gioco, in buona parte grazie alla conoscenza dell’I Ching che aiuta moltissimo a cambiare prospettiva. Poi hanno contribuito la mia curiosità, la mia innata capacità di diventare polemica ogni volta che mi si propone qualcosa come verità assoluta e la mia voglia di ridere soprattutto nei momenti difficili.
Mi sono resa conto che il gioco aiuta, e ho scritto spesso articoli ribaltando modelli mentali. Ora, complice la noia provocata dallo stare decisamente troppo in casa, Ribaltiamo... prende nuovo vigore. Come? Aspetta e vedrai.]]></description>
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		<item>
			<title>Un nuovo mondo</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/un_nuovo_mondo_3295611.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Un nuovo mondo</strong><br />Da tempo tutto ci annuncia un cambiamento “epocale”, come va di moda dire oggi. Il fatto è che ci siamo, e il cambiamento è davvero iniziato.
Si è parlato di era dell’acquario, anno 1, movimenti dei pianeti. Ora basta guardarsi attorno e prestare attenzione a ciò che accade.
Personalmente non credo che Trump sia l’artefice del cambiamento. Ne è l’espressione, la messa a terra.
Non dimentichiamo che Trump è stato eletto tramite una votazione, con elezioni democratiche. Ma non dimentichiamo neanche che sia Mussolini che Hitler sono andati inizialmente al potere perché vinsero le elezioni.
Di Trump e su Trump viene detto di tutto, anche se persino i suoi più entusiasti sostenitori faticano ormai a sostenerlo al 100%.
Io sarò sincera: penso il peggio di quell’uomo e concordo con le più pesanti critiche nei suoi confronti, ma sarebbe davvero sciocco concentrare su un individuo i mali del mondo.
Gli errori dell’Europa sono sempre più evidenti, e speriamo che questo serva: in fondo anche un calcio nel sedere può essere utile per andare avanti.
Personalmente sono due le caratteristiche di Trump che mi spaventano.

La prima è il suo profondo e infinito razzismo.

I suoi sostenitori non lo ammettono, o forse lo condividono. I suoi detrattori quasi non ne parlano.
In un mondo strettamente connesso il razzismo può facilmente avere la stessa funzione delle candele poste sopra le bottiglie a Crans-Montana.

L’altro aspetto è la dedizione di Trump al denaro.

Il fatto che si arricchisca in barba alle regole, che pensi di poter comprare chiunque, che per lui l’Europa sia un fornitore e non più un alleato… è marginale.
La realtà è che il debito degli USA è enorme, che la borsa non si regge su scambio di beni, ma su denaro fittizio, e ancor più le cripto valute. L’economia del mondo che conosciamo è appesa a un filo, ancora più sottile di quello che si spezzò nel 1929, e i danni sarebbero estremamente maggiori di allora.
Sì, il mondo sta cambiando, ma mi seccherebbe molto se il cambiamento dovesse avvenire sotto la spinta di un totale tracollo economico, o di una guerra, o di una serie di rivoluzioni. In questo momento nessuno di questi rischi viene considerato o minimizzato.
In questo clima di disagio e confusione ho chiesto all’I Ching cosa sarebbe saggio fare in questo periodo, come individuo e come società.
La risposta dell’I Ching è stata sorprendente e illuminante.
Sorprendente perché, nonostante la lunga frequentazione, mi stupisco sempre per la puntualità e saggezza del Libro dei mutamenti. Illuminante perché … ti racconto e dimmi tu.
La risposta è stata l’esagramma 48, senza linee mobili.
Il pozzo nutre: l’acqua è indispensabile. Il pozzo è profondo, e così devono essere le relazioni tra uomini per essere positive. È un segno lungo, sostanzialmente positivo a patto di non essere convenzionali: la convenzionalità è vissuta come freno inibitore. Evitare rapporti da “quattro chiacchiere” e privilegiare i rapporti profondi
Soprattutto, però il pozzo deve essere pulito e contenere acqua pura: se c’è fango nemmeno gli animali si avvicinano a bere.
Il pozzo rappresenta le fondamenta, anche della società. La politica muta, l’organizzazione si evolve, l’architettura delle città cambia, ma non il pozzo: le necessità fondamentali dell’uomo rimangono invariate. Il segno fa riferimento ai bisogni primari, che però non si limitano al mangiare e bere.
“Per una buona organizzazione sociale o statale dell’umanità occorrono però due cose. Bisogna scendere fino ai fondamenti della vita. Ogni superficialità nell’ordinamento di essa, che lascia insoddisfatti i bisogni vitali più profondi, è altrettanto imperfetta come se non si fosse fatto nessun tentativo di ordinamento. Altrettanto nociva è una negligenza che lasci che la brocca si spezzi. Quando per esempio la protezione militare di uno stato viene esagerata al punto di provocare delle guerre, le quali a loro volta rovinano la potenza dello stato, questo è infrangere la brocca.”
Anche l’individuo deve attenersi alle stesse regole, evitando ogni superficialità e coltivando con cura la propria cultura.
Come il tronco delle piante che prende nutrimento dalla terra portando acqua e cibo ad ogni minima parte della pianta, fino alla più lontana foglia, così il saggio agisce nella società organizzandola e facendo sì che ciascuno ne sia parte e contribuisca al bene comune.
 
Questo è ciò che racconta l’esagramma.
Mi scrivi nei commenti cosa ne deduci?
Vuoi sapere come lo interpreto io?]]></description>
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			<title>Base Alpha chiama te</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/base_alpha_chiama_te_463741.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Base Alpha chiama te</strong><br />Il termine che sento più frequentemente è stress. Lo ascolto pronunciare continuamente.
Certo, è vero che conduciamo una vita stressante, ma è anche vero che il pensiero comune, le regole non scritte vigenti nella nostra società, ha un ruolo in questi modi di dire usati così frequentemente.
Provate a dire: “ho paura”
Suona male, vero? Lo direste solo agli amici più intimi. 
Invece dire “sono stressato” ha un’apparenza totalmente diversa, di persona impegnata, al passo con i tempi.
Però il risultato non cambia: stress, ansia, paura, alla fin fine sono emozioni che fanno vivere male.
Una soluzione piuttosto semplice c’è: vivere in alpha.
Vivere in alpha è una maniera, gergale e scorretta, per dire che quanto più stimoliamo le nostre onde alpha, quanto più induciamo il nostro cervello a lavorare producendo onde alpha, tanto più viviamo meglio.
Non sto dicendo una sbalorditiva novità: numerosi studi hanno dimostrato, anche in maniera rigorosamente scientifica, il potere della meditazione. 
Tutti, facendo meditazione, riescono a potenziare le onde alpha. Pochi sanno andare più in profondità, ma possiamo accontentarci delle onde alpha.
Lo stato alpha consente l’azione. E, in caso di emergenza, passare allo stato di onde beta è immediato.
Quando siamo in alpha abbiamo accesso al nostro inconscio, e con ciò intendo che possiamo ricorrere alle nostre risorse e competenze “nascoste”, al nostro istinto, alla parte più profonda di noi stessi.
Siamo così in grado di avere maggiore flessibilità, anche nel risolvere problemi complessi.
Ma, soprattutto, durante lo stato alpha siamo in pace con noi stessi: il ponte e le sinergie che si creano tra emisfero cerebrale destro ed emisfero cerebrale sinistro fanno sì che eliminiamo alla radice i contrasti con cui siamo soliti convivere, generati semplicemente dal fatto che cerchiamo di far prevalere una parte di noi stessi.
Imparare lo stato alpha non è difficile. 
Come per tutte le cose nuove, le difficoltà sono all’inizio quelle di abbandonare abitudini consolidate, anche se negative.
Sia la psicodinamica che la PNL, soprattutto la PNL sistemica, fanno abbondantemente uso dello stato alpha per ottenere i risultati. Provate! ]]></description>
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			<title>Empatia</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/empatia_623231.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Empatia</strong><br />Spessissimo l’empatia, la comprensione dell’altro viene confusa con una sorta di buonismo.
È vero che quando realmente comprendiamo l’altra persona siamo in genere meno propensi a condannarla, ma non è questa il motivo per cui viene raccomandata l’empatia. 
A volte, e parlo per esperienza diretta, è proprio solo quando ci decidiamo a comprendere, a usare tutta la nostra empatia, che ci rendiamo contro di quanto l’altro ci stia in realtà sfruttando. 
È proprio quando guardiamo noi stessi con gli occhi dell’altro che ci accorgiamo che sta approfittando di noi. Ma questa è un’altra storia.
Ciò che voglio confutare è la convinzione errata che l’empatia e la comprensione siano necessariamente accompagnati dal perdono e da una maggiore “bontà” o sottomissione all’altro.
L’empatia ci offre semplicemente una più concreta possibilità di scelta responsabile delle nostre azioni.
Se, dopo aver compreso, desideriamo essere buoni e condiscendenti, lo facciamo a ragion veduta, e siamo in grado di valutarne appieno le conseguenze, per noi stessi e per l’altra persona.
Ma se, dopo aver compreso, desideriamo colpire, o addirittura ferire, siamo in grado di farlo consapevolmente e con maggiore incisività e profondità.
Talvolta per indurre l’altro a “guarire” dobbiamo incidere l’ascesso dei suoi comportamenti errati. Ma per incidere un ascesso, scegliereste mai di farlo andando a caso o cerchereste prima di capire esattamente dov’è l’infezione? E se volete far male a qualcuno, per punirlo o per semplice desiderio, non vorreste prima sapere dove colpire?
Confondere le tecniche e gli strumenti di comunicazione con il loro uso, e con le intenzioni per cui vengono usate, corrisponde a confondere la conoscenza delle lettere dell’alfabeto con la capacità di leggere e scrivere, o addirittura con la capacità di scrivere la Divina Commedia.
L’empatia è una tecnica, il cosa farne spetta, come sempre, solamente a noi.
La nostra convinzione di uomini “civilizzati” del ventunesimo secolo è che l’empatia sia fondamentalmente uno strumento di comprensione dell’altro finalizzata ad essere più buoni e comprensivi.
Facendo un apparente volo pindarico, sia gli scienziati che gli scrittori di fantascienza ci hanno abituato a pensare che l’uomo primitivo avesse capacità ESP o, almeno, una abilità simile alla lettura del pensiero, che poi si è persa nei meandro dell’evoluzione. A favore di questa teoria vengono citate le capacità degli aborigeni australiani, dei nativi americani e dei boscimani.
Un altro passaggio, apparentemente scollegato, di questa storia è la scoperta (italiana!) dell’esistenza dei neuroni specchio, struttura di cui tutti siamo dotati, e che ciascuno di noi attiva in misura più o meno rilevante.
Concedetemi ora un apparentemente arbitrario collegamento tra le supposte capacità dell&#039;uomo primitivo e i neuroni specchio.
I neuroni specchio sono la fonte della capacità di capire il pensiero e le intenzioni del nostro interlocutore. È presumibile che un uomo primitivo, che aveva scarse possibilità di incontrare persone non appartenenti alla sua tribù, e che viveva in un mondo meno addomesticato del nostro, avesse bisogno per sopravvivere di una spiccata capacità di comprendere le intenzioni degli altri, anche perché difficilmente avrebbe potuto invitare lo sconosciuto ad un dibattito televisivo.
I neuroni specchio, e la capacità di provare empatia, sono dal punto di vista scientifico quanto c’è di più simile alle supposte strutture ESP dell’uomo primitivo.
L’empatia si è sviluppata, o se volete ci è stata fornita, come strumento fondamentale per la sopravvivenza, come elemento di supporto, e fattore discriminante, per stabilire se attaccare, uccidere o fare amicizia con lo sconosciuto.
Noi esseri tecnologicamente evoluti abbiamo parzialmente addormentato i nostri neuroni specchio, come nel corso dei secoli abbiamo dimenticato buona parte delle nostre capacità olfattive. 
Certo, i puristi della scienza troveranno in questo articolo ben poche prove concrete e inconfutabili di quanto affermato, ma i neuroni specchio sono una realtà incontrovertibile. E se esistono i neuroni specchio esiste l’empatia.
Empatia che è sicuramente uno strumento di comprensione dell’altro, ma non è finalizzata ad essere più buoni e comprensivi, quanto piuttosto a stabilire se diventare amici o colpire, ed eventualmente colpire nel modo più efficace, per tutelare noi stessi. 
Altro che buonismo!]]></description>
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			<title>Ribaltare i modelli mentali â&amp;euro;&amp;ldquo; come e perché</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/ribaltare_i_modelli_mentali_come_e_perche_2646145.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ribaltare i modelli mentali – come e perché</strong><br /> 
Non c’è nulla di male nell’avere modelli mentali: a dir la verità è assolutamente impossibile non averne. E poi i modelli mentali nascono da ciò che abbiamo vissuto e sono un elemento base per unire il passato al presente.
A volte, però, diventano scomodi: un impedimento per cambiare o per vivere meglio.
Questo è valido nelle cose più banali e nelle situazioni più profonde, importanti.
Cominciamo dalle banalità.
Per un colloquio di lavoro devo essere ben vestita, curata nei minimi particolari, ben truccata. Insomma, “a posto”. Chi direbbe di no? È ovvio. E va bene, mi verrebbe da dire “è giusto” che sia così.
E adesso ipotizziamo che andando ad un colloquio di lavoro, tirata a lucido, mi si smagli una calza, e non ho le calze di ricambio. Io so che la calza è smagliata. Gli altri potrebbero anche non vederla, ma io lo so. LO SO! E questo mi mette ansia, divento incerta, penso che non sono a posto. E inevitabilmente mi presento diversa da quella che sono, mi mostro ansiosa.
Il colloquio può andar bene o male, poco importa ora, ma so che ho passato un brutto momento. Per una calza smagliata.
Ecco: non voglio insegnare a diventare sciatti, poco curati, magari a presentarsi trasandati. Tutt’altro.
In realtà non voglio insegnare nulla.
Voglio raccontare, e lo farò anche i prossimi articoli, come fare in modo che i modelli mentali diventati abitudini costrittive di pensiero diventino strumenti di maggiore flessibilità, di gioia e divertimento invece che di impedimento e blocco.
Il trucco è semplice: cambiare prospettiva, ma spesso serve un po’ di esercizio e, probabilmente, qualche esempio pratico.
Per me scoprire di poter ribaltare il mio mondo cambiando prospettiva è stata una grande apertura mentale, una vera soddisfazione, e mi dà molta gioia: spero lo sarà anche per voi.
Un piccolo esempio è già stato pubblicato: Mettersi in discussione. Magari andate a leggere l’articolo. Alla prossima puntata!]]></description>
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			<title>Incontri di anime</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/incontri_di_anime_3273606.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Incontri di anime</strong><br />Si parla di incontro di anime quando ci si innamora, e poi si passa dall’innamoramento all’amore e si sottintende, più o meno sempre, un incontro con un partner sessuale e un’intensità di sentimenti, un’alchimia di emozioni, che supera l’aspetto fisico.
Bello, importante, significativo.
Eppure, chissà perché, risuona un po’ come la faccenda del principe azzurro, come se un incontro significativo dovesse per forza avere alcune sfaccettature.
Non credo che sia così.
Se penso all’intensità dell’incontro con anime affini, riconoscersi più che conoscersi, mi vengono in mente anche altri incontri.
Amici conosciuti per caso, e la sensazione di conoscersi da sempre.
Minuscoli bambini che mi hanno guardato negli occhi osservandomi fino in fondo al cuore e sì, anche un paio dei miei gatti.
Anime forse incontrate in altre vite e ritrovate ora.
Forse è tempo di uscire da schemi obsoleti.
Se vivi con l’anima, se accogli la tua anima, se superi le barriere dell’orgoglio, dell’ego, della vita come mera soddisfazione di bisogni, gli incontri di anime sono momenti magici.
Sì, sono una sognatrice, lo so.]]></description>
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			<title>Sinergie per la scuola</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/sinergie_per_la_scuola_1046662.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Sinergie per la scuola</strong><br />Sono abituata a parlare in pubblico, non mi crea alcuna preoccupazione. Sono anche abituata a collaborare, e di solito sono molto felice di partecipare a seminari o eventi dove parlano più persone: c’è sempre molto da imparare. Però generalmente questo avviene in ambito business, o nell’ambito di eventi sulla comunicazione: settori dove anche se non so cosa dicono gli altri partecipanti e gli altri relatori, abbiamo basi comuni, linguaggio comune, … 
È vero: lavoro spesso con le scuole e gli insegnanti, ma da sola.
Insomma, questa volta nutrivo non pochi timori. Ma di che cosa, in fondo?
La mia relazione era in mezzo a quella di due esperti del sistema scolastico, e io temevo che si manifestasse una frattura nella continuità del seminario, che fosse evidente la diversità tra le strategie scolastiche e quelle dei mondi che conosco, e frequento, io. Le differenze arricchiscono, ma se sono strategiche spezzano la magia del seminario.
E invece, … sembrava quasi che ci fossimo accordati prima.
Sono stata anche fortunata: sia il Dott. Roberto Bondi, il relatore prima di me, che il Dott. Gianmarco Malagoli, che ha parlato dopo, sono di una competenza incredibile, e relatori affascinanti.
Ho imparato tanto da loro, ma soprattutto ho imparato che possiamo creare sinergie notevoli.
Dal dr. Bondi ho imparato alcune nuove teorie sull’insegnamento, che ben si integrano con il pensiero sistemico.
Dal dr. Malagoli ho imparato moltissimo sull’uso del multimediale a scuola, e sarebbe molto interessante integrare il suo magnifico uso delle lavagne interattive multimediali, ricco di competenza e fantasia, con i concetti delle sub modalità propri della PNL. 
Insomma, sono molto contenta di aver accettato l’invito, ho già una lista di cose da studiare, e una gran voglia di continuare su questa strada. Di più non potevo chiedere.]]></description>
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			<title>Per fortuna sto invecchiando</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/per_fortuna_sto_invecchiando_3185039.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Per fortuna sto invecchiando</strong><br />Per fortuna sto invecchiando. Non so se sto diventando più saggia: secondo me no, ma comunque mi interessa poco. Non sto neanche negando gli acciacchi dell’età: ci sono, e mi danno fastidio. E nemmeno voglio recriminare sul mondo di oggi: diverse cose non mi piacciono, ma sono di una generazione che ha contribuito a creare questo mondo, nel bene e nel male, e ne faccio parte, a volte con profonda sensazione di fallimento, altre con una certa soddisfazione.
Il fatto è che si avvicina il mio compleanno e, come ogni anno, è tempo di bilanci e di riflessioni. Il prossimo 17 dicembre saranno 61. Ho temuto di non arrivarci. Sono molti di più di quelli che hanno vissuto persone a me molto care. Spero di vivere ancora a lungo, a patto di mantenermi lucida e senza essere un peso per nessuno, ma gli anni davanti a me saranno comunque meno di quelli lasciati alle spalle.
E nonostante tutto, per fortuna sto invecchiando!
Ho avuto per la prima volta la consapevolezza di essere diversa moltissimi anni fa, il 1 ottobre 1964, primo giorno di scuola, in una classe sovraffollata da circa 25 bambine della mia età e un numero imprecisato di mamme e nonne. Io ero sola.
Ho sperimentato di nuovo una forte sensazione di diversità durante l’adolescenza, quando vi vive in gruppo, si diventa omologati rispetto ad un piccolo o grande clan di coetanei. Non faceva per me. Io amavo le persone, i sogni condivisi, gli ideali comuni, ma non i clan. È andata a finire che alla festa per i miei 16 anni (una delle due feste che, nella mia vita, sono stata autorizzata ad organizzare nella casa della mia famiglia) hanno partecipato diverse persone che, tra loro, si parlavano poco o niente, eppure erano tutti lì.
Ho tentato di omologarmi diventando adulta, lavorando in azienda, cercando di mantenere segrete alcune parti della mia vita, che venivano inevitabilmente scoperte.
Al momento di organizzare le vacanze, i colleghi andavano ad Albenga, a Varazze, i più avventurosi facevano un viaggio organizzato in Scandinavia. Io andavo in campeggio in Malawi, o in Islanda.
Domeniche a pranzo o in gita tutti insieme, con mogli e figli (non ero sposata e non avevo figli), serate a tornei di bridge o in palestra. Io frequentavo corsi di crescita personale, di psicodinamica, scrittura creativa, comunicazione non verbale o meditazione con i tarocchi.
Mi sentivo senza speranza.
Ogni tanto qualcosa emergeva, e diventavo quella dell’I Ching, una specie di fattucchiera. Inutile spiegare (ma a volte ci provavo) che l’I Ching è un testo di strategia, che le loro citazioni erudite sull’Arte della guerra nascevano proprio dall’I Ching o che i complimenti che ricevevo dai consulenti che venivano a spiegarci i piani strategici erano dovuti a quello che avevo imparato dall’I Ching.
Dopo un po’ ho persino cominciato a divertirmi quando le persone che mi avevano sprezzantemente dichiarato “poco diplomatica” perché dicevo quello che pensavo, scoprivano le mie capacità di interagire con gli opinion leader più ostici e non cercavo più di raccontare che studiavo empatia, comunicazione, e tante altre cose interessanti che a loro non interessavano.
Credo che la mia uscita dall’azienda e il mio approdo alla consulenza e formazione fosse in qualche modo scritto nelle stelle.
Ma anche qui non è stato tutto rose e fiori.
Il mio “chi sono”, la mia identità, si limita al mio nome e cognome. Il resto è molto chiaro, ma mutevole e dall’esterno può sembrare schizofrenia. La mia curiosità è davvero tanta, e talvolta mi è difficile motivare campi di interesse e di conoscenza diversi tra loro, studiati con impegno, elaborati fino a farli miei, senza correre il rischio di un’etichetta di aspirante tuttologa.
Poco a poco la fastidiosa diversità è diventata consapevolezza di unicità e gioia di scoperta dell’unicità che c’è in ciascuno: chiamatela dono, karma, compito, Tikun o dharma, pur con sfumature diverse è sempre un segno di unicità. E ora che sono anziana (o, se preferite, datata), mi piace molto aiutare ciascuno a scoprire la propria unicità.
Ora posso finalmente motivare con l’età l’apprendimento e un pizzico di competenza in campi diversi: in tanti anni ho acquisito il diritto di occuparmi di cose diverse.
A 61 anni la mia non appartenenza al mondo dei belli pesa decisamente meno.
Ora accetto serenamente che le persone che incontro, o che mi conoscono, mi mettano etichette: è un problema loro, non mio, o che vogliano un contatto solo con un pezzo di me, purché non ci sia il desiderio di sfruttamento.
Non sono diventata saggia: con l’età i dubbi sono aumentati, non diminuiti, e faccio ancora cazzate, ma la definizione di vecchia pazza è più divertente e accettabile di quella di pazza schizofrenica, la mia ignoranza in certi ambiti è più tollerata e persino gli esperti mi parlano con un linguaggio meno iniziatico perché si sa, con l’età si diventa più stupidi, con buona pace della dimostrata plasticità del cervello.
In conclusione, invecchio, e mi va bene così perché l’unico modo per non invecchiare è morire giovani. E sono felice dei miei anni, e delle mie conquiste, e coltivo persino la speranza di aggiungere altri traguardi, di realizzare altri compiti. Per ora…

Volevo acquisire sicurezza e autostima. Non ci sono riuscita, ma ho smesso di avere paura
Volevo dei figli. E ho tre gatti.
Volevo stima e riconoscimenti da mio padre. E ho attestati si stima e affetto da tanti amici fantastici.
Volevo sentirmi brava. E mi sento felice.

Non ho raggiunto i miei obiettivi, ma ho conquistato un mondo tutto mio.]]></description>
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		<item>
			<title>Il mio stress quotidiano</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_mio_stress_quotidiano_3277969.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il mio stress quotidiano</strong><br />
Il periodo è quello che è.
Ed ecco la pandemia, l’inflazione, le leggi che mi fanno impazzire, il rischio di guerra che coinvolge l’Europa.
Io ho una certa età, mio marito ha parecchi anni in più.
Sono in remissione da un cancro, ma ancora sottoposta a controlli semestrali e ad ogni esame o visita sorge un po’ di preoccupazione.
Mio marito ha avuto un problema a giugno, lo scorso anno, e da lì sono cominciati i controlli… è difficile non trovare qualcosa che non va in una persona che ha più di 70 anni, e lui vive decisamente male ogni minimo problema.
Ho la fortuna di avere molti amici, persone a cui voglio bene.

Qualcuno è giovane, e ha problemi di lavoro, figli, genitori. Parecchi sono datati, come me, e allora fioccano i problemi di salute.


Aggiungo i miei problemi di lavoro.

Lavoro che è, innanzi tutto, da trovare, e poi ci sono le difficltà di dialogare con un mondo che ascolta sempre poco, brief confusi, richieste assurde…



È decisamente facile avere almeno tre motivi al giorno per affermare che stress!
Invece le giornate in cui definirmi stressata sono davvero poche, rare.
Sì, c’è il trucco: il linguaggio o, se preferisci un’altra definzione, lo spezzatino dello stress.
Il termine stress è molto generico, include moltissime sfaccetature compreso quello che quasi tutti dimentichiamo: esiste lo stress positivo. Ma questa è un’altra storia.
La lingua italiana offre migliaia di vocaboli che esprimono emozioni. 

Se definisco ogni emozione minimamente negativa con il termine stress è ovvio che a fine giornata sono sovraccarica di stress, alla fine della settimana sono isterica e dopo un paio di mesi rischio il burnout. Sì, esagero, ma non tantissimo.

Se, invece, scavo un po’ più a fondo nelle mie emozioni e do a ciascuna una definizione più dettagliata e più vicina alla realtà mi accorgo che ben poche cose mi stressano davvero e che, ogni giorno, ho un arcobaleno di emozioni di cui alcune postive e alcune negative.
Oggi, ad esempio, sono felice perché c’è il sole, grata perché i miei gatti stanno bene, soddisfatta per aver quasi portato a termine alcuni lavori e mi piace quello che ho fatto.
Sono anche 

irritata per alcune affermazioni di un cliente, 
in ansia per un prossimo esame di mio marito, 
arrabbiata perché dovrò passare alla fatturazione elettronica, 
angosciata per un grave problema di salute di un’amica.

E no, anche oggi niente stress.]]></description>
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		<item>
			<title>Ribaltare i modelli mentali â&amp;euro;&amp;ldquo; giusto e sbagliato</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/ribaltare_i_modelli_mentali_giusto_e_sbagliato_2896786.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ribaltare i modelli mentali – giusto e sbagliato</strong><br />Tra i modelli mentali che desidero ribaltare, o almeno mettere in discussione, la dicotomia tra giusto e sbagliato ha sicuramente un ruolo di primo piano.
Sì, perché la mia anima contestatrice si ribella all’idea che qualcosa, qualunque cosa, sia solo giusta o sbagliata.
Accetto, e accolgo, il contrapporsi tra giusto e ingiusto, laddove uno è equo, imparziale, onesto, e l’altro significa illegittimo, illecito, iniquo, ma tra giusto e sbagliato …
Capisco se parliamo di esercizi di matematica, studi di grammatica, traduzioni in una lingua straniera, ma quando ci addentriamo in scelte e comportamenti ho un forte moto di ribellione.
Purtroppo il depauperarsi costante e continuo del vocabolario di ciascuno di noi annulla le sfumature che, invece, sono essenziali, soprattutto in concetti come questo. Certo, giusto o sbagliato semplifica. Semplifica la vita, come se le possibili scelte fossero su uno stretto binario, rigido, e ogni deviazione fosse drasticamente da evitare poiché, ovviamente, sbagliata. Semplifica anche l’educazione dei figli: no, così è sbagliato, è decisamente più semplice che spiegare perché un comportamento, in una data situazione, è da evitare.
Semplifica? Onestamente il termine mi sembra poco congruo con ciò che, mano a mano, accade a chi esaspera il concetto di giusto o sbagliato.
Già, perché se porto agli estremi le conseguenze significa che ho ben poche possibilità:

io sono giusto, quindi chi non è esattamente come me è sbagliato, e potete già immaginare cosa comporta
io sono sbagliato … ed è con questo che si sono dovuti confrontare tutti i ribelli o i creativi di questo mondo.

L’altra, inevitabile, conseguenza è giungere, ad ogni difficoltà importante, alla tristissima affermazione “non ho scelta”.
Non ho scelta perché non posso affrontare una via che ho bollato come sbagliata, quindi mi rimane un unico percorso, quello giusto, anche se mi porta alle peggiori infelicità.
Alcuni anni fa era stato pubblicato un simpatico libro, con titolo significativo: La brave ragazze vanno in Paradiso, le cattive dappertutto. Credi sia ancora acquistabile: fateci un pensierino!]]></description>
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		<item>
			<title>La kabbalah</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/la_kabbalah_557971.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La kabbalah</strong><br />Anni fa comprai alcuni libri sulla Cabala, forse il più sacro tra i testi degli ebrei.
Ne fui affascinata: si parla di numerologia, della creazione del mondo, della reincarnazione. Oscuri, complessi, difficili da leggere e ancor più da assimilare, sono rimasti in biblioteca, letti solo in parte.
Li ho lasciati lì, come libri da studiare quando andrò in pensione. 
E quando, in libreria, venivo attratta da libri sullo stesso argomento, li evitavo accuratamente. 
Poi, un paio di mesi fa, ho avuto una seconda possibilità. Forse il mio angelo custode ha saputo che la pensione si allontana, se mai riuscirò ad averne una.
Così, mentre ero alla ricerca di un libro sul femminile, sui valori femminili che si trovano anche nell’uomo, ho letteralmente sbattuto il naso su alcuni libri sulla Kabbalah. Edizione economica, copertina lineare, chiara, che mi attirava. In copertina il nome dell’autore Yehuda Berg e l’indicazione che i libri sono ormai best seller, letti da milioni di persone.
Non ho resistito! 
“Se li hanno letti milioni di persone devono essere comprensibili”, ho pensato. 
E comprensibili lo sono. O, per essere precisi, sono scritti con una semplicità disarmante, e con una profondità devastante.
Einstein diceva: “non hai veramente capito qualcosa finché non sei in grado di spiegarlo a tua nonna”. Ed è terribilmente vero. Chi ha capito, nel profondo del suo essere, un concetto, è in grado di spiegarlo con parole semplici e comprensibili a tutti. Saranno poi le parole stesso, con la loro semplicità, a scavare dentro coloro che leggono, o che ascoltano.
E così è per Yehuda Berg e i suoi libri: si leggono in poche ore, ma cambiano qualcosa nel profondo dei lettore.]]></description>
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		<item>
			<title>I nemici della comunicazione: la rabbia</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/i_nemici_della_comunicazione_la_rabbia_3063701.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I nemici della comunicazione: la rabbia</strong><br />La Rabbia pone davanti agli occhi un filtro rosso, collegabile agli istinti primordiali.
Tutto ciò che sentiamo è filtrato da una negatività di aggressione, e rispondiamo con parole in libertà, anch’esse aggressive. 
Il canale di comunicazione è aperto, ma assolutamente distruttivo.
Rabbia e Paura vengono in genere riconosciute, almeno quando sono allo stato puro, sia da noi stessi che da chi ci sta vicino. Spesso se ne fraintende l’origine, o ciò che le ha scatenate, ma sappiamo cosa sono e quali sono le conseguenze.
La rabbia è un sentimento fortemente reattivo, ma sempre distruttivo.
Quanto può incidere la rabbia nell&#039;ambito della salute?
A mio avviso moltissimo.
Il paziente può avere motivi di rabbia profondi o superficiali, verso il mondo e il destino o verso il medico stesso, o persino verso chiunque cerchi di aiutare.

La rabbia      superficiale può      essere scatenata ad esempio da un’attesa ritenuta      troppo lunga.
La rabbia      profonda potrebbe      essere originata dalla malattia stessa, o da una terapia ritenuta      inefficace, o da una lunga serie di consulti medici senza risultati.
La rabbia nei confronti della malattia potrebbe avere anche risvolti positivi, se medico e paziente riescono a collaborare efficacemente trasformandola in una reattività costruttiva, da contrapporre all’abbandono passivo ad un destino avverso, ma questa trasformazione richiede un notevole impegno da entrambe le parti.

La rabbia del paziente nei confronti del medico è pericolosa: genera sfiducia, mancanza di compliance e spesso porta poi alle cause legali.
Fortunatamente è anche la più semplice da evitare, applicando le tecniche di comunicazione del fare pulizia, ascolto attivo, ricalco e guida.
Esiste una rabbia dei giovani, parzialmente fisiologica, che si esprime al massimo in ambiente scolastico. Esiste la rabbia legata alla frustrazione, alla paura, alla sensazione di impotenza. 
Gestire la propria rabbia è fondamentale per la salute, ma il farmacista è spesso obbligato anche a gestire la rabbia altrui, nell&#039;ambito della relazione di aiuto o per semplici motivi occasionali. 
Ed è allora importante conoscere le tecniche di comunicazione, in particolare ricalco e guida, per comprendere, accogliere, senza però farsi coinvolgere]]></description>
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			<title>La curiosità</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/la_curiosita_1063575.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La curiosità</strong><br />Lo so: ci sono anche parecchie frasi e che si esprimo contro la curiosità, e addirittura la indicano come pericolosa.
Io, però, concordo con Einstein (concordare con uno dei maggiori geni dell’umanità non è poi così difficile) e credo che la curiosità sia uno degli elementi che aiutano a vivere. Non parlo della curiosità legata al pettegolezzo, al sapere i fatti altrui, ma della sana curiosità che ci fa porre costantemente domande, e che ci costringe ogni giorno ad imparare qualcosa.
Talvolta, è inevitabile, la curiosità può impedire di essere assolutamente soddisfatti, e il desiderio costante di sapere e di capire rende difficile sentirsi orgogliosi di se stessi, ma è un piccolo prezzo da pagare. 
Chi è curioso è sempre disposto ad imparare, e la sana curiosità obbliga sostanzialmente ad imparare da chiunque, e questo è un grande regalo. Ci sono infatti molte persone che rifiutano di imparare, a meno che non abbiano a che fare con nomi illustri o biglietti da visita prestigiosi. Credo che questo sia un grosso limite. 
Apprendere permette infatti di mantenersi giovani, di conservare a lungo l’elasticità e la funzionalità cerebrale. Se, man mano che si apprende, si comincia a selezionare da chi imparare, o cosa imparare (in pratica si annulla la naturale curiosità) poco alla volta si riduce anche la capacità di apprendere, e la mappa del mondo diventa più rigida e più ristretta. 
Io ho il mio personale trainer che mi ricorda sempre di mantenermi curiosa e libera da pregiudizi: Chopin, il gatto della foto. Chopin è il mio socio, e il mio capo: infatti è lui che decide quando è il momento di fare una pausa dal lavoro al computer, e me lo comunica arrivando di soppiatto e appendendosi ai jeans che indosso quando sono in casa. Più esplicito e convincente di così!
Chopin non ama le novità: se qualcosa viene spostato in casa ci guarda con aria critica, però è sempre curioso e, davanti ad ogni novità o persona sconosciuta, ha sempre lo sguardo candido che vedete nella foto: è un ottimo trainer!]]></description>
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			<title>Base Alpha chiama terra</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/base_alpha_chiama_terra_452006.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Base Alpha chiama terra</strong><br />Tutti sappiamo che il nostro cervello lavora mediante onde cerebrali, quelle che vengono esaminate tramite l’elettroencefalogramma. Esistono diversi tipi di onde cerebrali, deputate a compiti diversi. 
Tra queste oggi voglio parlarvi delle onde beta e delle onde alpha.
Le onde beta sono associate alle normali attività di veglia, quando siamo concentrati sugli stimoli esterni, e ci permettono la reazione più veloce e l&#039;esecuzione rapida di azioni. Nei momenti di stress ci danno la possibilità di tenere sotto controllo la situazione e dare veloce soluzione ai problemi.
Le onde beta sono quindi le onde del fare o, per essere più precisi, del reagire ad uno stimolo esterno.
Le onde alpha sono invece associate a uno stato di coscienza vigile, ma rilassata. Dominano  nei momenti introspettivi, o in quelli in cui più acuta è la concentrazione per raggiungere un obiettivo preciso.
Sono tipiche, per esempio, dell&#039;attività cerebrale di chi è impegnato in una seduta di meditazione o di yoga.
Quando il nostro cervello lavora mediante onde alpha, c’è una migliore connessione tra inconscio e razionalità, e siamo in grado di accedere alle nostre risorse.
Se le onde beta sono quelle del fare, le onde alpha possono essere definite quelle del risolvere.
Vi è mai capitato di risolvere un problema complesso durante una lunga passeggiata? O di avere un’idea creativa guidando in un’autostrada poso trafficata?
È successo perché in queste condizioni il cervello aumenta la quantità di onde alpha.
Ed ecco spiegato perché, nella maniera empirica legata alla saggezza popolare, davanti ad un problema mia nonna diceva: “fermati, rilassati, respira profondamente”.]]></description>
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			<title>Sogni infranti e sogni infrangibili</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/sogni_infranti_e_sogni_infrangibili_1303207.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Sogni infranti e sogni infrangibili</strong><br />Quante volte avete costruito e coltivato i vostri sogni, per poi vederli infranti, irrealizzabili?
E avete, abbiamo, mollato. E siamo passati ad un altro sogno. Ma è successo davvero?
E quante volte abbiamo visto che un sogno, magari coltivato a lungo, sembrava infrangersi contro la realtà quotidiana e abbiamo cominciato noi stessi a ridurlo a dimensioni che ci sembravano più ragionevoli e raggiungibili. E poi abbiamo ripetuto la manovra più volte, più volte, finché dal sogno di fare il giro del mondo abbiamo cominciato a sognare di andare da Milano a Monza, e ci siamo fermati a Cinisello Balsamo?
Perché è così che abbiamo fatto, quasi tutti.
Creandoci le migliori premesse per poter poi, mano a mano, rinunciare ai sogni, e poi ancora cominciare a infrangere i sogni dei giovani intorno a noi, in una desolata e desolante spirale di insuccesso (e infelicità).
Eppure tutti, o quasi, conosciamo e leggiamo con ammirazione di Edison che prima di inventare la lampadina fece, si dice, un&#039;infinità di tentativi andati male e affermò: “Non ho mai fallito. Ho solamente provato 10.000 metodi che non hanno funzionato”
I modi migliori per infrangere i sogni sono quelli che mettiamo in atto noi stessi: rinunciare. E, peggio ancora, livellare poco a poco le montagne che desideriamo scalare.  Più abbassiamo l’obiettivo,  più rendiamo anche l’obiettivo minimo irraggiungibile. 
Un po’ come quando siamo talmente certi di essere bravi in matematica da non studiare più prima di un compito, o di un’interrogazione, e inevitabilmente finiamo per prendere un brutto voto.
Rimpicciolire i sogni è un meccanismo di difesa: la pura di non riuscire, l’ansia del fallimento, il terrore delle figuracce, il timore della delusione. Ma è proprio questo che ci fa mancare il bersaglio.
Ci servono sogni infrangibili. Quelli che hanno una tensione creativa tale da non farci mollare, mai. Tali da farci accettare gli errori o gli insuccessi come esperienze da cui apprendere. Quelli che vengono da dentro, dal profondo, dall’anima. Quei sogni che rappresentano l’essenza di noi stessi, il nostro motivo di esistere. 
Cercateli: li avete di sicuro. Magari li avete seppelliti in qualche angoletto, ma ci sono! Basta fare un po’ di pulizia a tutti i depositi di paure e infrastrutture che avete accumulato e vedrete che ricompaio.]]></description>
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			<title>I nemici della comunicazione: lâ&amp;euro;™invidia</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/i_nemici_della_comunicazione_l_invidia_3078314.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I nemici della comunicazione: l’invidia</strong><br />L’invidia è particolarmente insidiosa per chi ha avuto un’educazione cattolica. Infatti siamo abituati a considerare l’Invidia, uno dei sette vizi capitali, come una forma di perfetta cattiveria che ci fa desiderare il male altrui: vi ricordo che Dante definisce gli invidiosi come coloro che gioiscono delle disgrazie degli altri.
In realtà esiste una forma lieve di invidia, che sicuramente non merita punizione divina, ma che crea non pochi danni a chi la prova.
È definibile invidia quella modalità di pensiero che induce a ritenere l’altro, che ha ottenuto risultati che noi stessi vorremmo, ma che raramente abbiamo cercato, non in virtù di fatiche che non abbiamo voluto fare, ma solo grazie a qualcosa che loro hanno e noi no.
L’invidia è chiaramente collegata con il colore verde, che pone un filtro molto particolare nella nostra Comunicazione.
L’invidia soft non altera la capacità di parlare con gli altri: ciò che diciamo, per quanto paradossale, in preda all’invidia è esattamente ciò che pensiamo. La disfunzione comunicazionale quando proviamo invidia è nei confronti di noi stessi, e proprio per questo è tanto più subdola e pericolosa.
La conversazione con questi invidiosi soft spesso è divertente, se siamo dotati di senso del ridicolo. Qualche esempio? (vi assicuro che sono presi dalla realtà, per quanto assurdi)

Beata te che hai i soldi per fare dei bei viaggi!

Guarda che non è una questione di scelta. Il mio viaggio in Namibia è costato sicuramente meno della tua vacanza in Liguria. Te lo dimostro: facciamo i conti.
Sì, va bene, ma è stato un caso. Io so bene che viaggiare costa e tu puoi permettertelo, io no.

Beata te che hai tempo per leggere.

È  una mia scelta. Tu preferisci andare al cinema o a cena con gli amici, io amo stare in casa a leggere. Sono più di sei mesi che non metto piede in un cinema ed è più di un mese che non vado a cena fuori. So che tu sei andata fuori a cena sia sabato che domenica, e domenica eri a vedere il nuovo film appena uscito.
Mi avevano regalato i biglietti, dovevo buttarli via?
Certo che no. Ti sto solo dicendo che io non ho più tempo di te, solo lo impiego diversamente.
Vedi che sei più fortunata di me?

Beata te che sei sempre così serena e forte. Io sto attraversando un periodo nero.

Non sono sempre serena, anch’io ho momenti neri, come tutti. Cerco di reagire.
Già, tu sei tanto forte. Sei fortunata!
Non direi che sia proprio fortuna, forse volontà. Sai benissimo che ho avuto la mia dose di disgrazie.
Certo, molto peggiori delle mie, soprattutto quelle avute nell’infanzia. Vedi che capisci cosa intendo? Tu hai avuto la fortuna di avere delle disgrazie che ti hanno insegnato ad essere forte.
Vi confesso che come coach evito di permettere questi ragionamenti, usando ampiamente tecniche di comunicazione, ma come libero cittadino trovo queste conversazioni spassosissime.
L’invidia, quella soft, impedisce di fare una corretta e spassionata valutazione di se stessi e quindi di migliorare. Si blocca totalmente la comunicazione interiore, e quella con gli altri diventa paradossale.
Il tipo di invidia soft è molto diffuso, praticamente nessuno ne è totalmente esente. A volte può essere ascritta ai “meccanismi di sopravvivenza”, perché non siamo sempre obbligati a mettere noi stessi sotto esame o sotto sforzo per essere migliori. A volte è anche bello, addirittura utile, pensare che gli altri sono migliori di noi, o hanno ottenuto di più, per caso o per fortuna anziché per meriti.
A volte è necessario, bello, utile, essere pazienti e tolleranti con i nostri difetti e i nostri limiti. Ma senza esagerare e, soprattutto, senza permettere (questo mai!) ai nostri difetti e ai nostri limiti di comandarci e di limitarci.]]></description>
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			<title>La lite: favorevoli o contrari?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/la_lite_favorevoli_o_contrari_1028779.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La lite: favorevoli o contrari?</strong><br />Assisto, costantemente, ad un aumento di litigiosità. Quindi voglio condividere alcune mie riflessioni, anche perché scrivere mi aiuta a razionalizzare e riflettere.
Istintivamente detesto le liti. La mia prima reazione è di fuga. Non mi piacciono le liti degli altri, e ancor meno quelle che mi vedono coinvolta. Per 30 anni della mia vita ho sostanzialmente evitato di litigare. Quando gli altri mi urlavano dietro, usavo la tecnica della resistenza passiva: silenzio assoluto o, se appena mi era possibile, abbandono del campo. Quando qualcosa non andava bene a me, rimanevo in silenzio, accumulando fino a quando i motivi di contrasto o di offesa erano sufficienti per farmi chiudere i rapporti, definitivamente. 
Poi la svolta della mia vita, con le tecniche di psicodinamica. Mi sono imposta di imparare a litigare, ad esprimere il mio dissenso, le mie ragioni, e accettare (la cosa più difficile!) che le ragioni dell’altro venissero espresse anche con modalità “da litigio”, in maniera aggressiva, accusatoria.
Però litigare rimane per me faticoso e fastidioso. È l’ultima spiaggia!
Invece … 
Che senso ha litigare se non si esprimono fino in fondo le proprie opinioni  e non si ascolta l’altra persona?
Assisto, sempre più spesso, al litigio come sfogo, come se fosse una sorta di arma di distruzione di massa.
Già, perché nel litigio distruttivo i rapporti si rompono comunque, quindi litigare è, secondo me, una fatica inutile. capisco il litigio per chiarire posizioni, perché ci si sente offesi. Ci sono modi migliori, ma capisco il litigio. Non capisco perché litigare se l’intenzione è comunque quella di chiudere i rapporti. C’è qualcosa che mi sfugge!
Nelle liti  diamo per scontato, diciamo tutti, che non c’è mai uno che ha ragione al 100% o torto al 100%. E allora perché, accalorati dalla lite stessa, vogliamo aver ragione assoluta?
Teoricamente il litigio è alternativo alla negoziazione. Con il litigio si può vincere o perdere, con la negoziazione vinciamo entrambe. 
Poi, in questi giorni, ho assistito ad un buon numero di liti. 
E sono arrivata alla conclusione che in molte liti non c’è vera battaglia: non c’è nemmeno la possibilità di vincere o perdere, ma solo di perdere. Perché molte, troppe, liti nascono e procedono sulla base del fatto che nessuno dei due contendenti ascolta l’altro. 
Nessun bambino litigherebbe così. Perché i bambini, dopo un po’, o arrivano alla forza (che rappresenta pur sempre una forma di battaglia in cui si vince o si perde) o chiedono l’intervento di terzi, magari un adulto, per stabilire chi ha torto o chi ha ragione. 
Gli adulti no: vanno avanti all’infinito, in discorsi univoci ed inascoltati. Cui prodest?  A chi serve?]]></description>
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			<title>Coaching e consapevolezza</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/coaching_e_consapevolezza_447918.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Coaching e consapevolezza</strong><br />A volte si fa fatica a dare un indirizzo alla propria vita, ai propri desideri, ad identificare dove vogliamo andare.
Per qualcuno è un fatto momentaneo, di dubbio e indecisione. Per altri è una realtà più frequente.
In questi momenti ci manca consapevolezza, cioè quella sensazione impalpabile di sapere chi siamo e dove dobbiamo andare, cosa è giusto fare. 
E, mi raccomando, con il termine “giusto” non sto facendo riferimento ai comportamenti, in cui si contrappone il giusto e lo sbagliato in funzione delle regole che altri ci hanno imposto, ma sto pensando ai valori individuali, in cui il giusto si contrappone all’ingiusto.
In passato davanti a momenti di dubbio ci si rivolgeva a qualche figura autorevole e saggia. Ogni cultura ha sviluppato i propri saggi: lo sciamano, il prete, gli anziani dei villaggi.
Oggi il nostro villaggio globale ha annebbiato tutti i saggi tradizionali. A volte è sparito persino l’amico più grande e saggio, o il fratello maggiore o l’insegnante simpatico. 
Perché con gli amici bisogna “fare i fighi”, con il fratelli maggiori c’è una competizione sfrenata e l’insegnante si fa i fatti suoi.
Non sempre, fortunatamente, ma succede.
E allora si cercano le strade più disparate, o ci si perde.
Qualcuno poi arriva dallo psicologo, fortunatamente. Ma lo psicologo affronta i problemi, e quindi aiuta a risolvere i dubbi.
Ma quando non ci sono problemi, ma solo dubbi?
Le figure del coach e del counselor sono spesso la strada migliore.]]></description>
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			<title>Così non va, cambio â&amp;euro;¦</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/cosi_non_va_cambio_1207473.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Così non va, cambio …</strong><br />Sono rari i momenti in cui tutto va bene, siamo contenti di noi e soddisfatti della nostra vita e del nostro lavoro. Sono decisamente più frequenti i momenti in cui “qualcosa non va”. E allora azzardiamo il cambiamento, o almeno l’idea del cambiare. 
Il vero problema è che tutti abbiamo fatto o abbiamo assistito a cambiamenti inutili o dannosi. 
Chi non ha almeno un amico (o un’amica) che ha divorziato, per cercare un nuovo partner con cui avere gli stessi problemi del matrimonio precedente? Chi non ha cambiato lavoro almeno una volta, ma solo per scoprire che gli si ripresentano le stesse difficoltà?
Il fatto è che: cambiereste casa perché l’appartamento in cui vivete ha le pareti di un colore che non vi piace più?  No, certo: vi limitereste a ritinteggiare i muri. 
Ma se una finestra avesse un vetro rotto, vi mettereste a verniciare la finestra o cambiereste il vetro?
Certo, se parliamo di abitazioni è più facile, ma spesso nella nostra vita facciamo esattamente questo: cambiamo casa per non ridipingere le pareti, e cerchiamo di appiccicare con la colla un vetro rotto, da cui quindi passeranno infiniti spifferi.
Paradossalmente facciamo anche l’opposto: quando la crisi personale si fa davvero pesante, e sarebbe necessaria una ristrutturazione completa, ci attacchiamo ad ogni piccola cosa che ci permetta semplicemente “di andare avanti”.
Ma come si fa a capire cosa cambiare? 
L’I Ching offre un grande aiuto, soprattutto se abbinato con alcune competenze di PNL.
Ricordate l’articolo L&#039;I Ching e i livelli logici? Se non lo ricordate, andate a rileggerlo. 
Ogni linea mobile può essere letta come corrispondente ad uno specifico livello logico. Chiedete quindi cosa cambiare per raggiungere il vostro obiettivo, e la linea mobile vi indicherà dove andare a cercare il cambiamento da effettuare. Io l’ho appena fatto … ora sono work in progress, ma vi racconterò i risultati. Presto. ]]></description>
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			<title>Il viandante</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_viandante_540357.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il viandante</strong><br />Chi lo chiama l’errante, chi il viandante, chi lo definisce l’eremita, sia nei tarocchi che nell’I Ching si trova questa figura, talvolta inquietante. E l’errante c’è anche in uno degli esercizi più toccanti della PNL, quello relativo agli archetipi della trasformazione.
A seconda dello strumento, questa figura ha alcune lievi differenza, ma tante analogie che permettono di identificarlo come un archetipo importante, un passaggio quasi obbligato in alcune fasi della nostra vita.
Nell’esercizio di PNL chiamato “archetipi della trasformazione” il viandante, chiamato anche errante, segue il martire e precede la fase del guerriero. 
L’errante rappresenta colui che fugge dal dolore o, più precisamente, colui che ha trovato la forza necessaria per allontanarsi dal dolore e dalla sofferenza. 
Dietro di lui c’è solo angoscia, dolore, sofferenza. Non può tornare indietro.
Non c’è un luogo che possa chiamare casa. Ha preso coscienza di errori, suoi e degli altri, e sa che deve reagire. Ma non ha una meta. Non ha un luogo dove recarsi. Spera di trovarlo, ma ora è troppo presto. Il suo è un vagare attento, alla ricerca di qualunque cosa, persona, sentimento, risorsa, possa essere utile, ma non può fermarsi.
Nei tarocchi il viandante diventa eremita. Il simbolismo della ricerca viene accentuato. Infatti l’eremita è raffigurato con una lanterna e un lungo bastone, due elementi essenziali per un lungo viaggio nel buio. Ed è proprio quella lanterna, accesa, che dà l’immagine del buio, e fa ricollegare l’eremita all’errante. Nel buio di una vita dolorosa, l’eremita ha trovato una lanterna e un bastone, simboli di una iniziale presa di coscienza e scoperta di errori, ed ha intrapreso il suo viaggio.
Per conquistare lanterna, bastone e mantello, l’eremita ha tratto coraggio dalla carta che lo precede, la forza: ha quindi avuto quel lampo di consapevolezza che gli ha permesso di partire. Ma anche qui non ha meta, e sa che la prima cosa che potrà raggiungere è la carta che lo segue: la ruota della fortuna, che rappresenta una ulteriore consapevolezza di precarietà e caducità.
Nell’I Ching il segno 56 è “Il viandante”. E il suo destino è quello di separarsi, di essere straniero. 
Impara quanto è effimera la gioia, scopre quanto è rischioso il possesso. Il viandante dell’I Ching riflette anche sulla giustizia: il nobile è chiaro e cauto nell’applicare le punizioni e non tira per le lunghe i litigi.
Tutte queste figure hanno elementi in comune.
Il viaggio, la ricerca, la solitudine, la caducità. 
Perché chi non è in pace con se stesso non può trovare né saggezza né pace nel mondo, e perché nulla è eterno, nemmeno il viaggio, la ricerca e la solitudine.]]></description>
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		<item>
			<title>Buone ferie, con qualche esercizio di comunicazione</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/buone_ferie_con_qualche_esercizio_di_comunicazione_2039240.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Buone ferie, con qualche esercizio di comunicazione</strong><br />Curioso, vero, che nel tempo noi abbiamo traslato il concetto di ferie come qualcosa che spetta a chi ha un lavoro dipendente, mentre il termine vacanza appartiene a tutti.
In ogni caso i mesi di luglio e agosto sono periodi di ferie, in cui riusciamo generalmente a ritagliarci qualche tempo per fare cose diverse. E, tra queste, se volete potete inserire alcuni esercizi per migliorare le vostre tecniche di comunicazione.
Rendere più flessibile la mappa del mondo
Ampliare la mappa del mondo, e soprattutto renderla più flessibile, significa facilitarci la vita in tantissime occasioni, e la vacanza è la situazione ideale per farlo.
Venendo a contatto con persone e situazioni diverse da quelle abituali, provate a segnarvi quelle che ritenete più bizzarre, lontane da voi. Possono essere modi di dire, comportamenti, reazioni, va bene qualunque cosa.

Poi esploratele: 

quali analogie e differenze ci sono con il mio modo di essere, di sentire, di comportarmi? Attenzione: il gioco consiste nel trovare sia analogie che differenze.
in quali condizioni o situazioni mi comporto o potrei comportarmi nello stesso modo?



Stimolare i filtri sensoriali
I cinque sensi sono il nostro contatto con il mondo. Ciascuno di noi ha una prevalenza di alcuni sensi rispetto ad altri, e questo condiziona moltissimi aspetti della nostra vita. Di conseguenza, quanto più ampliamo l’utilizzo dei nostri sensi, tanto più siamo in grado di modulare i nostri comportamenti e di far fronte a qualunque necessità, o cogliere maggiori opportunità.

Vista: Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi Marcel Proust

Per potenziare il filtro sensoriale visivo … bisogna guardare.

La sala da pranzo dell’albergo: giorno dopo giorno, quanti particolari diversi riuscite a cogliere?
L’abbigliamento di vostra moglie, o di vostro marito. Chiudendo gli occhi, quanti particolari ricordate?
Il paesaggio che vi scorre davanti in viaggio: cosa vedete voi e cosa vedono i vostri compagni di viaggio?
Le vetrine dei negozi: dopo aver guardato una vetrina per un minuto, cosa ricordate voi e cosa ricordano i vostri familiari?




Udito: Gli dei hanno dato agli uomini due orecchie e una bocca per poter ascoltare il doppio e parlare la metà.  (frase attribuita a diversi autori: Epitteto, Talete, Proverbio cinese, Proverbio danese, …)

Le statistiche della PNL dicono che il 40% delle persone usa la vista come filtro sensoriale prevalente, il 40% usa il tatto, e solo il 20% usa l’udito. Se pochi ascoltano, non c’è da stupirsi di quanti parlano a vanvera.





Comprate, e ascolta, un audio libro
Ascoltate le canzoni cercando di distinguerne le parole
Ascoltate le voci di chi sta attorno a voi chiudendo gli occhi e immaginando l’aspetto fisico e l’abbigliamento delle persone, poi aprite gli occhi e controllate.
Ascoltate, e ascoltate davvero, i vostri compagni di vacanza




Tatto: Lo sapevate che i bambini privati delle carezze nel primo anno di vita hanno minori probabilità di sopravvivenza?

Certo che tutti tocchiamo infinite cose nel corso della nostra giornata, ma c’è una differenza tra toccare e accarezzare, toccare e percepire attraverso il tatto.





Chiudete gli occhi e toccate gli oggetti che vi sono vicini. Percepitene la consistenza, la forma, il materiale di cui sono fatti.
Aprite l’armadio e chiudete gli occhi. Provate a scegliere l’abbigliamento solo attraverso il tatto.
Camminate a piedi nudi, lentamente, in casa, in spiaggia, su un prato. Prestate attenzione alle diversità dei luoghi e alle diverse sensazioni trasmesse dalla pianta dei piedi
Abbracciate un albero, poggiando anche la vostra guancia sul tronco.
Sentire con la pancia: ciò che vi accade, di piacevole o di sgradevole, produce sensazioni fisiche. Imparate ad ascoltarle.





Esercizi per il benessere
Il benessere non vuol dire solo “stare bene di salute”. Se ci fate caso, i momenti di benessere sono i momenti di armonia.
E allora sperimentate qualche esercizio per recuperare l’armonia con voi stessi e con la natura che vi circonda.

Stato alpha

Quando il cervello lavora mediante onde alpha, c’è una migliore connessione tra inconscio e razionalità, e siamo in grado di accedere alle nostre risorse: se le onde beta sono quelle del fare, le onde alpha possono essere definite quelle del risolvere.
Le onde alpha sono associate a uno stato di coscienza vigile, ma rilassata. Dominano  nei momenti introspettivi, o in quelli in cui più acuta è la concentrazione per raggiungere un obiettivo preciso. Sono tipiche, per esempio, dell&#039;attività cerebrale di chi è impegnato in una seduta di meditazione o di yoga.
Nei momenti che precedono l’addormentamento, il nostro cervello lavora mediante onde alpha, ed è lo stesso se il risveglio è fisiologico (non provocato dalla sveglia) e se, invece di buttarci giù dal letto, ci crogioliamo per qualche minuto. Ma anche le attività che impegnano il corpo, lasciando libera la mente, come il camminare o il guidare in zone prive di traffico, stimolano la produzione di onde alpha. E anche l’ascolto di suoni ipnotici, come alcune voci ben impostate, la musica new age.
Le onde alpha sono benessere e armonia.
Quindi:



approfittate dei momenti di pre addormentamento o di risveglio dolce per far pace con voi stessi e con il mondo
cogliete i due momenti della giornata in cui il mondo “si ferma”: l’alba e il tramonto. Immergetevi nella natura, respirate profondamente, usate i vostri sensi per entrare in sintonia con voi stessi e il luogo in cui siete: colori, luce, suoni, profumi, sensazioni fisiche.



E quando raggiungete lo stato d’animo di benessere e armonia perfetti, visualizzate di mettere questo stato d’animo in un’apposita struttura. Può essere un pacchetto, una scatola, una bolla di cristallo, poco importa, purché sia qualcosa che potete portare con voi.
Giorno dopo giorno, potete creare un contenitore enorme, in cui immergervi, o una serie di piccoli contenitori, poco importa. Li porterete con voi al ritorno dalle vacanze, pronti per essere usati secondo necessità.
E se tutto questo vi sembra assurdo, ricordate le lo strumento di recupero dello stato d’animo positivo fa parte dell’allenamento dei migliori atleti mondiali che, attraverso queste tecniche, riescono a realizzare traguardi superiori a quelli che la loro semplice capacità fisica rende possibile perché è solo il binomio corpo – mente che fa i vincitori di medaglie olimpiche.
E ora … buone ferie.]]></description>
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			<title>Meditazione: preghiere vecchie e nuove</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Meditazione: preghiere vecchie e nuove</strong><br />Un tempo pregavano quasi tutti. E non si trattava certo di preghiere frettolose!
La preghiera era un rito, recitato a memoria. Talvolta senza conoscere appieno il significato delle parole, perché la messa e alcune preghiere erano rigorosamente in latino. 
I bambini, poi, recitavano vocaboli incompresi e per loro incomprensibili, o frasi a cui davano un significato, distorcendole in maniera assurda.
Il dialogo diretto con Dio, con i Santi suoi intermediari, quando si sentiva la necessità di dire qualcosa di particolare, e se ne trovava il coraggio, era un di più, un’aggiunta che veniva fatta di libera volontà ai Pater noster, Salve Regina, Confiteor, …
Oggi tutto questo è quasi sparito. E chi prega in questo modo è quasi deriso.
È invece diventato comune trovare centri di meditazione o persone che vanno a meditare.
È cambiato qualcosa? C’è differenza tra la preghiera rituale e la meditazione?
Sostanzialmente no.
La meditazione è una preghiera: un modo per sentire l’armonia dell’universo, avvicinarsi a Dio, raggiungere la propria anima. 
Da un punto di vista neurologico entrambe le situazioni portano il cervello a lavorare prevalentemente in onde alpha e talvolta in stati più profondi di onde theta o addirittura delta. Stati che favoriscono le illuminazioni, la consapevolezza.
Si può quindi meditare, o recitare il rosario: gli effetti sono esattamente gli stessi, a parità di umiltà e desiderio di accettazione del Divino della persona. ]]></description>
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			<title>Aiuto! Mi crolla lâ&amp;euro;™identità!</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/aiuto_mi_crolla_l_identita_1113550.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Aiuto! Mi crolla l’identità!</strong><br />Capita molto spesso di inserire a livello di identità elementi che, in realtà, dovrebbero essere esterni a noi, far parte di comportamenti, o valori. 
Essere una mamma è un valore: ho visto spesso amiche che avevano inserito la loro maternità a livello dell’identità, e sono andate in crisi quando i figli, ormai cresciuti, sono andati via di casa. Anche la propria attività professionale dovrebbe essere un valore, non far parte dell’identità: ho visto amici crollare al momento della pensione. 
Conosco bene la “teoria”, e mi sono sempre applicata per renderla pratica ed elemento operante nel mio quotidiano. Non ho avuto particolari crisi quando ho cambiato completamente lavoro e stile di vita: qualche preoccupazione economica, ma la mia identità era ben pulita, e non si è mai confusa con il biglietto da visita. 
Insomma, sto attenta a tenere ben libero il mio livello di identità. 
Ed ecco l’imprevisto!
Alcuni anni fa comincio a pensare di vendere il mio appartamento, trasferirmi in toto a casa di mio marito (dove, comunque, passo la maggior parte del tempo), ridurre spese inutili e, soprattutto, metter via i soldi per realizzare un sogno: una mia casetta in campagna. 
Ci penso, ci ripenso, e intanto con i risparmi compro il terreno. 
Poi comincio ad interrogare l’I Ching, che afferma sempre, regolarmente, che è opportuno fare il passo. 
Poi controllo il valore degli immobili, faccio valutare l’appartamento … 
Insomma, con calma e mille ripensamenti, decido: vendo! Trovo l’acquirente, concordiamo il prezzo, facciamo il compromesso. Poi .. rompo l’anima all’amica Tiziana, bravissima a leggere i tarocchi, che ribadisce: basta ripensamenti! È la scelta giusta! 
E così fisso la data del rogito, e faccio il cambio di residenza.
Io detesto la burocrazia: mi sembra ovvio che fare tutti i documenti correlati al cambio di residenza sia stressante. Va bene, ma io sono isterica!! 
E finalmente capisco che ho inserito quella casa, tanto amata, nella mia identità. Certo, l’ho comprata col mutuo, e ne ho sudato ogni lira. Certo, è la mia casa: rappresenta la conquista, la libertà, l’autonomia, e anche la serenità di essere uscita da una situazione familiare poco serena per seguire la mia strada. 
Ho tutte le ragioni del mondo per amare quella casa, ma non è un buon motivo per farla diventare per me l’equivalente dei  capelli di Sansone. Certo, l’ho fatto involontariamente, ma a quanto pare non sono stata attenta, e adesso … ne pago le conseguenze con ansia e stress non necessari!!]]></description>
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			<title>Auto-assoluzione e consapevolezza</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/auto_assoluzione_e_consapevolezza_871633.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Auto-assoluzione e consapevolezza</strong><br />“La legge non ammette ignoranza”: è un’antica frase che si trova già nel diritto romano. Si presuppone che il cittadino conosca la legge, e in ogni caso la non conoscenza non è una scusante valida per i reati commessi. Suona minacciosa, ma è una delle basi indispensabili per una qualunque forma di società umana: se bastasse dire “non lo sapevo” per ottenere uno sconto di pena, sarebbero minati i presupposti stessi della civiltà. 
Abbiate pazienza, ma oggi (sarà colpa del terremoto) mi sento in vena di strani discorsi.
La qualità di vita passa attraverso un concetto fondamentale: l’unica persona che posso giudicare sono io stessa, perché sono la sola che può conoscere o accedere a tutte le informazioni necessarie per un giudizio, e posso farlo solo per me stessa. Verso gli altri posso capire, in parte, accettare o rifiutare, ma non emettere giudizi. Ci sono persone che non mi piacciono, ma non sono in grado di dire se sbagliano: il vedere il mondo in chiave di giusto o sbagliato è fonte di infinito disagio e origine di una pessima qualità di vita.
Verso me stessa posso anche concedermi il lusso di dire “ho sbagliato”, a patto di saper usare i miei criteri, e non quelli degli altri. Questo perché posso decidere di assolvermi o di cambiare, a mia totale e libera scelta.
Chi vive bene, chi ha un’elevata qualità di vita, sa perdonarsi, sa auto assolversi e sa, soprattutto, ridere di se stesso. 
Ma, se osservate bene o chiedete  a persone che sono fondamentalmente serene, indipendentemente da guai o momenti di crisi che hanno, come tutti, queste persone sono anche consapevoli.
Non dicono “sono fatto così” per giustificarsi, non cercano alibi, non inventano falsi sé. Si accettano, si perdonano, ma sono consapevoli. 
Se vogliamo metterla in termini religiosi, visto che Milano è bloccata dalla visita del Papa, l’assoluzione può arrivare solo dopo la confessione (lascerei perdere il pentimento e la punizione). La ricerca di giustificazioni serve solo per arroccarsi sulle proprie posizioni, per cercare giustificazioni a cui, per primi, non crediamo, o perché vorremmo vendere agli altri una perfetta immagine di noi stessi. Tempo sprecato, che potremmo usare in modo molto più proficuo cercando il modo per cambiare ciò che di noi non ci piace, o volerci bene anche per i nostri limiti: anche, e non nonostante. 
Così come la vita ci offre regali anche attraverso la sofferenza: anche, e non nonostante.
OK: oggi sembro anche a me stessa un predicatore mal riuscito, un po’ noiosa, poco pratica, e abbastanza inutile. La prossima volta cercherò di far meglio. Promesso. ]]></description>
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			<title>Quando muore l'amico di qualcuno</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/quando_muore_l_amico_di_qualcuno_2549721.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Quando muore l&#039;amico di qualcuno</strong><br />Conosco bene le sensazioni provocate dalla morte di qualcuno che ci è caro, le ho incontrate e affrontate molte volte. Alla morte di mia madre no, ero troppo piccola, e il suo lutto l’ho elaborato anni dopo, alla morte di un caro amico: era la prima volta che incontravo il lutto essendo abbastanza grande da capire. Un’esperienza che mi ha indubbiamente segnato e che ricordo ancora molto chiaramente, trascorsi più di 40 anni.
E ricordo che allora trovai e trascrissi questa poesia di Emily Dickinson, che ho ritrovato in un quaderno che mi ha seguito trasloco dopo trasloco.
Quando muore l&#039;amico di qualcuno
Il punto più doloroso
E&#039; di pensare che camminava da vivo
In un certo momento o in un altro. 
Il suo vestito della domenica,
La piega dei capelli,
Uno scherzo che lui solo sapeva,
Perduti, nella tomba.
Quanto fosse cordiale un certo giorno,
Quasi si sfiora la data,
sembra così vicina; e ora,
N&#039;è secoli lontano.
Come lieto di quel che dicevate;
Cercate di toccare il sorriso,
E le dita sprofondano nel gelo.
Quando fu, sapete dirlo,
Che invitaste la brigata al tè,
Conoscenti, alcuni appena,
E parlaste a tu per tu con quella superba creatura
Che non vi ricorda?
Di là degli inchini e degli inviti,
Dei colloqui e dei voti,
Di quanto noi possiamo valutare,
Questo è il vivo del dolore.
Ora di anni ne ho 58, e non sono trascorsi immuni da lutti. E mi accorgo che sto entrando in quell’età in cui le morti diventeranno più frequenti
Ed è ancora più vera questa poesia.
Perché il lutto per le persone che amiamo è composto di due parti, ben distinte.
La prima è ciò che rappresentano per noi, cosa simboleggiano, quasi in maniera archetipica. Mia madre era quella sicurezza e totale accettazione che non ho mai conosciuto davvero, l’amico perso a 14 anni era la parte dolce dell’adolescenza, quando cominciavo a uscire dal guscio di difesa che mi ero costruita, poi Patrizia, a trent’anni, l’amica dei miei primi trent’anni di vita, la complicità totale.
Questo aspetto della morte è quello che il tempo lenisce e che si può elaborare: ciascuno di coloro che amiamo e che ci amano soddisfa un bisogno della nostra anima, e possiamo andare oltre, superare, gestire.
Ma poi ci sono i ricordi del quotidiano, quello che la persona è oltre a quello che rappresenta, i momenti, le telefonate, le risate. E questo permane, immutato e immutabile, per sempre, il dolore di non poter aggiungere ricordi a ricordi, momenti a momenti, di non poter raccontare le novità, discutere dei fatti del giorno. Questo è il vivo del dolore.]]></description>
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			<title>Parole crudeli: che fare?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/parole_crudeli_che_fare_3178970.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Parole crudeli: che fare?</strong><br />Qualche giorno di tensione, un po’ di stanchezza, un bisticcio per motivi banali… ed ecco una pugnalata, una frase davvero crudele, di quelle che si ricordano a distanza di anni. Fa male, fa un male cane. (povero cane: che c’entra, poi!)
Per qualche secondo rimaniamo ibernati, come se avessimo subito un abbassamento di temperatura a settanta gradi sotto zero.
Bisognerebbe sapere il vero perché di quelle parole, e capire se c’è una qualche modalità per reagire, rispondere, al di là della reazione istintiva personale.
Azzardo qualche ipotesi.
Perché quelle parole davvero crudeli?
Escluderei la pura cattiveria, la totale crudeltà: spesso sono persone che amiamo, abbiamo sposato, o siamo amici profondamente da anni o ancora sono i nostri genitori, figli, fratelli… E allora perché?
Certo, quella frase è stata detta con il desiderio di ferire. Ma perché?
Premetto che ogni persona e ogni situazione è diversa, forse bisognerebbe sentire uno psicologo, ma, nella mia esperienza, ci sono alcune emozioni quasi sempre presenti. Ansia, frustrazione, insoddisfazione e senso di inadeguatezza si mischiano in proporzioni variabili, ma ci sono. C’è dolore anche in chi fa male, spesso dolore che non si vuole riconoscere, e paura, tanta. E poi c’è rabbia, ed è la rabbia che parla. Rabbia perché l’altra, la persona che subisce, sembra superiore, più calma, forse più saggia, sembra che soffra meno, sembra che possa vedere tutta l’inadeguatezza che si vuole tenere nascosta. Attaccano per paura di poter essere a loro volta attaccati perché pensano di meritare un attacco e non si sentono in grado di sopportarlo.
E allora che fare?
La mia prima reazione istintiva è la fuga: detesto litigare e non tollero le cattiverie.
Non solo non serve, ma potrebbe peggiorare la situazione, spesso perché chi mi ha attaccato legge la mia fuga come una sua vittoria, e quindi userà lo stesso sistema in futuro.
Se non posso fuggire, mi trasformo in una statua (di sale). Immobile, per resistere alla tempesta e aspettare che passi, sperando che lo strato di roccia che mi costruisco a protezione apparente non lasci passare il sangue che scorre dalle ferite.
Non serve. L’altra persona legge in questo comportamento una forma di superiorità: io sono qui che urlo, frustrata, terrorizzata, inadeguata e rabbiosa, e tu sei lì, calma, superiore. Chi urla rabbiosamente non riuscirà mai, in realtà, a percepire il dolore dell’altro, la rabbia uccide l’empatia e talvolta chi ha urlato non sa neanche cosa ha detto.
Piango anche, ma non serve nemmeno quello.
E allora che fare?
Credo ci siano due reazioni utili, ammesso che si riescano ad avere.
Una è il ricalco e guida. Qualche strillo, senza cattiveria, qualche rimostranza ben costruita, senza rabbia, comunica che siamo pari, io non sono migliore di te (vedi, urlo anch’io) per poi guidare verso il dialogo.
L’alternativa credo che sia l’irruzione improvvisa per superare le barriere di rabbia e frustrazione dell’urlante. Un abbraccio, forse, parole di amore, far comprendere che la percepita inadeguatezza e inferiorità non c’è.
Rimarrà, poi, da curarsi le ferite per quella frase, ferite che spesso durano anni.
Avete altre soluzioni? Se sì, grazie per raccontarle.]]></description>
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			<title>Nuove definizioni di benessere</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/nuove_definizioni_di_benessere_2940378.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Nuove definizioni di benessere</strong><br />Ci sembra ovvio, ciascuno di noi ha una particolare definizione e una speciale sensazione di benessere, che ovviamente non riguarda la salute in senso stretto. Si possono avere malattie, anche gravi, ed essere comunque in uno stato di benessere o ritrovarsi in piena salute, in stretto senso medico, ed essere affetti da una qualsivoglia forma di malessere.
Certo, la definizione ufficiale dell’OMS (che risale a diverse decenni fa) intende la salute come un totale stato di benessere fisico e psicofisico, ma noi conosciamo la nostra realtà quotidiana e ci accontentiamo di molto meno.
Nell’accezione comune del termine, benessere equivale spesso alla serenità, ma anche in questo caso si tratta di sensazioni estremamente soggettive.
Ci sono possibilità di definire il benessere in maniera più imparziale e completa?
In realtà sì.
Dal punto di vista fisiologico siamo in condizioni di serenità e benessere almeno in due diversi momenti, che talvolta coincidono:

quando il nostro cervello lavora con onde alpha
quando cuore, cervello e testa sono in fase

Entrambe questi momenti sono misurabili e visualizzabili: esiste anche un piccolo strumento per valutare se siamo in fase, e quanto.
Ovvio, gli strumenti misurano, ma a noi rimane la sensazione di assoluto benessere e, una volta imparato a riconoscerla, siamo anche in grado di perseguirla e ricrearla.
E il bello è che a questo benessere si associa (o il benessere si manifesta con) maggiore creatività, capacità di problem solving, coraggio, emozioni positive …
Come possiamo ottenere questi risultati?
Lo stato alpha è una forma di leggera meditazione, quindi si impara con l’esercizio.
La sintonia testa – cuore – cervello è in realtà la piena armonia e concordanza tra i nostri tre cervelli, o se preferite un termine più tecnico, reti neurali. Anche questa si impara, si attiva con esercizi.
Quindi … un po’ di buona volontà, pazienza e esercizio, e il benessere può davvero diventare un compagno di vita]]></description>
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			<title>Ribaltare i modelli mentali â&amp;euro;&amp;ldquo; lâ&amp;euro;™esame di coscienza</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/ribaltare_i_modelli_mentali_l_esame_di_coscienza_2797277.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ribaltare i modelli mentali – l’esame di coscienza</strong><br />Il concetto di esame di coscienza, da noi, è rigorosamente legato alla pratica religiosa della confessione. Si fa un esame di coscienza, si identificano i peccati, ci si confessa … ed è tutto finito.
Io, personalmente, concordo in pieno con il primo passo: fare l’esame di coscienza.
Sui passi successivi vorrei … ribaltare i modelli mentali, o almeno allargare la visuale.
E andiamo con ordine.
Identificare i peccati. Qui siamo noi umani che, per abitudine o comodità, abbiamo ristretto parecchio il campo rispetto a quello che indicava la religione. Infatti nell’identificare i peccati cerchiamo le colpe, le cattiverie, gli errori, ma si pecca, secondo il catechismo, per parole, opere e omissioni …
Forse più che fustigarsi sentendosi i colpevoli può servire cercare cosa ci ha indotto, quali sono state le cause o i fattori scatenanti dell’errore, per effettuare cambiamenti in noi in modo da non ripeterli. Forse dovremmo concentraci un po’ di più sulle omissioni: quante volte avremmo potuto fare qualcosa ed è subentrata la pigrizia, l’egoismo …
E poi, e questa è una cosa che ripeto spesso, già che ci mettiamo a disturbare la coscienza o, detto in altro modo, a cercare consapevolezza di sé, perché non cercare le azioni positive? È ampiamente dimostrato che rafforzare il positivo funziona molto meglio che punire il negativo. Forse se in un esame di coscienza cercassimo le azioni di cui andiamo fieri, saremmo più propensi a ripeterle con maggiore frequenza.
Ci si confessa. Questa è una scelta, individuale, e la rispetto qualunque sia.
Nel descrivere i passaggi, poco fa, sono stata imprecisa perché in realtà non è tutto finito subito dopo la confessione: bisogna pentirsi e fare la penitenza, in linea di massima recitare qualche preghiera.
Onestamente molti (io per prima) più che di pentirsi per i propri peccati hanno bisogno di perdonarsi per gli errori fatti. La sfumatura è apparentemente minima, ma la differenza è enorme. Il pentimento può diventare un’ossessione, una colpevolizzazione di se stessi, un grande blocco all’evoluzione, e scatenare un enorme desiderio di fuga. Qualcuno, che abbia una coscienza, riesce a frequentare con tranquillità un amico a cui ha fatto un torto solo perché si è pentito della propria azione? Credo ben pochi. Bisogna ottenere il perdono, da chi ha subito il torto e da se stessi.
E poi perché non trasformare la penitenza in un’azione pratica che aiuti a correggersi definitivamente o a rimediare all’errore? Credo nel potere della preghiera, indipendentemente dal Dio a cui è rivolta, ma credo anche che dopo tutto lo sforzo fatto valga la pena attivare un’azione concreta per migliorare noi stessi e il mondo in cui viviamo.
E voi, cosa pensate?]]></description>
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			<title>Harry Potter ha ragione</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/harry_potter_ha_ragione_472299.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Harry Potter ha ragione</strong><br />La magia e la realtà non sono poi così distanti, o, per meglio dire, è davvero possibile portare un po’ di magia nella nostra vita, e non è neanche così difficile.
Ricordate quando Harry, e i suoi compagni di scuola, imparano a combattere i propri timori? E ricordate come fanno?
È sufficiente unire ciò che fa paura con qualcosa che faccia ridere, e infatti la formula magica è Ridiculus!
Questo avviene anche nella realtà, e ci sono almeno due modi per realizzare la magia.

Il primo è esattamente quello che viene insegnato ad Harry: abbinare ciò che spaventa con qualcosa di ridicolo, che lo sminuisce. Certo, bisogna essere dotati di senso dell’umorismo. 

Ma il senso dell’umorismo è un sentimento importante, e bisognerebbe sempre svilupparlo. Non per evitare di prendere sul serio la vita, o le persone, ma per dare il giusto inquadramento alle cose.
Esiste però anche un’alternativa, ed è quella sviluppata dalla PNL: cambiare le sub modalità. 
È un esercizio per cui, almeno all’inizio, conviene essere guidati da qualcuno di esperto, ma il concetto in sé è semplice: noi percepiamo il mondo attraverso i nostri sensi.
Quindi tutto, anche quello che ci spaventa, ha delle caratteristiche sensoriali: colori, luminosità, dimensioni, suoni, odori, sensazioni tattili. 

Cambiando le sub modalità, ad esempio facendo diventare tutto in bianco e nero anziché a colori, o aggiungendo un delicato profumo di vaniglia, possiamo far modificare la sensazione provata da un’esperienza, e quindi alleviare i nostri timori.

Provare per credere!
Ma c’è anche un altro trucco che Harry ci insegna, e non è neanche l’unico personaggio della letteratura che ci ricorda questo metodo.
Ricordate come si fa a creare uno scudo protettivo? 
Expecto patronum!
E la magia è talmente potente da tener lontani anche i dissennatori, o da riuscire a farci volare.
Già, perché si tratta dello stesso sistema usato da Peter Pan per volare: basta un pensiero felice.
Il ricordo di un momento perfetto, in cui ci sentiamo totalmente al sicuro, è in grado di creare uno scudo protettivo, o di farci volare.
Sia la psicodinamica che la PNL ci insegnano a crearci un posto felice, perfetto, in cui rifugiarci o da cui attingere tutte le risorse che ci servono per far fronte ai problemi, anche gravi, della nostra vita.
Ciò che ci protegge è uno stato d’animo interiore, che per semplicità trasformiamo in un luogo, ma il risultato è lo stesso: possiamo volare!]]></description>
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			<title>Non sono mica Mandrake</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/non_sono_mica_mandrake_3087853.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Non sono mica Mandrake</strong><br />Ho appena presentato il mio terzo libro, L’eroe e il paziente, e sono già qui a presentare il quarto: Quattro passi in galleria – Quando non vedi la fine del tunnel, arredalo.
Nella mia infanzia c’era il mago Mandrake come eroe dei fumetti e si era generato il modo di dire Non sono mica Mandrake per motivare l’impossibilità di fare qualcosa. Ebbene, io non sono mica Mandrake: non ho scritto contemporaneamente due libri e ho dedicato molto tempo a ciascuno dei due.
L’eroe e il paziente è stato il risultato di parecchi mesi di lavoro iniziato quasi un anno fa, un’idea nata mentre collaboravo con un’amica che organizza corsi ECM (infatti oltre che un libro, L’eroe e il paziente può essere un corso in aula con o senza ECM).
Quattro passi in galleria è iniziato molto prima. Il file che contiene l’indice preliminare risale all’agosto del 2015: avevo da poco terminato le terapie (chemioterapia e radioterapia) e stavo aspettando l’intervento di ricostruzione. Come molti ho sentito il bisogno di scrivere della mia malattia. Credo sia catartico.
Il titolo preliminare era Partecipare per vincere, derivato dalla consapevolezza di quanto tempo ed energie avevo impiegato per affrontare il mio cancro e, contemporaneamente, quanto erano stati importanti le persone intorno a me. C’è stata una prima stesura del testo, ma poi è rimasto lì, sospeso, a causa di tutti i miei dubbi.
L’ho ripreso parecchi mesi dopo. Io ho dichiarato subito la malattia e, anche se questo mi è costato in termini di lavoro (ben pochi si affidano ad un consulente che ha avuto una grave malattia) so che è stata la scelta giusta. Ho potuto concentrare le mie energie, e ho scoperto un mondo sconosciuto intorno a me. Molti conoscenti, infatti, si sono sentiti liberi di raccontarmi delle loro malattie, neglette e nascoste per paura, tumori, malattie ereditarie, degenerative, diagnosi pesanti e spaventose affrontate in silenzio.
C’è molta forza e molto coraggio in questo silenzio, e tanto bisogno non di aiuto, ma di informazioni e strumenti che possano aiutare.
Poco a poco Partecipare per vincere è diventato Quattro passi in galleria, e il libro è diventato un progetto. Il racconto della mia malattia è diventato il filo conduttore per raccontare quali strumenti ho utilizzato, e come, tra quelli imparati nel mio lungo e intenso studio delle tecniche di comunicazione e coaching e nel mio percorso di crescita personale. Non solo il libro, quindi, ma un intero progetto. Utilizzando il mio sito già esistente, Dottore, mi ascolti!, totalmente ristrutturato, al libro si affiancano quattro manuali pratici, uno per ogni passo, e i corsi in aula.
Definito il libro e il progetto, scritto una prima stesura del libro, e l’ho fatto leggere a qualche amico. Ho avuto risposte positive, ma ancora non ero pronta. Sono passati altri mesi, una successiva stesura. È arrivato il sottotitolo, preso da una battuta di Geppi Cucciari: Quando non vedi la fine del tunnel, arredalo. Per me, infatti, passavano i mesi e gli anni, avevo recuperato forze e energie, stavo ricominciando a lavorare a pieno ritmo, ma ero, e sono, ancora nel tunnel: i farmaci da ricordare, i controlli periodici, gli esami tra un controllo e l’altro. Ho arredato il tunnel e sono pienamente felice.
Poi ho cominciato a contattare gli editori (pochi, per la verità). Ho ricevuto bellissime lettere che elogiavano il libro, ma erano comunque lettere di rifiuto.
Quattro passi in galleria è tornato nel cassetto: non mi piacciono i rifiuti. Fino alla decisione del self publishing, e ad oggi.
Volete conoscere i quattro passi? Leggete il prossimo articolo!
 
Potete trovare i libri anche su IBS, Libreria Universitaria, Youcanprint, La Feltrinelli,  Mondadori store ed altri ancora
 ]]></description>
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		<item>
			<title>Ribaltare i modelli mentali â&amp;euro;&amp;ldquo; lâ&amp;euro;™erba voglio</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/ribaltare_i_modelli_mentali_l_erba_voglio_2729972.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ribaltare i modelli mentali – l’erba voglio</strong><br />Non ho alcuna intenzione di suggerire modelli educativi, al contrario, ritengo abbastanza corretto che un genitore ponga un freno ai figli, a scopo educativo. Ci sono dei no che aiutano a crescere, e si trovano molti bambini lasciati liberi di urlare VOGLIO e, troppo spesso, ottenere l’oggetto desiderato, che si rivelano poi maestri di maleducazione.
Ma poi, da adulti, le cose cambiano.
Mi rendo perfettamente conto che istillare un’abitudine da bambini e modificarla da adulti è molto più difficile che evitare di acquisire quell’abitudine, eppure tanti psicologi e pedagogisti concordano che al bambino è necessario porre limiti, insegnare il senso del dovere e della responsabilità, quindi da bambini si impara che l’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re, e da adulti si impara a coltivarla.
E se adesso vi state chiedendo perché imparare a coltivarla, vi ringrazio della domanda: è proprio quello che voglio raccontarvi.
L’espressione voglio è potente, proattiva, coinvolge tutto il nostro essere verso il risultato.
Dire voglio è, in positivo, quasi più potente che dire devo in senso coercitivo.
Volere ci aiuta a muoverci, ci proietta verso il desiderio, aiuta a trovare la strada per raggiungerlo.
Ma non c’è solo questo.
I miei voglio più importanti riguardano l’elaborazione di ciò che, un tempo, era espresso come devo o come vorrei.
Già, educazione severa, senso del dovere e della responsabilità, autostima piuttosto limitata, e il gioco è fatto: ero piena di costrizioni, e conseguentemente di frustrazioni, e molto timorosa nell’esprimere i miei desideri (ma, per fortuna, molto testarda).
Così finivo per agire spinta da ciò che sentivo di dover fare, sempre in balìa di ciò che altri mi avevano costruito intorno. Poi mi sono stancata.
Non è stato facile: trasformare il devo in voglio, o non voglio, richiede impegno e una costante revisione interiore. Bisogna valutare i propri sensi di colpa, le responsabilità, i propri valori, guardarsi allo specchio e sapere che se decido di non volere qualcosa che mi hanno insegnato come un dovere potrei anche ritrovarmi a sputarmi in un occhio.
Non è facile, ma estremamente liberatorio.
Esteriormente la mia vita cambiò pochino, continuai a fare molte cose che mi venivano più o meno imposte, ma ora le facevo perché avevo deciso io, eliminando totalmente le costrizioni. Un esempio pratico? Nella mia famiglia di origine avevano l’abitudine di convocarmi quando c’era un problema, anche se abitavo decisamente lontano (quasi 300km). E quei chilometri mi pesavano ogni volta che accorrevo, come se invece di percorrerli in macchina li avessi dovuti fare correndo a piedi. E ogni volta arrivavo e ripartivo con il mal di testa.
Poi mi sono resa conto che a volte lo facevo per puro amore verso mio padre, altre volte perché mi era più facile dire di sì piuttosto che ascoltare le recriminazioni e le imputazioni di non essere d’aiuto, altre ancora perché magari ero preoccupata e volevo verificare di persona. Cercare le motivazioni profonde era più impegnativo che dirmi “devo”. Ho continuato ad andare, quasi sempre, ma seguendo i miei motivi, non quelli degli altri, e non avete idea del senso di libertà che mi ha regalato tutto questo.
Una situazione analoga è quella dei desideri. Come tutti, desidero un mucchio di cose, non tutte materiali.
Per anni mi ho pensato che vorrei, desidero, mi piacerebbe che … Poi è arrivato il voglio.
I desideri si sono ridotti drasticamente. Provate a fare una lista, lunghissimo, con tutto ciò che vorreste, da un paio di scarpe nuove a perdere qualche kilo.
Poi riscrivete i desideri affermando “voglio!”. In genere ne rimangono meno del 10%. Ma su quei pochi vi impegnerete davvero!]]></description>
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			<title>Desideri, Obiettivi e Responsabilità</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/desideri_obiettivi_e_responsabilita_417789.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Desideri, Obiettivi e Responsabilità</strong><br />Quando inizio il coaching con un nuovo cliente invio, sempre, alcuni moduli da compilare. Mi sono utilissimi per cominciare a conoscere la persona, e trovo particolarmente utile farli compilare prima del primo incontro ufficiale.
Uno di questi si chiama “lista dei desideri”: è un foglio bianco, con un titolo, e consiste in un elenco numerato da 1 a 37. Teoricamente dovrebbe essere riempito con 37 desideri, ma nulla vieta di inserirne molti di più.
Secondo me 37 desideri sono molto pochi per elencare ciò che vorrei, andando da un nuovo paio di jeans alla casa in campagna, dal perdere un bel po’ di chili al trovare lavoro per mio nipote, passando per un divano nuovo e un viaggio in Australia.
Già, perché il bello di desiderare a ruota libera è che si possono mettere cose concrete e sensazioni impalpabili.
Eppure raramente qualcuno mi ha compilato la lista “completa”, e solo una volta un cliente (in realtà una cliente) è arrivata a 40 desideri.
Poi, durante il primo incontro, istigo ad aumentare la lista, e spesso ci riesco. Ma quando chiedo quali desideri far diventare obiettivi, è una vera strage!
Le motivazioni sono le più svariate:

Questo è piccola cosa, non vale la pena impegnarsi
Questo è troppo ambizioso, non ci riuscirò mai
Questo non dipende da me
Questo è un sogno
Pensandoci bene, questo non mi serve
Questo NO! Mi cambierebbe troppo la vita

E così via, fino ad avere nuovamente un elenco striminzito che dovrebbe rappresentare ciò che davvero vogliono e su cui sono disposti ad impegnarsi.
Già, perché il vero problema del passare da un desiderio ad un obiettivo è che l’obiettivo richiede impegno e assunzione di responsabilità! 
Un conto è dire “vorrei”, e ben diverso è dire “io faccio” (tanti, anche dopo aver studiato la definizione di obiettivo ben formato, cercano di usare il verbo al futuro invece dell’indicativo presente, dimostrando di voler quanto meno procrastinare il raggiungimento dell’obiettivo).]]></description>
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			<title>Liberi di scegliere</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/liberi_di_scegliere_430079.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Liberi di scegliere</strong><br />Cos’è la libertà? Quanto siamo davvero liberi? E quanto siamo invece condizionati dagli eventi, dalle persone che abbiamo vicino, dall’educazione ricevuta, dalla cultura e dalla religione?
Se siamo il frutto della combinazione genetica dei nostri genitori, e di infinite generazioni di antenati prima di loro. Se siamo il risultato dell’educazione ricevuta, e di quella ricevuta dai nostri antenati.
Se i nostri comportamenti sono determinati non solo dalle nostra esperienze, ma anche dall’intera civiltà in cui viviamo, quanto possiamo considerarci liberi?
Io credo, e so di essere in buona compagnia in questa mia convinzione, che la nostra vera libertà sia nella possibilità di scegliere.
In pratica non siamo liberi in senso assoluto, ma possiamo essere liberi di scegliere. 
Se lo vogliamo, se siamo pronti ad assumerci la responsabilità delle nostre scelte, se siamo capaci di vedere le scelte che abbiamo. ]]></description>
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			<title>Comunicazione in blog News 14 ottobre 2012</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/comunicazione_in_blog_news_14_ottobre_2012_1004341.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Comunicazione in blog News 14 ottobre 2012</strong><br />La settimana
È un periodo strano. Forse dovrei studiare astrologia, per vedere se la posizione dei pianeti riesce a spiegarmi cosa succede: si verificano una lunga, lunghissima serie di accelerazioni e brusche frenate su tutta una serie di cosa, progetti, attività.
In certe giornate sembra che tutto debba andare in porto in pochi giorni, poi cala il silenzio, nulla si muove, nessuno risponde. Ma la cosa più strana è che questo avviene contemporaneamente per progetti che non hanno nulla in comune tra loro, che riguardano collaborazioni con persone che non si conoscono. 
Io ringrazio di avere una buona flessibilità nei tempi di lavoro, e soprattutto ringrazio di avere un assurdo ottimismo che mi permette di non perdere mai la speranza, benché in questo momento ci sia davvero poco su cui essere ottimisti. 
Dunque, sto continuando a contribuire ad alcuni progetti, che mi interessano, trovo utili e coinvolgenti, e che spero sia possibile portare a compimento. 
Intanto, però, vado avanti con progetti “tutti miei”:  ho deciso di andare se facebook con i siti, poco alla volta tra cui i siti, e ovviamente ho aggiornato i siti. E poi … ma di questo vi parlerò un’altra volta!
Il medico comunica
Potete trovare 

un nuovo test, 
il commento su un articolo che merita di essere letto 
e un articolo di management 

Comunicazione in Farmacia
Potete trovare

 un nuovo test, 
un articolo di management 
e due nuovi articoli 

Dottore, mi ascolti!
Anche qui ci sono un po’ di novità.
Potete trovare

 un nuovo test,
un nuovo articolo 
e un nuovo suggerimento su un libro 

Didattica e Comunicazione
Potete trovare

 un nuovo test, 
un nuovo articolo 
e un nuovo post nella sezione Collaborazioni: questa volta è un consiglio su un libro 

Ching e Coaching
Trovate 

due nuovi articoli: 

Il progetto Comunicazione in blog va su facebook 
Il futuro che emerge


un nuovo esempio pratico Periodo difficile, ma l’I Ching me l’aveva detto
e un nuovo post nella sezione Domande Cos’è il pensiero sistemico?

Buona lettura! 
E non dimenticate di segnalare Mi piace su facebook!]]></description>
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			<title>Psicocibernetica</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/psicocibernetica_1651529.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Psicocibernetica</strong><br />Maxwell Maltz, chirurgo plastico, si accorge che la perfezione dell’operazione chirurgica influisce solo parzialmente sulla soddisfazione del paziente. Solo alcuni, eliminato il difetto fisico, risolvono il problema psicologico.
Ne nasce un viaggio alla scoperta dell’individuo.
Ne nasce la base della Psicodinamica.
Oggi molti hanno dimenticato il lavoro di Maltz, e molte delle sue scoperte e dei suoi metodi fanno parte della PNL sistemica, della  Mindfulness, e di altre tecniche che, effettivamente, aiutano a migliorare la qualità di vita.
Vi potrà sorprendere, ma questo libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1960.
Ed è un libro sorprendente, dalla prima all’ultima pagina. Scritto con tutto il rigore scientifico di un medico e di un ricercatore, apre la strada alla scoperta di noi stessi, e alla costruzione di un futuro personale migliore.
Imperdibile! ]]></description>
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