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		<title>benessere</title>
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			<title>Per vivere male</title>
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			<description><![CDATA[<strong>Per vivere male</strong><br />Da tempo cerco di spendermi nel dare suggerimenti pratici per vivere meglio, raccontandovi fatti, riflessioni e modalità trovate nella mia personale ricerca di una buona serenità e qualità di vita.
Oggi ho deciso di  fare qualcosa che di per sé è un controsenso: dare consigli per rovinarsi la vita e usare l’ironia. Già, perché se volete rovinare la vita a voi stessi, o agli altri, l’ironia è bandita, soprattutto l’autoironia è davvero pericolosa: fa sorridere, induce accettazione, cambiamento, tenerezza, tutte cose dannosissime per chi ha l’obiettivo di vivere male.
Subito dopo l’abolizione dell’ironia e la guerra all’auto-ironia, il miglior consiglio che posso darvi è quello di pretendere dagli altri qualcosa che non può essere realizzato. 
Il modello originale è quello della “mamma ebrea”: metodo famoso e portato alla conoscenza di tutti da Moni Ovadia. Però il modello originale può essere sviluppato e rafforzato anche se non siete né mamme né ebree, e può diventare un utile strumento per la vita di tutti i giorni. 
Vediamo qualche esempio pratico. 
Chiedete ad una collega di essere, insieme a voi, l’accompagnatrice di una gita scolastica. Attenzione: scegliete accuratamente quella collega che ha problemi in famiglia: due figli piccoli, un marito che viaggia, una genitore anziano da accudire. Migliorate la selezione cercando quella collega che, oltre alle condizioni precedenti, soffre anche di mal di stomaco ogni volta che sale su un autobus. Se poi siete dei veri professionisti, potete aggiungere un tocco di classe scegliendo quella che vi ha appena raccontato, in totale confidenza, che sta facendo delle analisi perché ha strani problemi di salute, o che in questo momento si sente depressa … le potenzialità sono infinite. 
Ovviamente la collega vi dirà che non viene in gita. Ed ora scatta la fase B, che per avere pieno successo deve essere svolta con due modalità in parallelo. 
Da una parte convincetevi che tutto ciò che va storto dal momento del rifiuto in poi è colpa della collega. È piovuto perché lei è rimata a casa, i ragazzi hanno fatto confusione o hanno perso qualcosa perché lei si è rifiutata di venire in gita … Un po’ di fantasia e buona volontà, e ci crederete davvero. Parallelamente rinfacciatele costantemente che non è voluta venire in gita. Anche qui, che diavolo, usate la creatività! 
Dichiarate al collegio insegnanti che alcuni colleghi boicottano la scuola perché non vogliono accompagnare le gite scolastiche, dite al consiglio di classe che ci sono insegnanti che non sono disposti a venire incontro alle esigenze della scuola … 
In breve avrete scatenato una tale tensione e un tale bailamme di pettegolezzi, rancori e sofferenze che sicuramente vi coinvolgerà.
Un altro metodo, leggermente più complicato, ma altrettanto efficace è quello di creare un circuito di ghettizzazione. Il punto di origine è la propria insicurezza (chi non ne ha?). 
Chi si sente insicuro ha svariate possibilità: 

dare comunque il meglio di sé, consapevolmente, e imparare qualcosa ogni giorno (funziona, ma rende le persone più felici, quindi ve lo sconsiglio!)
Accettare i propri limiti, e rimanere nella aree di confort (limita, alla lunga aumenta insicurezza e infelicità, ma è un processo lungo)
Abbattere gli altri in maniera aggressiva (ma di solito prima o poi qualcuno reagisce, quindi è pericoloso)

Ghettizzare gli altri. Il gioco consiste nel trovare qualcosa in cui volete eccellere, volete essere considerati il meglio del meglio. Attenti, perché se siete davvero bravi gli altri ve lo riconosceranno, quindi non vale. Deve essere qualcosa in cui vi si riconosce competenza, ma non siete ritenuti “i capi”. 
A questo punto cominciate il processo, con pazienza e costanza. Trovate per ciascuno dei vostri colleghi una caratteristica per la quale gli riconoscete che ne sa più di voi.
Poniamo il caso che vogliate essere considerati i migliori sulle dinamiche di apprendimento. Ora potete cominciare a dire che vi inchinate a Giuseppe per le competenze di teatro, ad Elena per la capacità di parlare in pubblico, a Laura per come tratta con i genitori … Sottolineate bene l’argomento per cui vi inchinate: dovete essere abilmente convincenti e un po’ melliflui, lasciare il discorso in sospeso. 
Il termine ghettizzazione viene proprio da qui: riconoscere una, ed una sola, capacità ad una persona, in modo che venga ghettizzata in un recinto abilmente costruito da voi. Dopo un po’ potete anche completare le frasi: Certo, mi inchino a Giuseppe quando si parla di teatro, sono io il primo ad inchinarmi, ma se parliamo di dinamiche di apprendimento … 
Pochi avranno il coraggio di opporsi, perché negarvi quello spazio che vi siete scelti significa andare alla rissa, ma in breve molti vi eviteranno, e potrete così essere un bel po’ più infelici di prima, ma con la soddisfazione che avrete reso infelici anche gli altri, perché è davvero difficile uscire la una ghettizzazione ben costruita.
Per ora mi fermo qui, ma state tranquilli: ci sono altri metodi infallibile per rovinarsi la vita!]]></description>
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			<title>Sull'amore</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/sull_amore_2430185.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Sull&#039;amore</strong><br />La prima domanda che ci poniamo in ambito sentimentale è “mi ama?”. Esprimiamo così il nostro desiderio e bisogno di essere amati, desiderati, quasi protetti. Mi ama? Come se questa sola fosse la cosa importante. Fa parte della natura umana: è la prima domanda che si pone un bambino la prima volta che si innamora, esattamente come l’anziano, magari vedovo o vedova da anni, che sente il desiderio di compagnia per nuovi anni della sua vita. Certo, ci sono differenze, anche importanti, ma Mi ama? rimane invariato: l’ età non è, fortunatamente, una variabile sostanziale per l’amore.
Il tempo, le esperienze, il carattere, portano poi, e non sempre, a porsi un’altra domanda: Lo amo? 
Sembra, per come viviamo, che questa sia una domanda secondaria, meno importante dell’altra, come se il bisogno di ricevere sia meno importante del bisogno di dare. Naturalmente non è così. E se qualcuno ha vissuto una relazione in cui è stato sicuro di essere amato, ma non altrettanto sicuro di amare, sa bene che in realtà la seconda domanda è ben più importante della prima. 
Sicuramente abbiamo bisogno di essere amati, coccolati, confermati, quasi accuditi. Ma una vita senza essere amati rimane una vita possibile, e potenzialmente può essere una vita piena di amore: chi crede vi saprà dire che l’amore che Dio riserva ad ognuno di noi riesce comunque a completare il nostro bisogno di ricevere amore. Io vi posso dire che l’amore incondizionato che ci dona un gatto (o, se volete, un cane, o un altro animale da compagnia) riempie un enorme spazio nel nostro bisogno di amore.
Una vita senza saper amare è invece sostanzialmente impossibile.
Talvolta sembra che tutto vada bene: mi ama, lo amo. Ora è tutto a posto. 
E poi? E poi ci si aspetta “e vissero insieme felici e contenti”. Fino a quando la coppia scoppia.
Già. Il guaio è proprio qui. Se stiamo ben attenti alle parole ci possiamo accorgere che in una relazione che funziona non siamo in due, ma in tre: io, lui e la coppia. Non c’è amante, o trucco: la coppia non è la stessa cosa della somma di due persone distinte. 
E, già che ci siamo, sfatiamo anche un altro mito: non c’è simbiosi nell’amore. Ci sono due persone che, pur rimanendo separate e distinte, formano una terza cosa: un coppia. Io e mio marito non abbiamo, purtroppo, figli: abbiamo due gatti e una relazione di coppia da curare.
Eppure nei primi tempi sembra che la simbiosi ci sia. Ci sentiamo strettamente uniti, non c’è un io e un tu, ma solo un noi. Poi questo, poco a poco, sparisce. 
Perché? Non lo so. Il mio pensiero?
Come ho detto non c’è simbiosi nell’amore. C’è però simbiosi nella passione, nel desiderio fisico ed emotivo di scoperta dell’altro. C’è simbiosi nel sesso, se fatto bene. Ma la relazione d’amore non è simbiotica. 
Così passati i primi tempi, più o meno lunghi, se non ci siamo curati della coppia, se la relazione non è cresciuta, ci si accorge di essere cambiati. A volte non c’è più nulla, a volte ci sono recriminazioni, o noia. Cambiare è normale: nessuno rimane immutabile nel corso di 4 – 10 – 20 o 40 anni! Per questo la coppia va cresciuta, ascoltata, curata. ]]></description>
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			<title>Ancora sull'amore</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/ancora_sull_amore_2430186.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ancora sull&#039;amore</strong><br />Avete mai sentito qualcuno raccontarvi che, per tenere in piedi un’amicizia, servono compromessi e sacrifici? No, vero!
L’amicizia è universalmente conosciuta come qualcosa costruita sulla comunità di intenti, sull’accettazione e sul conforto reciproco. Ovviamente si può litigare anche con gli amici, ma l’amico è quello che dice anche cose  sgradevoli e sappiamo bene che lo fa con affetto. L’amico ci accoglie, sempre. Ci conforta quando siamo nei guai, ci aiuta, ci fa anche vedere i nostri difetti. Quando rinunciamo a una serata di pigrizia sul divano perché l’amico è in crisi e vuole rovesciarci addosso i suoi guai non lo viviamo come sacrificio. E quando l’amico vuole andare al cinema e noi a mangiare una pizza in qualche modo riusciamo a decidere cosa fare di comune accordo, ma non lo viviamo come un compromesso.
In amore, invece, ci si riempie la testa, e la bocca, di parole come sacrificio e compromesso. Già: sacrifici, compromessi e aspettative sono, in linea di massima, capaci di distruggere qualunque amore.
Il compromesso, per definizione,  è una via di mezzo tra due desideri contrastanti. Ciascuno perde, in parte, la battaglia. E le sconfitte, si sa, lasciano l’amaro in bocca.
Il sacrificio, invece, è una sconfitta totale accettata per libera scelta. Avete mai incontrato un partner che dicesse: “fai questo sacrificio per me”? Raro, vero, inconsueto. E, soprattutto, se accade l’accettiamo di buon grado, sapendo che poi possiamo chiedere a nostra volta un sacrificio in un’altra occasione. Quello che, invece, non riusciamo proprio ad ingoiare dopo i primi tempi della relazione sono i sacrifici non richiesti, quelli che il partner non sa nemmeno che noi riteniamo sacrifici. Diciamolo chiaramente: si tratta di un comportamento davvero stupido!
Il terzo elemento distruttivo in una relazione sono le aspettative. In realtà quasi tutte le scuole o discipline che si occupano di benessere, qualità di vita, crescita spirituale, gestione di se stessi, affermano (e con ottimi motivi) che le aspettative fanno un mucchio di danni nella nostra vita. Ma in amore sono totalmente devastanti! Le aspettative, nella relazione sentimentale, sono quelle che ci inducono a voler far s che il partner si adegui ad un ruolo, o ad un’immagine che abbiamo costruito, magari senza informarlo. Dalle aspettative alla delusione il passo è brevissimo (soprattutto se lui o lei non sa quali sono le nostre aspettative) e dalla delusione alla recriminazione la strada è tutta in discesa!]]></description>
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			<title>Cercate un collega simpatico e â&amp;euro;¦</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/cercate_un_collega_simpatico_e_2447477.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Cercate un collega simpatico e …</strong><br />È normale, umano, ovvio, che in qualunque posto di lavoro siamo alla ricerca di colleghi simpatici, con cui ci troviamo in sintonia. Ma poi, quando li troviamo, quando identifichiamo il o la potenziale amico o amica, in genere (mi verrebbe da dire la maggioranza delle persone) finiamo per instaurare un rapporto di lamentazione reciproca, in cui ciascuno si sfoga, si lagna, scarica addosso all’altro problemi e piagnistei.
Per carità, ognuno è libero di torturarsi e torturare il prossimo come più preferisce, e su questo fronte non mi sento assolutamente senza peccato, quindi non posso certo scagliare la prima pietra.
Posso, però dire che questo comportamento non è funzionale, né utile. All’amicizia? No, le amicizie hanno la bellissima caratteristica di svilupparsi in qualunque situazione. Questo comportamento è fortemente limitante e demotivante.
La motivazione, infatti, è sempre piuttosto fragile, soprattutto in questi tempi in cui sarebbe idiota negare che ci sono infiniti problemi da risolvere. La continua lamentazione, anche se vissuta come sfogo, finisce inevitabilmente per potenziare le difficoltà, ingigantendole mano a mano, e aumentando progressivamente la convinzione che non possiamo fare nulla per migliorare la nostra situazione.
Il collega – amico è la persona più “giusta”, proprio perché condivide il nostro modo di vedere le cose, per costruire qualcosa insieme, per studiare un progetto, anche una cosa minima, che permette di realizzare qualcosa in cui crediamo, o risolvere anche solo un piccolissimo problema.
Divertirsi in quello che si fa, o risolvere un piccolo problema, apportare anche solo un minuscolo miglioramento, è il modo migliore per creare motivazione, … vivere e lavorare meglio.
Tanto vale provarci!]]></description>
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			<title>Perché rifiuto di darmi martellate sui calli</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/perche_rifiuto_di_darmi_martellate_sui_calli_2458235.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Perché rifiuto di darmi martellate sui calli</strong><br />È sufficiente aprire FB, o Linkedin, o girellare un po’ su Internet per trovare tantissimi suggerimenti per realizzare una vita fantastica. Si naviga tra pensiero positivo, realizzazione dei sogni, vite perfette e tante belle frasi, spesso estrapolate dal contesto.
Va tutto bene, fino ad un certo punto.
Io sono cresciuta sentendomi responsabile delle mie azioni, delle mie competenze, dei miei risultati scolastici … Un bel voto a scuola era ovvio: avevo fatto il mio dovere. Un brutto voto era perché non avevo studiato abbastanza. Punto. Quando all’università ho cominciato ad avere attacchi di panico ad ogni esame, un po’ per le mie insicurezze e un po’ grazie alla professoressa di matematica, mio padre ha reagito dichiarando che non valeva la pena mantenermi se non andavo avanti. Quando ho avuto, anni dopo, problemi sul lavoro, l’unica domanda di mio padre era “Di cosa sei colpevole?”, dando per scontato che la responsabilità era mia. Severità forse esagerata, ma raccontata solo per dire che, per carattere e per educazione, non rifuggo le mie responsabilità.
Però tutta quella pubblicità sulle formule per il successo mi dà un po’ sui nervi e finisco per dovermi quasi giustificare sul perché. Certo, significa che la pubblicità funziona. O forse non si chiama più pubblicità, ma marketing virale. Poco importa, vi spiego comunque le mie ragioni.
Il primo concetto che rifuggo è quello di dover ambire al successo. Niente di nuovo sotto al sole: Giulio Cesare dichiarò “Preferirei essere il primo in questo modesto villaggio che il secondo a Roma”. Divenne il primo a Roma, e fu ammazzato piuttosto brutalmente. Non so se mi piacerebbe. Non ho nulla contro l’ambizione, e mi ritengo ambiziosa anch’io, ma condivido il pensiero di Albert Einstein: Non cercare di diventare un uomo di successo, ma piuttosto un uomo di valore.
E poi bisogna intendersi su cosa sia il successo. Ciascuno ha la sua visione di successo. A me vengono in mente Nelson Mandela, ma non so se accetterei i suoi 27 anni in carcere. Penso a Steve Jobs, ma parecchie fonti dicono che umanamente fosse piuttosto stronzo e davvero infelice. Credo che Malala Yousafzai possa essere considerata una persona di successo, ma ritengo anche che del successo personale non gliene importi assolutamente nulla: lei vuole il diritto all’istruzione per tutte le donne del mondo. Penso che anche Al Gore sia un uomo di successo, ma la sua ambizione era diventare presidente degli Stati Uniti e ha vinto il Nobel prendendo al volo un’opportunità, quindi in realtà è una conferma del mio pensiero, non delle teorie dilaganti.
Bene: a quanto pare per me il successo contempla almeno un premio Nobel. E i soldi? Certo che non mi dispiacciono, ma non penso che siano davvero la meta da perseguire.
La fama? Il numero di followers su FB? Lasciamo perdere: appartengo ad un’altra generazione.
Il secondo elemento che mi disturba ha a che vedere con la colpa. Visto che è possibile, e in fondo è anche facile, ottenere tutto quello che desideri, ne consegue che se non lo ottieni è colpa tua.
Io credo fermamente nel concetto che cercare i colpevoli sia la peggiore perdita di tempo e di energie possibile. E ricordo perfettamente di una discussione avuta con qualcuno che si ostinava a rifilare colpe a destra e a manca. Quando gli dissi che attribuire colpe non lo avrebbe aiutato a risolvere i problemi, mi rispose “sì, certo, ho anch’io la mia dose di colpa”. Dimostrando, così, che aveva capito tutto. Perché se cercare i colpevoli non serve, attribuire a se stesso la colpa è puro masochismo. E visto che l’educazione ricevuta mi impedisce di cercare colpevoli esterni, lasciatemi almeno rifiutare drasticamente di auto-colpevolizzarmi, di darmi, appunto, martellate sui calli.
E veniamo al terzo elemento che contesto. Negli oltre vent’anni passati in azienda, spesso a qualche genio veniva in mente di chiedere ai medici quali prodotti avrebbero desiderato, in modo da ricevere input per i nuovi sviluppi. Ubbidienti, abbiamo fatto indagini, gruppi di lavoro, interviste più o meno finalizzate, … senza ottenere risultati utili. Era prevedibile: la stragrande maggioranza degli esseri umani adulti è in grado di immaginare solo qualcosa che già conosce, che magari desidera migliorare, ma raramente vagheggia qualcosa di totalmente sconosciuto e, se lo fa, generalmente non è in grado di spiegare in maniera razionale e costruttiva ciò che la sua fantasia ha prodotto.
È inutile che studiamo pensiero creativo, facciamo brainstorming o usiamo altre, pur utili, tecniche. E, a questo proposito, è piuttosto famoso l’esperimento della porta che si apre tirando in su la maniglia: solo i bambini riescono ad aprirla al primo colpo, mentre gli adulti provano almeno un paio di volte la strada tradizionale. Siamo costruiti così, e ci sono indubbi vantaggi in questi nostri meccanismi: si chiamano bagaglio di esperienze. Anche gli errori servono a questo, ad imparare, e sono utili e belli. L’importante è non commettere ripetutamente gli stessi errori.
Dobbiamo dunque rassegnarci a condurre una triste vita in cui facciamo più o meno sempre le stesse cose? Assolutamente no. Come dice Ligabue, niente paura, ci pensa la vita. Ci pensa la vita a metterci davanti opportunità sconosciute e impensabili. Al Gore voleva fare il presidente degli Stati Uniti. Ha più o meno perso le elezioni e si è dedicato a qualcosa che evidentemente gli piaceva, lo convinceva e lo divertiva. E ha vinto un Nobel.
Mio padre, nel suo piccolo, voleva diventare proprietario di una farmacia. Non avendo i soldi per comprarla, si è rassegnato ad usare l’altra sua laurea e si è messo a insegnare, poi a scrivere libri di testo per le scuole. Negli anni ’60 ne ha venduti oltre 5 milioni di copie.
Perseguire un sogno è, secondo me, più bello che utile. Inseguiamo quindi i nostri sogni, ma sempre tendendo occhi, cuore e cervello aperti verso l’impensabile, perché in realtà è lì che andremo e potremo trovare la nostra realizzazione.]]></description>
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			<title>I pensieri felici: funzionano?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/i_pensieri_felici_funzionano_2474396.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I pensieri felici: funzionano?</strong><br />Negli ultimi tempi, come forse già sapete, sono stata piuttosto impegnata con un tumore al seno: operazione, chemioterapia, radioterapia. Ho avuto giornate pesanti, e intere settimane in cui non riuscivo né a leggere né a stare al computer. In pratica, ho avuto moltissimo tempo per pensare.
E visto che i pensieri tristi erano fin troppo facili, mi sono cimentata con la lista dei pensieri felici.
Non ho imparato a volare, ma sicuramente sono riuscita a trovare qualcosa simile al patronum di Harry Potter: nonostante tutto mi sono ritrovata spesso a sorridere felice.
La lista dei pensieri felici serve ogni giorno, per affrontare la giornata, per superare i momenti difficili, per entrare nello stato d’animo positivo. Ma quali sono i pensieri felici, quelli che funzionano meglio?
Personalmente ho provato un po’ di tutto, e quelli che funzionano meglio sono quelli emotivamente coinvolgenti: in genere sono piccole cose, gli istanti perfetti.
Personalmente ho cominciato con i sogni, i desideri, ma non funzionano. C’è sempre la parte più severa o più scettica che li demolisce. E sì che io sono una grande sognatrice!
Poi ho provato con i momenti di grande soddisfazione: la prima lettera di assunzione, la nomina a dirigente, l’acquisto della casa. Ma anche questi avevano una portata limitata.
E poi ho trovato i miei grandi pensieri felici: l’odore di una torta al cioccolato, i miei gatti che mi vengono incontro entrando in casa, il primo sorriso dei miei nipoti, l’espressione concentrata della mia nipotina, l’abbraccio di mia madre, momenti di particolare affetto di mia sorella, sguardi di mio marito, …
Come ho detto, piccolissimi istanti di emozione perfettamente felice.
Ed ora, siete pronti per affrontare la vostra lista?]]></description>
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			<title>Libertà voâ&amp;euro;™ cercando â&amp;euro;¦</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/liberta_vo_cercando_2489059.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Libertà vo’ cercando …</strong><br />Quando si parla di valori, di cose che riteniamo davvero importanti nella vita, la libertà è sempre uno dei primi citati, ed è quasi sempre ai primi posti delle nostra personale gerarchia.
Eppure … ho qualche dubbio che questa affermazione corrisponda alla realtà. Definire cos’è la libertà è davvero molto difficile e ovviamente molto soggettivo.
Certo, è più facile descrivere la libertà come fece Dante: lui parlava di una libertà fisica, politica e religiosa per cui vale la pena morire. La stessa libertà che cercano coloro che vivono in condizioni di costrizione, di dittatura.
Eppure se solo questa fosse la libertà, coloro che vivono in uno stato democratico, con libertà di parola e di religione, dovrebbero ritenersi pienamente soddisfatti.
E poi spesso ho l’impressione che molti di quelli che propugnano la libertà non la stiano davvero cercando o coltivando.
Gaber diceva “libertà è partecipazione”. Condivido. Ma è un altro parametro legato a libertà di tipo civile e sociale: fondamentale, ma non l’unica forma di libertà.
La crisi economica, la perdita del lavoro, vivere alle soglie della povertà, sono tutte condizioni che limitano pesantemente la libertà.
Ma poi c’è la forma che secondo me è la peggiore: l’auto limitazione della libertà di pensiero. Sì, perché nessuno può imporci la schiavitù del pensiero se noi non siamo complici. Eppure un’infinità di persone ripete la più triste frase del mondo: “non avevo scelta” sottintendendo che l’educazione, le convinzioni, i pregiudizi e le abitudini li hanno condizionato a non vedere percorsi possibili al di là di quelli verso cui sono stati orientati. Non avevo scelta implica il terrore dell’ignoto, il panico di andare fuori dagli schemi consueti, significa essersi negati la libertà di pensare a soluzioni alternative, fantasiose, anche se difficili.
E forse questa è davvero la cosa più triste che può accaderci nella vita.]]></description>
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			<title>Roccia o acciaio?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/roccia_o_acciaio_2430188.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Roccia o acciaio?</strong><br />Una delle espressioni più comuni per definire una persona forte, affidabile, è “sei una roccia”. Me lo sono sentito dire spesso nella mia vita, pronunciato con intenti diversi e toni molto diversi. Me l’hanno detto con stima, con rabbia, con invidia, con intenzione di approfittarne o anche per sottovalutare i miei problemi (tanto sei forte: arrangiati). Negli anni ho imparato a distinguere, ad apprezzare i complimenti sinceri e rimuovere, cancellare o non ascoltare tutto il resto.
Credo che la forza sia un po’ come il coraggio. Giovanni Falcone, che di coraggio se ne intendeva e ne aveva da vendere, ha scritto: L&#039;importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza.
La forza ha alcuni elementi in comune: la forza non è la mancanza di debolezze, ma il convivere con le proprie debolezze e paure senza farsene condizionare, senza lasciarle diventar uno scudo o un alibi.
Si può quindi essere forti come una roccia, ma è meglio ancora crearsi un nucleo di acciaio.
La vita ha, infatti, la brutta abitudine di intervenire sulle rocce con il fracking (fatturazione idraulica multi-stadio delle rocce), quel procedimento che frantuma la roccia estraendone gas e petrolio. Essere in una roccia, in questi casi, aiuta ben poco o, meglio, aiuta solo nella misura in cui ci si concentra per scoprire quanto gas e petrolio (leggi: risorse sconosciute) sarà possibile far emergere, recuperare e rendere utilizzabili una volta che la frantumazione è terminata.
Tutto sommato, quindi, ciò che davvero aiuta non è la forza della roccia, ma quel minuscolo nucleo di acciaio, flessibile e temprato dal fuoco e dalle tempeste affrontate. Il nucleo di acciaio è spesso davvero minuscolo, e raramente gli diamo l’importanza che merita. In genere al mondo esterno non interessa: per vederlo bisogna andare ben oltre la superficie. Eppure è lui che si rafforza ogni volta che la roccia si frantuma. ]]></description>
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		<item>
			<title>Confessioni di un'ultracinquantenne</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/confessioni_di_un_ultracinquantenne_2430189.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Confessioni di un&#039;ultracinquantenne</strong><br />Il mio consenso, indubbiamente, c&#039;è, quindi vediamo un po&#039; oggi quali sono i limiti che si fanno sentire di più. È un mix, con alcuni punti fermi e alcuni elementi variabili, come ogni miscela che si rispetti. Ci sono punti fermi, elementi costanti, legati all&#039;essere donna e a migliaia di anni di educazione, ma ci sono anche solidi fattori generazionali, inadeguatezze attribuibili all&#039;età, alla famiglia, alla storia personale. E poi c&#039;è il contingente: quei limiti che si scoprono giorno per giorno, perché non si finisce mai.
È difficile togliersi dalle ossa il concetto di modestia femminile. Facciamo tante battaglie, condanniamo con tanta fermezza l&#039;attuale integralismo islamico, ma non è passato poi molto tempo da quando, anche in Europa, la donna era una proprietà prima del padre, e poi del marito, quando la donna non poteva frequentare l&#039;università, quando si governava la famiglia (anche economicamente), ma di nascosto per non sminuire la dignità maschile. Inutile ridere, o stupirsi: ancor oggi nell&#039;immaginario collettivo lo stipendio della moglie è &quot;il secondo stipendio&quot;, e talvolta capita persino di rimpiangere il fatto che non sia davvero così, perché vorrebbe dire che di stipendi in famiglia ne entrano due. No, non ridete: il mio primo fidanzato ufficiale era fermamente convinto che le mie scelte professionali fossero meno importanti delle sue. Ovviamente è finita, ma ho impiegato anni per trovare un marito che, tra gli altri pregi, avesse anche quello di non sentirsi sminuito dal fatto che il mio stipendio fosse maggiore del suo. E ricordo anche molto bene lo sguardo di chi pensava che io facessi un lavoro prettamente maschile o lo stupore rivolto ad amiche che sceglievano facoltà universitarie dove le donne erano mosche bianche. Io l&#039;ho vissuto.
E già che parliamo di età, che dire della mia generazione? Siamo, le donne in particolare, quelli che hanno sempre l&#039;età sbagliata.
Abbiamo ubbidito a genitori più o meno severi perché i bambini ubbidiscono. Abbiamo fatto gavetta sui posti di lavoro perché eravamo gli ultimi arrivati, e ci siamo sentiti rifiutare promozioni in quanto troppo giovani. Poi, simulando quella tradizione partigiana con cui siamo cresciuti, una mattina ci siamo svegliati troppo vecchi. E abbiamo cominciato a combattere con rampanti bocconiani che si sentivano infelici se non arrivavano al top management prima dei trent&#039;anni. Poi ci siamo accorti che il mondo del lavoro pone il limite anagrafico massimo, l&#039;asticella per prenderti in considerazione, intorno ai quarant&#039;anni. Ma nel frattempo noi i 40 li avevamo superati, però ci è stato detto che non abbiamo l&#039;età giusta neanche per la pensione. Noi l&#039;età giusta non l&#039;abbiamo, e non l&#039;abbiamo mai avuta. Inutile recriminare, o sentirsi inferiori. In fondo anche questo comporta qualcosa di positivo: se l&#039;età è, in maniera incontrovertibile, sempre quella sbagliata, non me ne sento colpevole, posso disinteressarmi del problema e vivere ogni giorno con l&#039;età che sento di avere: troppo giovane per l&#039;entusiasmo e i progetti che ho ancora o troppo vecchia per l&#039;esperienza e quel po&#039; di saggezza che ho raccolto.
Ed eccoci al punto: è il contingente di oggi che mi fa riflettere.
Oggi l&#039;unica innovazione che gode di rispetto è quella tecnologica. Io ho qualche dubbio, perché c&#039;è una contraddizione in atto di cui pochi sono consapevoli.  L&#039;innovazione, e il rinnovamento, sono valori  del femminino, mentre la tecnologia è un&#039;energia del maschile. Così la tecnologia corre, ma lascia indietro quell’unico cambiamento  in grado di fare la differenza: la trasformazione del cuore umano, come afferma Joseph Jaworski.
E la mia inadeguatezza di oggi è proprio sulla tecnologia, e sul pensiero ad essa correlato. Mi spiego meglio. Un cambio di computer e di sistema operativo mi hanno reso evidente che sono arrivata a quel fatidico punto della parabola.
Ogni cosa nuova crea entusiasmo, ogni tecnologia nasce per facilitare la vita, accelerare i tempi. Poi la tecnologia migliora, i tempi si abbreviano ancor di più. Poi, poco a poco, impercettibilmente, lo strumento prende il sopravvento, la tecnica diventa più importante del contenuto. Si arriva in cima alla curva, e da lì le nuove tecnologie e i nuovi strumenti creano più complicazioni che benefici.
Il parametro, totalmente soggettivo, non si applica solo alla macchina, ma a tutto il sistema ad esso correlato. Era bello poter inviare una mail, fino a quando la lettura delle mail non ha richiesto un paio d&#039;ore al giorno. È bello avere a disposizione i social network, ci credo ancora. Poi leggi che se vuoi usare questi strumenti come libero professionista, per farti conoscere, cercare clienti o promuovere qualcosa, devi assolutamente fare personal branding, marketing virale, neuromarketing, …
E il cerchio si chiude: la modestia femminile, l&#039;età sbagliata, la tecnologia ingombrante. Ed eccomi, tra un&#039;esplosione e l&#039;altra di inadeguatezza, a rivedere profili, mettere link, lanciare collegamenti, cercare di promuovere alcune cose che mi stanno particolarmente a cuore. Ed è qui che ringrazio l&#039;educazione ricevuta, l&#039;età avanzata e la cronica incapacità tecnologica. Sì, perché mi viene da ridere. Perché alla mia sbagliata generazione, alla mia sbagliata genetica femminile, hanno insegnato la curiosità e l&#039;autoironia: due valori forse obsoleti, che non cambierei con nient&#039;altro.]]></description>
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			<title>La preghiera di un laico</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/la_preghiera_di_un_laico_2430190.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>La preghiera di un laico</strong><br />Signore, dammi la pazienza per accettare e vivere tutto questo. Ma sbrigati, perché io ne ho le palle piene.
Signore, mi hai creato dalla terra e plasmi me e la mia vita come creta. Ma sei stato sempre tu ad aggiungere il respiro divino e quella storia del libero arbitrio, quindi vedi ogni tanto di consultarmi, informarmi o almeno tener conto anche della mia volontà.
Signore, so che ciò che mi accade è guidato dalla tua mano per insegnarmi quello che devo imparare e condurmi dove devo andare. Ma non si potrebbe accelerare o saltare un po&#039; di preliminari?
Signore, lo sai, vero, che stanno facendo cose orribili e usano il Tuo nome? Ovvio che lo sai, e immagino che tu stia lì a gestire il tutto in nome di un disegno più grande, o che la tua apparente latitanza abbia qualcosa a che vedere col libero arbitrio, la proattività e il grande concetto di “aiutati che il ciel ti aiuta”. Insomma, mi sembra di capire che in questa lotta tra il bene e il male dobbiamo vedercela da soli, non solo per la lotta interiore e personale di ciascuno, ma anche per quella cosmica. Forse ho capito, forse no. Però … un aiutino?
Signore, tu hai scritto Non rubare tra i tuoi comandamenti principali. Ora, con questa malattia, sono in tanti che cercano di convincermi a confidare in te. Ma devi capire che io vivo in Italia, e come dice Bill Watterson &quot;È duro essere religiosi quando certe persone non vengono mai incenerite da un fulmine.&quot; Puoi iniziare subito: la lista è lunga …
Signore, lo so che la mia è una richiesta egoistica, ma se non ti costa troppo potresti restituirmi la mia capacità di concentrazione e magari fare in modo che leggere o scrivere non mi procurino dolori notevoli? Comunque, se non puoi, o non vuoi perché anche questo fa parte della lezione che devo imparare, potresti almeno intervenire sulla programmazione di Sky? Ormai ci sono telefilm di cui so le battute a memoria! ]]></description>
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			<title>Quante volte dite Grazie?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/quante_volte_dite_grazie_2430191.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Quante volte dite Grazie?</strong><br />Quante volte vi è capitato di dire Grazie? Non il grazie della buona educazione: per favore, grazie, mi scusi, prego, .. ma il GRAZIE che viene dal profondo dell’anima per qualcosa che vi è stato donato, o per qualcosa che avete chiesto e ottenuto.
Ci sono persone talmente abituate ad appoggiarsi agli altri che ritengono tutto dovuto. Spesso ottengono molto, ma non sanno dire un vero grazie. Talvolta costoro diventano una specie di vampiri: anche senza parole pretendono, esigono, si aspettano aiuto.
Io ho avuto a che fare con persone di questo tipo, e non credo che siano felici. E per la loro infelicità rendono la vita di chi sta loro vicino un vero inferno.
Ci sono persone che non sanno chiedere. Talvolta hanno avuto davvero poco dalla vita, ma spesso sono stati fin troppo spronati ad essere autosufficienti. O forse sono stati delusi, e non sanno superare la delusione.
Non sanno chiedere, e a volte li si vede annaspare, annegare nell’infelicità e non si sa come intervenire.
Ed ecco perché saper dire grazie, poter dire grazie è un dono davvero speciale.
Dire grazie è utile sia per chi lo dice che per chi lo riceve.
Chi lo pronuncia riconosce di far parte di qualcosa, di essere amato, di avere un supporto, di non essere solo.
E chi lo riceve si sente amato, utile, sente riconosciuto il proprio valore.
Quante volte dite GRAZIE?]]></description>
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			<title>Anche se voi vi credete assolti â&amp;euro;¦</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/anche_se_voi_vi_credete_assolti_2430192.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Anche se voi vi credete assolti …</strong><br />Due versi che vengo da La canzone del maggio di Fabrizio De André e che, in questi giorni, mi risuonano più che mai, come monito e promemoria verso una serie di avvenimenti.
Penso alla bimba diabetica morta in mare perché gli scafisti le hanno buttato lo zainetto con l’insulina. Mi vengono i brividi, il primo pensiero è di orrore, il secondo è come sia possibile essere così lontani da ogni briciolo di umanità.
Eppure fino a duecento anni fa eravamo noi europei quelli che facevano la tratta degli schiavi, e duecento anni non sono poi tanti.
Anche se voi vi credete assolti - siete lo stesso coinvolti.
Sono, siamo, decisamente sconvolti dalle decapitazione dell’Isis, e mi chiedo come si possa manipolare un testo religioso, ricco di compassione, al punto da trovarvi motivi per uccidere i propri simili.
Eppure l’inquisizione cattolica circa 500 anni fa, ha fatto la stessa cosa, con torture e stragi, e lo Stato Pontificio ha definitivamente cancellato le ultime vestigia legali dell’inquisizione solo un centinaio di anni fa.
Anche se voi vi credete assolti - siete lo stesso coinvolti.
Siamo scandalizzati da comportamenti iniqui nei confronti delle donne. Citiamo l’infibulazione e attribuiamo la pratica ai musulmani.
Ma oltre a non essere citata nel Corano, segnalo che tra i Paesi dove è ancora in vigore ci sono Paesi cristiani come Corno d&#039;Africa, Eritrea ed Etiopia.
E non citiamo la caccia alle streghe in vigore in Europa pochi secoli fa.
Difendiamo il diritto femminile allo studio, sostenendo che sono sempre quegli arretrati dei musulmani …
Ma meno di un secolo fa neanche da noi il diritto allo studio era totalmente paritario tra uomo e donna.
E comunque in Italia c’è ancora una bella differenza tra salari e carriere di uomini e donne.
Anche se voi vi credete assolti - siete lo stesso coinvolti.
Per la distruzione di libri e opere d’arte possiamo dirci fortunati: tutte quelle perpetrate nei cosiddetti Paesi civili sono opera di regimi totalitari. Sì, ma sono dannatamente recenti, e vanno ricordate come monito per comprendere con quanta facilità ci trasformiamo in bestie.
Anche se voi vi credete assolti - siete lo stesso coinvolti.
L’I Ching ricorda in diversi esagrammi che il male prima o poi si distrugge da solo perché nell’eterno percorso ciclico dell’universo il buio e l’arroganza trovano in se stessi mezzi di distruzione. Ma ricorda anche che la pace, il bene, la saggezza, devono essere costantemente alimentati per prolungare il più possibile il ciclo della luce.
Se non agiamo attivamente per il bene, rendiamo solo più semplice il percorso del male.
Anche se voi vi credete assolti - siete lo stesso coinvolti.]]></description>
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			<title>Quadri, bassorilievi, statue o esseri umani?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/quadri_bassorilievi_statue_o_esseri_umani_2764032.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Quadri, bassorilievi, statue o esseri umani?</strong><br />Alcune considerazioni sui rapporti umani
In genere percepiamo solo alcune, superficiali, caratteristiche delle persone che conosciamo, e le usiamo per crearci una sorta di sintetico catalogo. Detto così brutalmente, sembra terribilmente orribile, ma non è così: è una normale abitudine di superficiale sintesi che tutti gli esseri umani hanno.
Qualcuno si limita a vedere gli altri a due dimensioni, come quadri, accontentandosi di conoscere la superficie, l’etichetta, catalogandoli in base al biglietto da visita.
Qualcuno aggiunge timidamente una terza dimensione, e vede gli altri in bassorilievo, accettando, con un po’ di insofferenza e disinteresse, che l’altro abbia anche caratteristiche che non gli sono note.
Qualcuno vede gli altri come statue, riconoscendone l’intera superficie tridimensionale … e dimenticandone allegramente l’anima.
Qualcuno, infine, instaura un contatto, e vede l’altro come essere umano.
Fatta questa debita, e grossolana, premessa, provo a riassumere motivi e conseguenze di questo comportamento.
I motivi
Chi ha una visione limitata degli altri, non lo fa per cattiveria o superficialità, tant’è vero che (nella mia esperienza) talvolta applica e se stesso le stesse regole. Usando, volutamente, la terminologia della PNL dei meccanismi di elaborazione, alcuni generalizzano, si semplificano la vita mettendo le persone in categorie definite, schematiche e precostituite, altri cancellano, rimuovendo le informazioni che li obbligherebbero a “perdere tempo” per andare in profondità, e altri, infine, distorcono abbinando vaghe qualità (positive o negative) alle informazioni accertate.
Le motivazioni sono spesso legate alla paura: di mettersi in gioco, di perdere tempo o energie, insicurezza, … o banale superficialità.
Cercare nell’altro l’essere umano richiede empatia, ascolto, rispetto, volontà, curiosità.
Chi, nella vita, cerca l’essere umano trova amici, e qualche nemico. Chi si accontenta dei quadri, della statue, dei bassorilievi trova, al massimo, conoscenti.
E sul lavoro?
Professionalmente parlando partiamo dal presupposto che tutti siamo clienti e tutti siamo fornitori, cioè abbiamo clienti, indipendentemente dalla professione. (questa è una delle più solide teorie di gestione degli ultimi 20 anni: prendetela per accertata).
Chi vede il quadro crea con i suoi clienti un rapporto do ut des, occasionale
Chi vede il bassorilievo sa rispondere alle necessità del cliente aggiustando il tiro, ma nulla di più
Chi vede la statua sa identificare progetti o risposte personalizzate, mirate alle necessità del cliente
Ma solo chi riesce a vedere l’essere umano può creare quella relazione di fidelizzazione del cliente efficace per superare indenne le crisi, auto motivarsi, divertirsi sul lavoro, vagheggiata da tanti testi di management, destinata a svilupparsi in una sinergia vincente.]]></description>
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			<title>Cosâ&amp;euro;™è il pensiero sistemico?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/cos_e_il_pensiero_sistemico_2823173.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Cos’è il pensiero sistemico?</strong><br />Sempre più spesso di parla di pensiero sistemico o interventi sistemici nelle aziende, nella società. La PNL è diventata sistemica, e molte scuole di business o di sociologia parlano apertamente di “sistemico”.
Il concetto è complesso, e d’altra parte il pensiero sistemico viene definito proprio per affrontare la complessità della nostra società attuale, che si manifesta a vari livelli.
Se cercate la voce “pensiero sistemico” su google, trovate centinaia di migliaia di voci, e parlo solo di quelle in italiano! Quindi non mi sforzo di darvi una definizione esatta ed esaustiva, ma solo un concetto comprensibile ed utilizzabile.
La definizione più bella che ho trovato sul pensiero sistemico è una metafora: il pensiero sistemico permette di vedere sia l’albero che la foresta, ed è in grado di operare al meglio su entrambe.
Tutti sappiamo che una foresta è composta, per definizione, di alberi. Eppure in genere se guardiamo l’albero non vediamo la foresta, e viceversa. Chi pensa, ed agisce, in maniera sistemica sa guardare l’albero, ma sa anche spostare il punto di vista per vedere e comprendere la foresta. Se agisce per il bene della foresta, lo fa tenendo conto del singolo albero e se agisce sull’albero lo fa considerando anche il bene della foresta, perché ovviamente l’albero e la foresta sono interdipendenti.
Ovvio? Nella pratica, non tanto.
Il pensiero sistemico viene da tempi lontani: ne parlavano (anche se non in questi termini) i filosofi greci
La sua “riscoperta” ampliata e potenziata da un’infinità di studi, teorie, attivazioni operative, è invece tipico degli ultimi decenni, e le applicazioni (con ottimi risultati) si possono trovare nei settori più disparati: dal benessere individuale alle più evolute teorie di business management.]]></description>
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			<title>Nella vita conta la volontà o il destino?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/nella_vita_conta_la_volonta_o_il_destino_2636819.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Nella vita conta la volontà o il destino?</strong><br />Ovviamente anch’io mi sono chiesta se nella vita vale più il destino o la volontà. Poi, come spesso accade, una risposta molto plausibile mi è arrivata per una via casuale e tortuosa: attraverso un corso di lettura della mano.
La prima cosa che mi fu insegnata è che si leggono entrambe le mani:

nella mano sinistra troviamo le linee del destino, ciò che siamo destinati ad essere, ciò che siamo chiamati a fare, ciò che “è scritto”
nella mano destra troviamo la nostra realizzazione: quello che facciamo con il nostro potenziale, con le nostre capacità

E, mi fece notare il docente, la maggior parte delle persone ha più linee nella sinistra che nella destra, a dimostrazione che realizza solo in parte il suo potenziale, usa solo in parte le sue esperienze.
Ecco quindi la mia risposta: c’è qualcosa, che possiamo chiamare destino, che definisce alcuni elementi salienti della nostra vita. Poi c’è la nostra personale gestione della vita, che possiamo chiamare volontà o libero arbitrio. Noi siamo la somma di entrambe gli elementi.
Conoscere il destino non è quindi abbandonarsi al fatalismo, sedersi su una comoda poltrona. Al contrario. Andare alla fonte del patto che abbiamo stretto con la vita prima di nascere, riconoscere il nostro destino, può essere lo strumento per accelerare il percorso, e offrire alla volontà un supporto per realizzare molto più di quanto sembrasse possibile. Un po’ come quando, da bambini, dopo aver imparato a conoscere bene i gradini della scala di casa ci divertivamo a farne due alla volta, e poi tre, fino a cercare di scendere la scala in un colpo solo. Io lo facevo, con qualche ginocchio sbucciato, ma quale soddisfazione quando ci riuscivo!]]></description>
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			<title>Vivere a reazione</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/vivere_a_reazione_2673173.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Vivere a reazione</strong><br />Avvenimenti, parole, contatti, cose che succedono … Ovviamente sono tante, tutti i giorni, in continuazione. E noi? Reagiamo. Ad ogni azione corrisponde una reazione … diceva qualcuno (non ricordo chi).
Ma continuando a vivere solo (o prevalentemente) tramite reazioni ci complichiamo infinitamente la vita.
Innanzi tutto le costanti reazioni generano stress: per reagire bisogna essere sempre sul chi vive.
Spesso si generano anche liti, o per lo meno discussioni, perché la tendenza a reagire il più rapidamente possibile induce ad interpretare quello che ci viene detto secondo la nostra chiave di lettura, che a sua volta è influenzata anche dallo stato d’animo.
E poi, occupati a reagire, e preoccupati di reagire, finiamo per perdere di vista ciò che vogliamo costruire. Un po’ come quando siamo impegnati a seguire tempestivamente le piccole e grandi urgenze quotidiane finiamo per dimenticare le cose davvero importanti.
Qual è l’alternativa? Vivere in maniera creativa e proattiva, dedicarci a costruire ciò che desideriamo e mantenerci sempre liberi di scegliere cosa fare e come comportarci, indipendentemente da ciò che accade e dai nostri istinti primordiali.
Oggi molti parlano in favore della proattività. Una scoperta recente, dunque? Tutt’altro.
Citata direttamente o indirettamente, la vita creativa e proattiva è il cardine sia dell’I Ching che della Kabbalah, entrambe testi che guidano l’umanità da migliaia di anni.
Ma se qualcuno si mostra maleducato, o fa del male? Come si fa a non reagire? Nell’I Ching ci sono diversi passaggi in cui vengono segnalate avvertenze verso persone invidiose, malevole, infide, … e vengono dati molti suggerimenti che vanno dal prestare attenzione, proteggersi, cercare amici, allontanarsi. Ma non si parla mai di reagire.
Siamo di nuovo al porgere l’altra guancia? Non proprio. Si tratta soprattutto di resilienza (capacità di resistere) e di scelta come alternativa alla reazione. Lecito anche infuriarsi, ma facendo consapevolmente invece che seguire l’impulso.
Difficile? A volte sì, ma ci si abitua. E i vantaggi ci sono, anche nella vita quotidiana. Poi, se vogliamo credere all’I Ching o alla Kabbalah, che su questo dicono la stessa cosa, sarà lo stesso universo a mettere in ordine i torti subiti.]]></description>
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			<title>Qual è la cosa più difficile nella vita?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/qual_e_la_cosa_piu_difficile_nella_vita_2737434.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Qual è la cosa più difficile nella vita?</strong><br />Peter Senge ha scritto: “Più veloce non significa necessariamente più brillante. In questo mondo che accelera di continuo, molte aziende diventano incredibilmente reattive, ma la gara verrà vinta da coloro che saranno in grado di pensare e riflettere velocemente piuttosto che da coloro che inizieranno semplicemente a correre”
Questo vale per le aziende, ma anche (o forse ancor più) per le singole persone.
Il concetto di attendere può sembrare estremamente semplice, ma basta guardare l’etimologia e ci si accorge che c’è molto più di ciò che appare:
attendere = tendere a …
aspettare = guardare verso …
quindi, in un certo senso, aspettiamo il tram, ma attendiamo che si realizzi qualcosa.
Ed è l’attendere che, almeno per me, è davvero difficile. L’esempio più banale di attesa risale ad alcuni anni fa: non moltissimi, ma sembra un secolo. Era l’ultimo giorno di lavoro prima di partire per una convention aziendale, dove il mio team avrebbe fatto due giorni di presentazione per il lancio di un nuovo prodotto. Noi eravamo già dotati di computer: le presentazioni erano fatte, consegnate allo staff aziendale. Ma la convention si teneva in una località priva di connessione internet (ecco perché vi dico che sembrano passati decenni!). Le nostre presentazioni erano quindi su CD, immodificabili, e dovevamo fornire la rete vendita di una serie di materiali cartacei: milioni di fotocopie. Erano le otto del mattino, con davanti un’intera giornata. Lo ammetto: eravamo un po’ isterici, preoccupati, ansiosi. Ci passò anche per la mente di chiedere un giorno di ferie, andare a casa a rifare la valigia … scherzando lo dissi anche al Grande Capo, ma mi guardò male, e rinunciai. Il problema, serio, era cosa fare in quelle 8-9 ore che dovevano passare prima di poter uscire. Di lavorare seriamente su qualcosa che non fosse la convention non se ne parlava: le nostre teste erano concentrate lì. Provammo a fare le prove, per la quarta volta, delle presentazioni, ma non funzionava. Anzi: rischiavamo di sconvolgere discorsi accuratamente preparati e testati, e danneggiare il lavoro di settimane. Uno dei miei collaboratori si mise comunque a ricontrollare le presentazioni, scoprendo qualche errore di battitura nelle slide, che non potevamo più cambiare. Venne ad avvertirci, e si beccò pure alcune parolacce. Un altro aprì sfacciatamente il giornale in ufficio, ma mi sembrò un gesto davvero sgarbato verso alcune impiegate che correvano come pazze, ed erano furibonde perché loro non sarebbero poi venute alla convention (e si sa, in azienda chi non parte ritiene che gli altri vadano in vacanza). Alle 10 avevo anche mal di stomaco, causato dai due caffè aziendali a cui non ero abituata. Alle 10.30 presi una decisione, l’unica che mi sembrava sensata in quella situazione. Andai all’ufficio fotocopie (sì, esisteva ancora un ufficio fotocopie!) e chiesi di poter aiutare. Mi guardarono allibite! Dottoressa, non è lavoro per lei! Chiesi se davvero non serviva aiuto, e mi risposero che sì, l’aiuto serviva, eccome, ma ritenevano assurdo avvalersi dell’aiuto di una dirigente. Promisi di non dir niente a nessuno, e spiegai la situazione. Poi mi misi a lavorare, raggiunta poco dopo da un’altra del mio staff. Alle 16.00 avevamo finito, e per mesi fui inseguita dai ringraziamenti dell’ufficio (le mie fotocopie venivano poi fatte prima di quelle di tutto il resto dell’azienda). Loro credevano di aver ricevuto un favore, mentre il regalo l’avevano fatto a noi.
Questo è un esempio, banale, di attesa difficile. Ma c’è molto di peggio.
Immaginate di aver lavorato per anni a capire qual è il vostro “compito” nella vita, il vostro destino. Poi un attimo di illuminazione vi rende tutto chiaro: cuore, volontà e cervello si sono collegati, la pancia si è connessa con l’anima, e improvvisamente sapete chi siete e cosa siete chiamati a fare.
Ora sapete di dover affrontare un duro lavoro, ma sicuramente è qualcosa che amate e fate volentieri. (queste sono le caratteristiche basilari delle chiamate: qualcosa di difficile che si fa volentieri).
Si comincia, si fa un piano, si dà una concretizzazione alla visione, si calcolano tempi, risorse, strumenti di misura e controllo. Si è pronti a suddividere il lavoro a tappe, per capire se si sbaglia, rivedere le modalità e i traguardi, controllare la strategia e adattare le tattiche. C’è entusiasmo, passione, le ore di lavoro sembrano minuti, i giorni ore, i mesi giorni.
Si fa qualche, minimo, adattamento, ma tutto sembra filare liscio, a confermare che sì, quella visione era giusta, siamo in sintonia con l’universo.
E poi … tutto è fatto, tutto è compiuto, tutto è portato a termine, e non succede nulla.
Non c’è trionfo. Non c’è sconfitta. Non succede nulla.
Vi è mai capitato? A me sì.
E allora si ripercorrono le tappe, alla ricerca di qualcosa di sbagliato. Si fa meditazione, alla ricerca di una nuova visione. Perché forse quello che avevamo identificato era solo una tappa, non il punto di arrivo. Ma non è così. I segnali sono sempre gli stessi.
Ci si rivolge ad un coach, un counsellor, uno psicologo, si tormentano gli amici, il coniuge chiede perché siamo così tesi, magari ci si rivolge ai tarocchi, o all’I Ching.
E sorge il DUBBIO. Si pensa di non aver capito niente.
Questa è la fase di attesa, ed è orribile e terribile.
L’I Ching, l’antico Libro dei Mutamenti della saggezza cinese, ha un esagramma e un responso apposta per questa fase: L’attesa.
L’attesa è terribile. Perché affinché qualcosa si realizzi serve la Vision, il cuore, l’anima, l’armonia con l’universo, la consapevolezza della nostra missione, il duro lavoro e il tempo, la variabile indipendente dell’equazione. Indipendente da tutto il lavoro e dalla volontà.
Eppure il destino si può compiere solo se sappiamo rimanere fiduciosi nell’attesa, solo se continuiamo a perseguire l’obiettivo. Invece nell’attesa rischiamo di perdere l’obiettivo, cambiare strategia, danneggiare il lavoro fatto.

Qualcuno comincia a muoversi come una farfalla impazzita.
Qualcuno cambia obiettivo, dimenticando la chiamata.
Qualcuno chiude gli occhi e dorme per far passare il tempi più in fretta, e perde l’occasione.

Perché nell’attesa non si può semplicemente “non far nulla”: bisogna continuare a far crescere il sogno dentro di noi. L’attesa è il momento della fiducia, verso noi stessi, il destino, e il disegno dell’universo.
Ci vuole l’abbandono privo di arroganza, la fiducia, la consapevolezza e la modestia: nulla ci è dovuto, ma sappiamo che l’otterremo perché …
Beh, se vi è capitato sapete perché dico che, per me, l’attesa è la cosa più difficile.]]></description>
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		<item>
			<title>Alla ricerca â&amp;euro;¦ dellâ&amp;euro;™autostima</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/alla_ricerca_dell_autostima_2655025.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Alla ricerca … dell’autostima</strong><br />L&#039;autostima è il processo soggettivo e duraturo che porta il soggetto a valutare e apprezzare se stesso tramite l&#039;auto-approvazione del proprio valore personale fondato su auto percezioni (Wikipedia)
La mancanza di autostima genera ansia, è l’autostima quella che porta al successo, l’autostima è fondamentale per ottenere il meglio dalla vita … tutte frasi tratte da fonti varie, attendibili, e tutte sicuramente vere.
Chi ha scarsa autostima si sente inadeguato, evita di mettersi in mostra, ha spesso paura, …
OK. Tutto vero.
Avere un alto livello di autostima probabilmente facilita la vita, presumibilmente permette di ottenere il meglio da se stessi, genera successo.
Ci credo. Ci credo, ma non lo so. Anche se ci lavoro da anni, il mio livello di autostima rimane clamorosamente basso.
Volete saperne i danni?

Non sono una persona ansiosa. Anzi, a detta dei miei familiari soffro scarsamente di ansia e riduco l’ansia in chi mi sta vicino.
Mi sento inadeguata: sì, assolutamente sì. Evito di mettermi in mostra: anche questo è un deciso sì, che però non mi impedisce di parlare in pubblico, tenere corsi in aula come relatore, e svolgere attività che richiedano di essere al centro dell’attenzione. Fa parte del gioco!
Non ottengo il meglio da me stessa: qui non sono d’accordo. Chi può definire se ottengo o no il meglio da me stessa? Se penso a quello che, secondo me, so fare rispetto a quello che faccio, ottengo da me stessa molto più del meglio!
Ho spesso paura. Sì, forse, o forse convivo con le mie paure da talmente tanto tempo da non sentirle più, o talvolta la paura mi spinge a superarla, come una sfida. Ho vinto alcune paure, quelle che mi bloccavano, gestisco le altre, ogni tanto tento di eliminarle.

La mancanza di autostima mi impedisce di ottenere successo. Questa è la frase più strampalata di tutte.
Perché prima di definire se è vero o no bisogna decidere cos’è il successo. 
Se il successo è il potere, o la ricchezza materiale è vero che non li ho raggiunti, ma non so se sia perché non mi interessano o perché ho scarsa autostima. Se il successo è l’acclamazione popolare, il trionfo di apparire sui rotocalchi (frase obsoleta, lo so), è indubbio che non ci sia arrivata. Se il successo è la carriera … tutto sommato ne ho fatta molto più di tanti ex colleghi con altissima autostima.
Ma se il successo è, come penso, il quotidiano benessere, il costante miglioramento, il superamento dei propri limiti, la qualità di vita, il mettersi alla prova e farcela, allora, cari amici dotati di autostima, forse noi poveri tapini abbiamo qualcosa da insegnarvi.
Perché, secondo me, conta poco se l’autostima è bassa o alta, ciò che conta è evitare di crogiolarsi sugli allori se è alta ed evitare di farsi bloccare se è bassa. Con tutte le mie paure di sbagliare, timore di non farcela, certezza che in ogni caso si può far di meglio, io ci provo. Ci provo giorno per giorno. Anche questo è successo, credo.]]></description>
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			<title>Gli alibi</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/gli_alibi_3000625.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Gli alibi</strong><br />Un alibi è la dimostrazione di non essere presenti in un dato luogo in una data ora.
Solo questo. Gli alibi servono dal punto di vista legale.
In genere, sono davvero poche le occasioni in cui si ha bisogno di un alibi.
Eppure usiamo alibi costantemente per offrire agli altri, ma soprattutto a noi stessi, buone motivazioni per non fare una qualsiasi cosa.
Chiariamoci: come possono dirvi tutti i miei familiari, io sono considerata una persona pigra.  E per di più, difendo accanitamente la mia pigrizia. Quindi questo articolo non vuole assolutamente essere uno stimolo interventista, per fare o affrontare qualunque cosa subito.
Tutt’altro!
Durante la mia infanzia sono stata “invitata” più di quanto comunemente avviene a fare cose, correggere difetti, adeguarmi a ciò che gli altri desideravano che fossi. Salvo eccezioni (purtroppo presenti raramente) le persone che avevo attorno avevano un’idea ben precisa della figlia, sorella, studentessa ideale, e insistevano perché mi ci adeguassi, e non avevano alcun interesse a ciò che io desideravo essere o fare, opinione che veniva ritenuta superflua o sbagliata.
Un atteggiamento del genere non è, purtroppo, raro, ma continua ad essere molto fastidioso.
Per molti anni ho cercato di adeguarmi, ovviamente con scarsi successi, o di opporre alibi alle loro volontà.
Peccato che gli alibi, anche quando erano ben costruiti, credibili, e avevano successo, generavano in me una sorta di senso di colpa, e comunque richiedevano una fatica immane (a costruirli, a sostenerli).
E poi gli alibi, anche se li abbiamo determinati noi stessi, danno vita a costanti sensazioni di fallimento.
Perché quando cominciamo a dirci, e a dire, “vorrei ma non posso”, qualunque sia il motivo per cui non posso, significa affermare che non siamo capaci, non siamo in grado, abbiamo fallito.
Fallimento e senso di colpa sono un’abbinata ottimale per essere infelici.
Finché un giorno ho cominciato a dire “potrei, ma non voglio”, e il mio mondo è cambiato.
Gli alibi non servono, serve invece la consapevolezza.
Ovviamente ci sono persone con cui non vogliamo essere brutali, ci sono situazioni in cui è bene dichiarare qualche alibi, ma bisogna costruirli bene, non crederci.
Esistono modi gentili per dire di no agli altri, ma l’apparente gentilezza di trovare scuse con noi stessi in realtà si paga a caro prezzo.]]></description>
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			<title>I vampiri sono tra noi: quelli che sono â&amp;euro;¦</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/i_vampiri_sono_tra_noi_quelli_che_sono_2801460.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I vampiri sono tra noi: quelli che sono …</strong><br />Ci sono persone che, dal punto di vista emotivo ed emozionale, possono solo essere definiti vampiri. Sono quelle che, in qualche modo, ci rubano le energie vitali, approfittano delle nostre risorse.
Attenzione! Non tutti quelli che vi infastidiscono, che pretendono, che hanno continue richieste sono vampiri! Anzi, al contrario, i vampiri sono una percentuale davvero minima, ma ci sono.
Sono di diverso tipo, hanno diversi comportamenti.
Ci sono vampiri “fragili”. Personalmente sono quelli che rifuggo maggiormente, che per me sono più pericolosi.
Sono persone apparentemente fragili, e tali si dichiarano apertamente. Ogni difficoltà è per loro insormontabile, ma non vi chiedono apertamente aiuto: sono davvero furbi! Vi evidenziano che loro non riescono ad affrontare il problema, e lo fanno in mille modi. Addirittura dichiarano di invidiare la vostra forza. E certo voi, che non volete vedere nessuno in seria difficoltà, finite per farvi carico dei loro problemi. È una trappola! 
In realtà sanno benissimo come cavarsela. Semplicemente fanno una selezione: rifilano ad altri (ai fessi che ci cascano, come voi) i problemi difficili, complessi, faticosi, e soprattutto quelli dalla cui soluzione non possono trarre alcun vantaggio o alcun merito. 
Poi, improvvisamente, e spesso per caso, li scoprite bravissimi a risolvere qualunque cosa di cui possono prendersi il merito, qualcosa che dà vantaggi, qualcosa che permette di mettersi in mostra. Per tutto il resto, sono fragili, e fanno leva sulla vostra disponibilità.
Non vivono bene. Non sono felici. 
Ricordate che esistono legami tra la comunicazione non verbale e lo stato d’animo: è impossibile essere felici se si passa il tempo a mostrarsi fragili, viso smunto, spalle curve, aria esile e malaticcia. 
Non sono felici, e non potete renderli felici neanche se voi avete la sindrome della crocerossina e passate la vita a cercare problemi altrui da risolvere e motivi per sacrificare voi stessi.
Ricordate che non basta un momento, un periodo di fragilità a creare dei vampiri, neanche se il periodo dura qualche anno. I vampiri fragili si perfezionano per tutta la vita! Sono così ogni giorno, ogni mese, ogni anno, senza flessioni o interruzioni nei loro comportamenti e nelle loro pretese. 
Se ne incontrate uno, sappiate che voi non potete realmente aiutarlo, e sappiate che vi sfrutterà costantemente. L’unica soluzione è fuggire, sfuggirgli, mettersi in salvo, barricarsi emotivamente.]]></description>
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			<title>Perseguire dubbi o certezze?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/perseguire_dubbi_o_certezze_2575416.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Perseguire dubbi o certezze?</strong><br />Mi inchino ai Grandi che hanno fatto l’elogio del dubbio, da Gramsci a Montale, e vorrei aggiungere il mio elogio personale.
Il dubbio è scomodo.
E soprattutto di questi tempi, dove tutti sbraitano per affermare e sostenere le proprie certezze, l’elogio del dubbio è anacronistico e paradossale.
Io ho almeno quattro validi motivi per sostenere l’elogio del dubbio.
Il primo è che diffido delle persone troppo sicure di sé, piene di verità che troppo spesso tentano di imporre agli altri
Il secondo è che io ho pochissime, e piccolissime certezze, e tanti dubbi. Quindi rinnegare il dubbio e il suo valore equivarrebbe a rinnegare me stessa.
Il terzo è che quei rari momenti in cui, navigando in un mare di dubbi, si arriva a qualche piccola certezza, a qualche attimo di consapevolezza, sono talmente belli, vitali e in un certo senso salvifici, che merita sperimentarne la sensazione
Il quarto motivo è il più razionale, e per spiegarlo vi racconto un episodio.
Recentemente, ad un corso di PNL sistemica, facevo con un’amica un esercizio per cambiare un comportamento indesiderato. Esistono diversi esercizi con questo obiettivo, e in linea di massima si svolgono sempre secondo un traccia ben definita:

identificare il comportamento indesiderato
aprire un ventaglio di possibilità di nuovi comportamenti tra cui scegliere, da vagliare attentamente
selezionare il comportamento più idoneo per sostituire quello indesiderato

La mia amica, chiamiamola Maria, aveva le idee molto chiare: il comportamento A deve essere eliminato. Al suo posto voglio il comportamento B. Nonostante le mie insistenze, era convinta, decisa.
Peccato che nel proseguire dell’esercizio fosse sempre più cupa e insoddisfatta.
Così è ripartita da capo. E, al secondo tentativo, ha accettato la fase del dubbio, e ha percorso con attenzione tutta la fase di ricerca del nuovo comportamento. Accettando ed esplorando il dubbio, si è accorta che il comportamento B, inizialmente identificato con assoluta certezza come la migliore alternativa possibile al comportamento A, le creava in realtà un’infinità di problemi.
Eliminare il dubbio, in quel caso, significava passare da un errore all’altro.
Accettare ed esplorare il dubbio, invece, è voluto dire trovare una soluzione al problema.]]></description>
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			<title>Mettersi in discussione</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/mettersi_in_discussione_2597176.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Mettersi in discussione</strong><br />In genere, tutti pensano che mettersi ogni tanto in discussione sia cosa buona e necessaria.
Io sono una di quelli che lo pensano.
Un luogo comune sul “mettersi in discussione” è che equivalga a dire dove abbiamo sbagliato, in cosa siamo fatti male, e così via. In pratica, abitualmente si ritiene che mettersi in discussione voglia dire, più o meno, fare l’elenco dei peccati da confessare. O, per dirlo in modo meno signorile, ma più significativo, pestarsi con un martello sui calli, possibilmente forte e dove fa più male.
E qui non sono più d’accordo!
Credo che il divario tra il significato della frase “mettersi in discussione” e il senso che dà alla frase la maggior parte delle persone venga dalla devianza dell’educazione cattolica che abbiamo ricevuto.
Mettersi in discussione significa avere un dibattito sulle proprie caratteristiche o sui propri comportamenti. Ma perché mai ciò dovrebbe avvenire solo in negativo?
Chi vieta di mettersi in discussione facendo una lista dei propri punti di forza, oltre che dei propri difetti? O di esaminare ciò che abbiamo fatto particolarmente bene oltre che ciò che abbiamo sbagliato?
Cosa potrebbe avvenire se ogni tanto ci mettessimo in discussione nel senso che intendo io, cercando anche il positivo?
Proviamo a prendere tre diverse situazioni, abbastanza frequenti.
Una coppia mette in discussione la propria convivenza. Normalmente questo avviene nel corso di un litigio, quando ci si scaglia contro una serie più o meno fantasiosa di rivendicazioni.
Ma potrebbe anche, in una tranquilla serata in cui non c’è nulla alla TV, mettersi in discussione facendo un piacevole elenco dei motivi per cui stanno bene insieme, dei momenti felici, dei progetti condivisi.
Certo, si rischia di rinsaldare il legame. Sarebbe così grave?
Prima di affrontare un nuovo progetto, un nuovo lavoro, una nuova scuola, un nuovo anno, si potrebbe trascorrere una piacevole ora mettendosi in discussione e riepilogando ciò che si sa fare bene, i successi ottenuti, i propri punti di forza professionali.
In un momento di crisi, di difficoltà, di sfiducia in se stessi, ci si può mettere in discussione facendo l’elenco delle cose positive che già abbiamo o che possiamo raggiungere.
In pratica, mettersi in discussione in negativo ci porta inevitabilmente ad aumentare la paura del futuro, a lanciare accuse, e vedere tutto nero.
Certo, a volte serve, ma solo se sappiamo renderlo uno sprone per migliorare.
Mettersi in discussione in positivo è invece uno strumento di costruzione del futuro. Vale la pena provarci!]]></description>
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			<title>È davvero tutto collegato?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/e_davvero_tutto_collegato_2722874.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>È davvero tutto collegato?</strong><br />Ogni tanto si legge, o si sente dire, che tutto è collegato. Molti ritengono che questa idea sia nata a seguito degli studi di fisica quantistica, e che il concetto sia stato sviluppato verso la fine del secolo scorso.
Ecco, questo è … impreciso. Perché il concetto che tutto è collegato è presente nella Cabala, testo ebraico risalente ad alcune migliaia di anni fa. E lo stesso principio di fluidità e collegamento costante tra diversi avvenimenti o persone è sostanzialmente contenuto nell’I Ching, e anche nei Tarocchi.
Tuttavia l’I Ching (e i Tarocchi) riflettono principalmente sui collegamenti che si verificano tra avvenimenti, regolando, sebbene il termine sia impreciso, la vita delle persone.
La Cabala parla invece apertamente di collegamenti tra le persone, e ne dà una spiegazione che sembra quasi una favola. E noi sappiamo bene quanto le favole siano significative.
Yehuda Berg, uno dei massimi studiosi attuali della Kabbalah, e uno splendido divulgatore, ci trasmette il racconto:
“Adamo era una creatura bella ed in espansione, formata da Luce e materia e che ciascuno di noi una volta era parte di quel tutt&#039;uno. Quelli di noi che sono bravi ad usare le mani hanno avuto origine dalle scintille che formavano le mani di Adamo e coloro che sanno ballare o correre la maratona vengono dai piedi di Adamo. E coloro che sono intellettuali? Vengono dalla mente di Adamo...e così via.
Quando sappiamo questo, diventa evidente che ci sono migliaia di persone che non abbiamo mai incontrato - e che probabilmente non incontreremo mai, che sono connesse con noi a livello dell&#039;anima. Abbiamo un&#039;influenza su di loro e anche loro influenzano noi su base quotidiana. Per esempio, se perdo la pazienza, ciò avrà un&#039;influenza diretta su ciascuna persona la cui anima sia connessa alla mia.
Prima di tutto, aiuta sapere che quando siamo improvvisamente più irritabili del solito quei sentimenti e quei pensieri potrebbero in realtà non essere i nostri e che sta a noi scegliere se abbandonarci ad essi o compiere una scelta maggiormente proattiva. Il secondo grande segreto è che nello scegliere di combattere quella negatività, automaticamente innalziamo l&#039;intera umanità. “
Questo spiega anche facilmente le affinità, le coincidenze, le persone che ci appaiono così affini e vicine, anche se non le abbiamo mai viste prima.
Per quanto contenuto in un testo afferente ad una religione, il concetto non è prettamente religioso: i più recenti studi di fisica dimostrano qualcosa di molto simile, strettamente affine.
Sì, tutto è collegato, ed io ci credo. Ci credo perché crederci appaga la mia ragione e il mio intuito, quindi ci credo con i due emisferi cerebrali, il mio cervello, il mio cuore e la mia pancia, e già questo è appagante.]]></description>
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		<item>
			<title>Disoccupazione diversa</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/disoccupazione_diversa_2520638.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Disoccupazione diversa</strong><br />Il popolo delle partite IVA si allarga, cresce, lievita. In parte per scelta, in parte per la situazione economica. Altrettanto lievitante il precariato
Ma ben pochi pensano, e ancor meno agiscono, su cosa significa la disoccupazione diversa per i lavoratori autonomi.
Disoccupazione diversa è quella che ti capita tra capo e collo all’improvviso, non per chiusura d’azienda o licenziamento, ma per malattia. Nel mio caso un tumore al seno sospettato in un noto ospedale milanese a luglio, individuato come “un piccolissimo nodulo da approfondire in settembre”. Peccato che l’approfondimento in settembre, fatto nel piccolissimo ospedale di Lugo da due fantastici medici, abbia evidenziato ben altro. Mi aspetta una seria operazione, nelle prossime settimane, e, se tutto va bene, mesi (tanti) di terapie.
La speranza di poter lavorare c’è: vorrebbe dire che la situazione sarà accettabile. Cercare clienti sarà ben più difficile.
Le assicurazioni personali, in questi casi, anche se pagate per anni, scoprono molti cavilli e codicilli. L’IMPS … l’ENPAF … sono incognite da scoprire.
Due sono i motivi per cui vi racconto tutto ciò.
Il primo è che Daniela Fregosi ha vissuto la trafila prima di me e sta facendo una grande battaglia per tutti: andate al suo blog Afrodite K e, se volete, firmate la petizione. Io sono più fortunata di Daniela: il marito è ancora qui, in banca ci sono un po’ di risparmi, e le origini romagnole mi hanno portato alla scelta di affidarmi alla sanità emiliana …
Il secondo motivo è più personale. È uso comune tacere questi argomenti, non dichiarare. E proprio nel momento in cui ci servono tutte le nostre energie, in cui la serenità interiore può fare la differenza, ci costringiamo a tacere, ingoiare, nascondere. Come sempre, mi ribello alle regole più o meno scritte che regolano questa società che noi definiamo civile, ma su cui ho diversi dubbi.
In molte culture che chiamiamo primitive la malattia di un membro della comunità è un momento da vivere insieme, per infondergli energie, serenità, coraggio per guarire o almeno per passare con maggior tranquillità dall’altra parte.
Non da noi. Ed è assurdo.
Quando ho pubblicato su FB le prime notizie, molti si sono stupiti, qualcuno si è scandalizzato, taluni sono stati infastiditi. Ma molti mi hanno trasmesso affetto, e serve.
No, non precipitatevi a scrivere, non sto mendicando consolazioni.
Sostengo, con forza, che impresa diversa vuol dire vita diversa, più umana per tutti, e se riusciremo a rendere la nostra società globale una comunità globale tutto sarà più semplice per tutti.]]></description>
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		<item>
			<title>Un linguaggio diverso è una diversa visione della vita. Sei dâ&amp;euro;™accordo?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/un_linguaggio_diverso_e_una_diversa_visione_della_vita_sei_d_accordo_2533705.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Un linguaggio diverso è una diversa visione della vita. Sei d’accordo?</strong><br />Io sono assolutamente d’accordo con Fellini: cambiare modo di parlare modifica profondamente il nostro modo di essere.
Le parole che usiamo, il tono di voce, la costruzione delle frasi, riflette totalmente il pensiero, quindi apportare modifiche influisce sul nostro ”sentire” oltre che, ovviamente, su come ci mostriamo agli altri.
Ciò che affermo non è certo una novità, ed io stessa ho trattato diverse volte questo argomento. Ribadisco, tuttavia, poiché è importante: a volte ci scontriamo con una parte di noi stessi che sembra boicottarci. Possono esserci motivi molto profondi, e a volte serve consultare un counselor, ma spesso basta cambiare alcune delle nostre espressioni e, poco a poco, cambiano i nostri pensieri e i nodi si sciolgono.
Qualche esempio, tratto dai più banali.
Non dire, o pensare, “mi fai arrabbiare” o “mi fai soffrire”: stai dando a qualcun altro il controllo della tua vita.
Dì piuttosto: “Tu ti comporti male, e io mi arrabbio! - Quando ti comporti così, io soffro”
Non dire: “Non ci riesco”. Ti stai negando la possibilità di riuscire!
Dì piuttosto: Non ci riesco, ancora! 
Non dire “non posso farlo”: stai dando via il controllo della tua vita.
Dì piuttosto: Non voglio farlo! Non ho ancora trovato il modo di farlo!
Non dire “devo farlo”: stai dando via il controllo della tua vita.
Decidi: Voglio farlo! oppure Non voglio farlo!
Non dire, o pensare, che qualcuno possa farti felice: gli stai dando il controllo della tua vita.
Dì piuttosto:
Tu sei importante per me, e io sono felice!
Un ricordo vi rende ancora triste, a distanza di anni? Scrivetene un racconto parlandone in terza persona!
Vi aiuterà a prenderne le distanze
Ci sono molti altri esempi e suggerimenti, ma l’importante è cominciare!]]></description>
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			<title>Cosa significa essere flessibili?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/cosa_significa_essere_flessibili_2977113.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Cosa significa essere flessibili?</strong><br />Non è la specie più forte a sopravvivere, né la più intelligente, ma quella più pronta al cambiamento. Charles Darwin


Per molti anni questa frase mi è stata ripetuta in ambito aziendale come un inno alla flessibilità. In genere chi la citava voleva farmi accettare qualche cambiamento su cui avevo, ed esprimevo, perplessità, e tante volte veniva utilizzata come una sorta di autorizzazione a rifilare fregature a qualcuno in nome del Cambiamento.

Come se cambiare fosse sempre e comunque positivo. Peccato che la stessa teoria darwiniana dell’evoluzione dimostri che, a fronte di cambiamenti che garantiscono la sopravvivenza della specie, ce ne siano molti che sono tentativi che vengono poi eliminati.
Potete quindi facilmente immaginare che per lunga tempo sono stata piuttosto scettica verso il concetto di flessibilità.
Spesso, troppo spesso, il concetto di flessibilità viene invocato nel senso di invito a piegarsi da parte di chi vorrebbe sì piegarci, ma a suo esclusivo vantaggio. E allora non mi va!
Poi mi sono presa il tempo per rifletterci su. 
Esiste un altro modo per interpretare il concetto di flessibilità, ed è la scelta e la ricerca della soluzione migliore.
E allora la flessibilità assume tutto un altro significato, decisamente più piacevole. 
Essere flessibili significa darsi la libertà di scegliere, essere aperti a diverse soluzioni, cercare sempre alternative ai comportamenti e alle soluzioni abituali.
 
La flessibilità può essere intesa come alternativa ai condizionamenti e alle abitudini. E questa interpretazione mi piace!
]]></description>
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		<item>
			<title>Aspettative</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/aspettative_2787428.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Aspettative</strong><br />Il testo è quello di una linea mobile dell’esagramma 25 (L’innocenza – L’inaspettato). Per la precisione è il sei al secondo posto.
A distanza di migliaia di chilometri, e di migliaia di anni, la PNL esprime sostanzialmente lo stesso concetto: è opportuno evitare di avere aspettative.
Apparentemente c’è una contraddizione tra il fatto che la PNL, (e il coaching e il counseling ad essa collegate) lavorino per realizzare i desideri, e nello stesso tempo raccomandino di non avere aspettative. Eppure la contraddizione non è reale, e la chiave di lettura è proprio in queste parole dell’I Ching.
Dobbiamo imparare a riconoscere ed esprimere i nostri desideri, con chiarezza e dovizia di particolari. Dobbiamo imparare a dire “voglio”, costruirci obiettivi, identificare strategie e tattiche per raggiungerli.
Poi, però, una volta stabilito cosa fare, quale strada seguire, quando è il momento di lavorare, è opportuno che ogni cosa venga fatta al meglio di per sé, e non per i risultati che può produrre.
Proattività, non aspettative.
Costruire la propria vita, godendone momento per momento e vivendo ogni singolo istante.
Non è sempre facile: a volte ci sono lavori che facciamo solo perché necessari per il futuro, … Ma indubbiamente questa è una strada utile ed efficace, che ci permette di essere sempre presenti a noi stessi, vivendo ogni attimo con pienezza, e di fare ogni cosa al meglio, mettendoci tutte le nostre capacità.]]></description>
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		<item>
			<title>Perché solo due opzioni?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/perche_solo_due_opzioni_2751588.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Perché solo due opzioni?</strong><br />Da bambini imparare a scegliere è importante, avere due opzioni semplifica, e le dicotomie sono state i binari della sicurezza, ma da adulti diventano le catene che impediscono di essere liberi, creativi, veri:  bloccano la soluzione dei problemi, diventano limiti, barriere  allo sviluppo del nostro io più vero, e generano infinito stress.
Oggi, finalmente, la guerra alle dicotomie è diventata generale: cominciano a combatterle in tanti. Perché questo mondo in bianco e nero è devastante, nella vita e nella professione.
L’idea che, in ambito professionale, esista un modo di essere “giusto” e uno “sbagliato” è pura follia. Ipotizziamo alcune convinzioni che, nella mia vita aziendale, ho visto infinite volte. Ciò che è “giusto” viene premiato (ancora oggi la maggior parte delle aziende lavora con l’MBO), chi si comporta in maniera “giusta” ottiene risultati, fa carriera … Togliamo di mezzo persino la variabile del capo che definisce “giusto” e “sbagliato”, e facciamo finta di avere tutti capi ottimi leader. Nemmeno questo è sufficiente! I comportamenti utili in epoca di crisi sono totalmente diversi da quelli di crescita. Il creativo – innovatore può essere la chiave di volta per il successo aziendale, o il distruttore di organizzazioni perfettamente sinergiche e funzionanti. E non si tratta di trovare obsolete “vie di mezzo”, che in genere hanno solo il pregio di scontentare tutti.
In ambito di benessere personale la situazione è quasi peggiore. Le dicotomie giusto – sbagliato, buono – cattivo, e così via hanno lo strano potere di impedirci di capire davvero chi siamo e cosa vogliamo. La nostra vita finisce per essere costellata da una serie di “devo” finalizzati ad un’immagine di noi stessi che abbiamo o, peggio, che riteniamo di dover avere. Come humus per coltivare lo stress è ottimo!
Per rendere la situazione ancora peggiore l’impostazione mentale delle dicotomie ci permette di vedere sempre e solo due alternative, mentre la strada per la libertà (e per la felicità) è fatta da raggiere di possibilità, e di scelte.
Chi mi conosce può tranquillamente affermare che per me eliminare le dicotomie è stato facile, ed è assolutamente vero. Fino a quando il mio mondo era diviso a metà, io ero sempre nella metà sbagliata! Però posso assicuravi che il superamento del mondo diviso a metà mi ha portato notevoli vantaggi di benessere, chiarezza, soluzione dei problemi, visione sistemica …
E se l’ho fatto io, vuol dire che lo puoi fare anche tu!]]></description>
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		<item>
			<title>Corazza: dentro o fuori?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/corazza_dentro_o_fuori_2563430.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Corazza: dentro o fuori?</strong><br />Ciascuno di noi è chiamato ad affrontare prove, difficoltà. Quando, nei corsi di gestione dello stress, affronto il tema della gestione delle esperienze difficili, mi trovo inesorabilmente persone che cercano di fare una graduatoria delle difficoltà e delle sofferenze. Datevi pace: è impossibile. Ogni esperienza dolorosa lo è “a modo suo” e cercare di creare una scala di sofferenze induce, inevitabilmente, a cercare di sottovalutare i dolori altrui o sopravvalutare i propri.
Ogni esperienza difficile, ogni sofferenza, ha un suo spessore, una sua importanza e una sua dignità. Ogni dolore porta con sé un insegnamento, se sappiamo trovarlo.
E poi? E poi, nel dolore, c’è la variabile umana: come affrontarla e come trarne risorse e insegnamenti.
Tralascio, volutamente, coloro che davanti al dolore si accasciano, annichiliti, pieni di lamenti e rancori e rimangono in attesa che qualcuno li sollevi. Certo, anche loro meritano rispetto, ma non è di loro che desidero parlarvi.
Oggi mi rivolgo a tutte le persone proattive, che sanno di poter uscire dalla sofferenza migliori di prima, più saggi e consapevoli. È a voi che dedico queste riflessioni.
Un tempo pensavo che il modo migliore per gestire la sofferenza fosse quello di crearsi una corazza esterna di protezione, un’armatura che potesse in qualche modo impedire al dolore di arrivare troppo nel profondo, una struttura molto solida che aiutasse a prendere le distanze. Cercavo un’armatura, simile a quelle dei cavalieri medievali, ma fatta di puro acciaio, da poter costantemente irrobustire, su cui poter aggiungere strato su strato fino alla completa invulnerabilità. Il mio obiettivo era diventare invulnerabile in quanto irraggiungibile.
Ovviamente la vita stessa mi ha dimostrato che non era possibile o, meglio, che il prezzo da pagare era per me troppo alto. Una corazza esterna abbastanza solida da resistere a tutti gli attacchi rende inevitabilmente un po’ freddi, distaccati, inibisce l’empatia, la comprensione e così come allevia il dolore assottiglia la gioia, la possibilità di condividere, l’amicizia e la vicinanza umana.
Per una corazza esterna davvero solida serve un pizzico di egoismo, una visione unilaterale, un po’ di egocentrismo. E non dimenticate: è indispensabile un bel po’ di paura per evitare di mettersi completamente in gioco.
La conclusione, almeno per me, è stata che una bella corazza esterna non la puoi costruire volutamente. Qualcuno ce l’ha, e può scegliere di irrobustirla, ma non puoi inventarla dal nulla.
Ma … non potevo neanche continuare a lasciarmi frantumare dal dolore cercando poi di rimettere insieme i pezzi, aggiungendo anche ogni volta qualche nuovo frammento raccolto durante il percorso. Prima o poi i pezzi sarebbero diventati troppo piccoli per poter essere ri-assemblati, o magari sarebbero esplosi andando talmente lontano da diventare introvabili.
Serviva una diversa strategia.
Ed ecco come ho scoperto che la corazza esterna, pesante e faticosa da portare, poteva essere sostituita da una leggerissima corazza interna che protegge solo un piccolissimo nucleo, una minuscola parte fatta di puro diamante.]]></description>
			<guid isPermaLink="false">http://www.www.chingecoaching.it/1/corazza_dentro_o_fuori_2563430.html</guid>		</item>
		<item>
			<title>Scorciatoie per il ben-essere</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/scorciatoie_per_il_ben_essere_2777193.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Scorciatoie per il ben-essere</strong><br />Ogni volta che tengo un corso sulla gestione dello stress arriva, puntuale, la domanda: c’è un modo veloce e sicuro per stare meglio?
Il benessere, inteso come serenità, è sistemico: tante cose e tanti elementi sono strettamente collegati tra loro:

i vocaboli che usiamo,
la modalità con cui costruiamo le frasi,
la nostra postura e il linguaggio del corpo,
i valori che sono importanti, e il tempo che dedichiamo loro,
l’attenzione che poniamo alle piccole cose,
la ricerca delle piccolissime felicità, degli attimi positivi, …

Quando stiamo male tutto questo appare come una matassa molto aggrovigliata. Ma con un po’ di pazienza e di volontà è possibile trovare il bandolo, e poco a poco tutto va a posto, e dalla matassa possiamo trarre un perfetto gomitolo, o addirittura subito un bellissimo maglione.
Io ho impiegato molti anni a sistemare la mia matassa, ma i primi miglioramenti li ho visti dopo un paio di settimane dal corso di Psicodinamica. Non ci sono leggi e regole sui tempi che ciascuno può impiegare per trovare benessere e serenità.
Ci sono, invece, tanti piccoli “trucchi” per cominciare a stare meglio, e trovare forze ed energie per (come dice Mafalda) “toglierci dall’anima tutto il minestrone che ci hanno fatto ingoiare”. Ovviamente, senza offesa per il minestrone, che può anche essere buono.
Tuttavia, forse una specie di scorciatoia c’è.
Se avete studiato comunicazione, in particolare la PNL, sapete che possiamo vedere i nostri ricordi in maniera associata o dissociata. Se non sapete di che cosa parlo, un po’ di pazienza: troverete anche un esercizio su questo argomento.
Ed ecco il trucco segreto, la MAGIA.
Esercitatevi un po’, ed elaborate i vostri ricordi in modo da guardare quelli felici in maniera associata, e quelli tristi in maniera dissociata.
Così sarete costantemente in grado di rinvigorire la felicità, e metterete il dolore al di fuori di voi stessi.
Certo, forse per elaborare i ricordi ci metterete un po’, ma credetemi: è tempo ben speso!]]></description>
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			<title>Attento al vampiro</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/attento_al_vampiro_3014251.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Attento al vampiro</strong><br />Tra i vampiri delle emozioni c’è una tipologia un po’ speciale, davvero difficile da riconoscere: il vampiro che aiuta.
Capita a tutti, a volte, di avere problemi. E talvolta capita di avere problemi gravi.
Ed ecco che si presenta l’amico o l’amica che offre conforto, ascolta, ci invita a sfogarci, a raccontare i nostri guai. È presente, telefona, si fa sentire, magari ci viene a trovare.
È chiaro: siamo grati. Ci sembra di aver trovato una bella persona.
Poi arriva il giorno in cui stiamo meglio, e lo confidiamo con felicità, e con gioia particolare lo raccontiamo proprio a chi ci è stato vicino nel periodo difficile.
Ed ecco che l’amico o l’amica sparisce, non si fa più sentire. Risponde svogliatamente alle nostre telefonate, si nasconde a noi sui social.
Peccato!
Poi scopre, lo scopre sempre, che abbiamo un nuovo problema, una nuova difficoltà. E ricompare, ci tempesta di messaggi.
È molto difficile riconoscere il vampiro della sofferenza in mezzo agli amici veri, quelli che ci stanno un po’ più vicini se siamo giù di morale, di solito cadiamo più e più volte nelle sue trappole.
Il fatto è che questo speciale vampiro si nutre della sofferenza altrui. Il fatto che gli altri stiano male, siano infelici, gli permette di sentirsi buono perché “è vicino a chi soffre” e, contemporaneamente, gli permette di godere maggiormente della sua vita felice e perfetta. Già, perché una cosa che lo contraddistingue è che lui di problemi non ne ha mai, mai che racconti di una crisi o di un errore fatto.
Nei momenti in cui noi stavamo meglio, e lui era latitante, stava semplicemente tempestando di messaggi, telefonate e offerte di aiuto qualche altro amico in crisi profonda.
Se pensiamo male di lui ci sentiamo noi i cattivi, ma ricordate che un amico vero soffre con noi quando stiamo male e gioisce con noi quando siamo felici! È difficile riconoscere questo vampiro, ed è ancora più difficile tenerlo lontano, eppure il suo desiderio di sentirsi superiore a noi va allontanato, evitato: a che serve un falso amico che ci ritiene degli sfigati?]]></description>
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			<title>Ci si può motivare da soli?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/ci_si_puo_motivare_da_soli_2864515.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ci si può motivare da soli?</strong><br />Beh, ad essere sinceri, a dire tutta la verità, ma proprio tutta, a rischio di essere detestati, la motivazione può arrivare solo da noi stessi.
Lo so che sto andando sia contro il pensiero comune che contro un’infinità di libri, molto convincenti e ben scritti.
Sto anche, almeno in parte, andando contro i miei stessi interessi. Infatti molte aziende ritengono che un dirigente (e io ho fatto il dirigente d’azienda fino a pochi anni fa) serva soprattutto per gestire e motivare i dipendenti.
Ma non è vero!
Tutto ciò che possiamo dire o fare per motivare un’altra persona è fondamentalmente un palliativo, fornire un placebo, che magari, se siamo bravi, ha qualche effetto momentaneo, ma non riesce mai ad essere risolutivo. Verso gli altri possiamo quindi aiutarli a trovare motivazioni, ma di questo parleremo un’altra volta.
Possiamo motivare noi stessi. Siamo l’unico e vero elemento di motivazione di noi stessi.
Come fare?
Supponiamo di voler motivare noi stessi in relazione al nostro lavoro.
Lasciamo stare, almeno per il momento, la motivazione per affrontare prove o cambiamenti particolari, o per metterci a dieta o smettere di fumare: tutto ciò implica una serie di meccanismo complessi.
Motivarci per qualcosa che fa già parte della nostra routine è invece relativamente più semplice, anche se può sembrare un paradosso.
La domanda è ora: Come possiamo trovare motivazione per fare il nostro lavoro?
Innanzi tutto bisogna volerlo fare.
Lo so, sembra una fesseria. Però provate a misurare quanto tempo, in una normale settimana, dedicate a spiegare o spiegarvi perché il vostro lavoro non vi piace, cosa non funziona, cosa vi fa incavolare, rispetto a quello che dedicate a trovare aspetti positivi del mestiere che fate. In genere il rapporto è di 10 a 1 (10 minuti di negatività per ogni minuto di aspetti positivi).
E questo quando tutto va bene.
Quindi: per trovare motivazione bisogna partire da una lista di aspetti positivi.
Impegnatevi per 10 giorni a trovare ogni giorno almeno un motivo per cui vi piace fare il vostro lavoro.
Se proprio non ci riuscite, fate una lista di lavori alternativi e, per ciascuno di questi, trovate 10 motivi a favore e 10 motivi contro.
Se, nel fare questo, riuscite solo a pensare come sarebbe bello vincere il superenalotto e avere abbastanza soldi da non dover lavorare, andate a cercare su Internet che fine hanno fatto la maggior parte dei vincitori noti e, se ancora non basta a distogliervi, immaginate una vostra giornata tipo dopo 5 anni da ricchi. Io ci riesco benissimo, ma mi sono resa conto che riprenderei buona parte del mio lavoro, ovviamente senza l’assillo del dover guadagnare. Sicuramente sarebbe bello, ma viste le scarse probabilità di vittoria al superenalotto, preferisco usare le informazioni raccolte come motivazione per fare quello che faccio.
Ora si tratta di passare alla fase 2. Armati della vostra lista a favore del vostro lavoro, identificate cosa migliorare, e da qui passate al come migliorare i diversi aspetti, già positivi, del vostro lavoro.
Non credo sia il momento di annoiarvi con le prove scientifiche del come e perché questi semplici mezzi funzionano, ma il fatto è che funzionano.]]></description>
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			<title>Il mondo non mi piace: posso cambiarlo?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/il_mondo_non_mi_piace_posso_cambiarlo_2709396.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Il mondo non mi piace: posso cambiarlo?</strong><br />Il periodo in cui stiamo vivendo non può essere considerato “un momento felice”. Eppure, guardando la storia, è difficile identificare un periodo felice. Guerre, epidemie, paure, hanno sempre fatto parte della storia dell’umanità. Ciò che oggi ci contraddistingue è probabilmente, seconde me, la sensazione di retrocedere, e la perdita di speranza. È una sensazione: il mondo va comunque in avanti e i nostri posteri definiranno il nostro secolo come “il passato”.
Ciò non toglie che l’infelicità sia quasi palpabile.
Ed ecco allora la domanda. Posso cambiare il mondo?
E la mia risposta è sì.
Esistono due modi per farlo, e sono sinergici tra loro.

Il primo è guardare il mondo con occhi diversi: cambiare prospettiva. Nessuno di noi può davvero vedere “la realtà”: ciò che vediamo, percepiamo e comprendiamo è sempre e comunque mediato da noi stessi, dalle nostre esperienze, dal nostro punto di vista. 

Quindi se impariamo a godere delle piccole cose, a riconoscere ciò che abbiamo, apportiamo una sostanziale variazione al nostro mondo, cambiando il modo di vederlo. È stato recentemente dimostrato da uno studio scientifico rigoroso che le persone che si sono sottoposte ad un trattamento con il botulino per eliminare le rughe sono più soggette alla depressione. Il meccanismo è semplice: il trattamento con botulino blocca i muscoli che causano le rughe di espressione, e tra questi i muscoli essenziali per sorridere. Non potendo più fare ampi sorrisi, le persone diventano più infelici e depresse. È, dunque, ovvio che aumentando la dose, e l’ampiezza, dei nostri sorrisi diventiamo più felici. Provare per credere!
C’è anche un altro metodo per cambiare il mondo.

Irradiare benessere. 

È ormai dimostrato che tutto e tutti siamo collegati. Quindi se ciascuno di noi acquisisce benessere interiore, e lo trasmette, lo irradia, possiamo davvero cambiare il mondo. Certo: sarà un mondo più felice e più sereno. Forse non sarà un mondo con gli indici di borsa positivi. Ma a me non importa!]]></description>
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			<title>Consapevolezza: che cos'è?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/consapevolezza_che_cos_e_2915735.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Consapevolezza: che cos&#039;è?</strong><br />Il dizionario di italiano aiuta poco per definire cosa significa “consapevolezza”. Il termine viene spesso spiegato come “essere consapevole”. Ma se cercate cosa vuol dire consapevole, vi spiegano che è colui che ha consapevolezza.
La ricerca dei sinonimi e dei contrari offre qualche spunto in più: i sinonimi sono coscienza e conoscenza, ma il contrario è inconsapevolezza.
Eppure secondo me questo vocabolo, così poco usato, poco conosciuto e poco stimato, è uno dei termini più importanti per fare la differenza nella nostra vita.
È difficile essere sempre e costantemente consapevoli. Se va bene abbiamo qualche attimo, qualche barlume, qualche illuminazione di consapevolezza, ma basta questo per renderci persone diverse, e migliori.
Consapevolezza è un termine usato in psicologia, e molto spesso viene utilizzato nell’ambito della pratica della meditazione. Perché la consapevolezza ha molto in comune con l’illuminazione.
Si è consapevoli quando ci comprende in piena coscienza e conoscenza un fatto, un evento, una caratteristica, un sentimento. Non si tratta di comprensione razionale: quella eventualmente viene dopo. Non sappiamo neanche spiegare il percorso fatto per giungere alla consapevolezza, anche se poi cerchiamo di ricostruirlo.
La consapevolezza è un momento perfetto, in cui ci ritroviamo contemporaneamente in perfetta pace con noi stessi e con il mondo, ma pieni di aspettative per il futuro e pronti a raggiungere e costruire il nostro mondo e il nostro destino.
Vi è mai capitato di dover affrontare un problema complesso? Uno di quelli che vi tiene sveglio la notte e che è sempre presente nei vostri pensieri, anche quando fate qualcosa d’altro? Il problema diventa quasi un’ossessione, e ci chiediamo se e come ne potremo venir fuori.
E poi, all’improvviso, vi trovate davanti la soluzione. Non sapete come ci siete arrivati, non sapete neanche esattamente come realizzerete materialmente la soluzione trovata, ma sapete con assoluta certezza che quella è la strada e che il successo è assicurato.
I dubbi, le perplessità, le difficoltà arriveranno poi, quando metterete in pratica la vostra soluzione, ma in quel momento non esistono. Perché in quel momento siete nella massima armonia con voi stessi e con l’universo.
Quello è un momento di consapevolezza, ed è un momento di pura felicità. E siamo disposti a lavorare giorni, mesi, anni, sulla scia di quel momento e nella ricerca di altri momenti simili.
Quando faccio coaching mi trovo spesso davanti a problemi che appaiono insormontabili. Addirittura a volte servono diversi incontri per rendere palese il problema, figuratevi per risolverlo. Io non posso dare la soluzione: anche se ne fossi in grado, servirebbe veramente a poco offrire la soluzione su un piatto d’argento perché il problema si ripresenterebbe, magari con un costume apparentemente diverso, alla prima occasione.
E allora si lavora sul problema, lo si analizza, lo si seziona, si ipotizzano soluzioni, si cercano vie d’uscita. E poi … succede sempre, ed è un attimo speciale. Un bel giorno, durante una sessione, vedo il coachee cambiare lo sguardo. Oppure si presenta ad una sessione con una postura diversa, uno sguardo diverso, dei movimenti diversi. È successo: il coachee ha vissuto il suo attimo di consapevolezza.
So già che da quel momento in poi tutto è cambiato, il problema è risolto, e basteranno ben poche sessioni per rendere operativa la soluzione. A volte il coachee con riesce neanche a spiegarsi e a spiegarmi cosa è successo, che soluzione ha trovato. Ciò capita quando il problema non è un fatto oggettivo, ma è originato da un groviglio interiore che, nel momento di consapevolezza, è diventato un nodo gordiano e, una volta tagliato, non potrà più riformarsi.]]></description>
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			<title>Una favola di oggi</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/una_favola_di_oggi_2877082.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Una favola di oggi</strong><br />C’erano una volta due conferenzieri. Erano entrambe molto bravi e avevano successo. Tenevano corsi, conferenze, lezioni, ed entrambe erano anche coach noti e molto stimati. 
Per semplicità li chiameremo Luca e Maurizio, ma non erano questi i loro nomi. 
Avevano in comune il percorso formativo, gli studi fatti, il lavoro che facevano. Erano anche amici, ma avevano alcune idee molto diverse. 
Luca era una persona molto concreta. Per lui il successo si poteva misurare e lo misurava costantemente: denaro, ore di conferenza, numero di corsi tenuti, e ogni anno voleva ottenere di più. 
Maurizio era fondamentalmente un sognatore. Per lui il successo era nei suoi ideali e nel sorriso delle persone attorno a lui. Un giorno ebbero una accanita discussione. 
Sei uno sciocco. disse Luca. Ad ogni corso e ad ogni sessione di coaching che fai dai fondo alle tue energie. Anch’io mi metto in gioco, ma dipende dalle situazioni. Quando faccio coaching ai miei clienti paganti, o quando tengo conferenze a persone importanti mi metto in gioco, ma quando faccio i soliti corsi ai novellini, o quando qualcuno mi chiede un consiglio, allora no. Ho talmente tanta esperienza che queste cose ormai le faccio automaticamente.  
Secondo me lo sciocco sei tu.- rispose Maurizio. - Ad ogni corso io cerco con lo sguardo le persone e trovo sempre qualcuno che mi arricchisce, che ha un’idea nuova, che sa sognare. Quando vedo che le mie parole accendono una luce nello sguardo di qualcuno, sono ripagato da tutte le mie fatiche. 
Passarono gli anni. Luca era ormai una persona ricca e potente. Però si annoiava. 
Pensava ormai che i corsi fossero tutti uguali, e spesso dimenticava il programma e ripeteva cose già dette, o saltava di palo in frasca. A tutti i suoi clienti ripeteva aneddoti su successi già avuti per problemi simili. Ogni volta che qualcuno gli raccontava qualcosa annuiva e mugugnava “lo so, lo so”. 
Maurizio non era ricco, ma aveva di che vivere. Ogni giorno era ancora una scoperta, ed ogni conferenza che faceva gli portava nuovi amici. Ogni volta che preparava una conferenza guardava un quadro, appeso davanti alla sua scrivania. Riporta una frase di Italo Calvino. 
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione ed apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno,  e farlo durare, e dargli spazio” 
Questa frase è appesa davanti alla mia scrivania.
Se farete corsi di comunicazione, di PNL o di qualunque argomento correlato, dal benessere alle tecniche più disparate, incontrerete sia Luca che Maurizio: è inevitabile. 
Sfruttate Luca, e coltivate Maurizio. È quello che vogliono, ed è quello che meritano.]]></description>
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		<item>
			<title>Te gheâ&amp;euro;™he lée e rolling stones: di chi è la colpa?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/te_ghe_he_lee_e_rolling_stones_di_chi_e_la_colpa_2690719.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Te ghe’he lée e rolling stones: di chi è la colpa?</strong><br />Va bene, lo ammetto! Il titolo dell’articolo è criptico e il riassunto-didascalia è ancora peggio. Spero solo che vi abbia incuriosito abbastanza da portarvi a leggere l’intero articolo. Ho sposato un milanese DOC e a Milano il “Te ghe’he lée” è un antico gioco praticato dai bambini, dell’epoca di quando i bambini non avevano la TV, e neanche i fumetti o le palestre e i videogiochi, e si divertivano (molto) con nulla. Letteralmente Te ghe’he lée significa “ce l’hai tu” e consisteva nel toccare un amico dichiarando “ce l’hai tu” e scappando immediatamente a gambe levate, l’importante era non rimanere quelle che “ce l’ha”. Cosa si passavano? Nulla, appunto. Fin qui il contesto “storico”.
Il contesto “sociologico” dell’articolo è, ovviamente, un altro. Immagino che tutti abbiate sentito dire che “cercare il colpevole esterno” è qualcosa di inutile e controproducente. E abbiate, di conseguenza, fatto enormi sforzi per non attribuire ad altri colpe su qualcosa che non funziona. E immagino che vi sia già capitato, in una discussione anche amichevole in cui cercavate di spiegare perché qualcosa non va, che il solito amico sapiente e saggio di abbia ricordato di non cercare il colpevole, di non attribuire colpe ad altri.
Come vi siete comportati in questa situazione?
Posso scommettere che, almeno una volta, avete risposto “certo, la colpa è anche mia” o, addirittura, avete dichiarato “ebbene sì, è colpa mia”.
Posso anche immaginare che abbiate letto, almeno una volta, e cercato di riflettere e far vostra una bella frase “Se non sei parte della soluzione, allora sei parte del problema” e vi siate accapigliati, con voi stessi, per stare dalla parte “giusta”, quella che risolve i problemi.
Il mio, del tutto personale ed opinabile, parere è che tutto ciò sia assurdo.
Assurdo perché “non cercare il colpevole” vuol dire esattamente NON CERCARE IL COLPEVOLE. Spostare il colpevole da esterno ad interno, attribuire a se stessi la colpa anziché agli altri, è inutile quanto addossare la colpa, ma è ancor più negativo e controproducente. Perché se il colpevole è esterno possiamo almeno dormire sonni tranquilli, ma se il colpevole siamo noi scattano i sensi di colpa, le autopunizioni e le masturbazioni mentali. E poi passare da “la colpa è mia” a “ho sbagliato” fino al fatidico “sono sbagliato” è una strada molto rapida, e molto in discesa. Sostituire il colpevole interno al colpevole esterno equivale esattamente al Te ghe’he lée: passarsi il nulla per puro e improduttivo divertimento.
E veniamo alla seconda frase: &quot;se non sei parte della soluzione, allora sei parte del problema”. Noi viviamo in un mondo globale, e complesso. È probabile che ci siano problemi di cui io sono totalmente all’oscuro. Ma per tutti i problemi che conosco sono automaticamente, per il solo fatto di esserne a conoscenza, parte del problema. E, solo per il fatto di sapere che il problema esiste, sono potenzialmente parte della soluzione. Ciò non significa che io sia la colpevole del problema, né che io possa risolverlo in toto da sola. Sono parte! Piccola o grande. Con l’unica differenza che in genere sono parte inconsapevole della creazione del problema e posso essere parte della soluzione solo se voglio consapevolmente partecipare.
E qui arrivo alle pietre rotolanti del titolo. Ma vi ripeto che sono mie riflessioni: liberi tutti di essere d’accordo o ritenermi pazza.
Nulla è davvero lineare. Tutto ciò che viviamo, e conosciamo, può più correttamente essere rappresentato come un sistema circolare piuttosto che come un processo lineare. Il concetto di dare la colpa a qualcuno (anche a noi stessi) implica come prevalente la lettura lineare degli avvenimenti. Se inseriamo il concetto di colpa in un sistema, e quindi in una lettura circolare del processo, significa che a parte una fantomatica e generalmente sconosciuta azione generatrice tutto il resto è accaduto per pura reazione. E infatti per la maggior parte della nostra vita, delle nostre relazioni e degli avvenimenti, non ci muoviamo con meccanismi di reazione. E di circoli viziosi.
Viviamo come pietre rotolanti, cieche.
Spezzare i circoli viziosi è possibile: lo so. Smettere di vivere come pietre rotolanti forse è possibile: sinceramente non lo so. Ciò che so è che imparando ad essere proattivi (lo dice anche la Kabbalah) forse non si smette di rotolare, ma almeno ci si può dotare di un timone, di un freno (scadente, ma c’è) e di un minimo di visuale per vedere burroni e valanghe. Forse è possibile far di più, ma io non ci sono riuscita … ancora.]]></description>
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			<title>Quattro passi in galleria per il benessere</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/quattro_passi_in_galleria_per_il_benessere_3090881.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Quattro passi in galleria per il benessere</strong><br />La vita offre momenti belli, che spesso non riusciamo a vedere, e momenti difficili. E posso assicurarvi che ricevere una diagnosi di cancro in fase avanzata è un momento difficile, così come non è facile affrontare il percorso di operazione e terapie. Lo so bene, come lo sanno il milione di italiani a cui, ogni anno, viene diagnosticato un tumore, o un’altra malattia grave. Lo sanno bene anche i familiari e gli amici, e, in fondo, lo possono immaginare quasi tutti.
Ciò che è meno noto, ma il paziente lo sa bene, è cosa accade nel tempo, quando ci si aspetta che il peggio sia passato, ma ci sono lunghi anni da affrontare, anni in cui tra una visita, un esame, un controllo, la spada di Damocle è sempre presente. Quando ti dicono “tutto bene: ora farà questa terapia per cinque anni, con controlli semestrali, poi controlli annuali”, e poi leggi le statistiche sui rischi di recidive o di insorgenza di un secondo tumore.
Sì, ci sono diagnosi che fanno entrare in un tunnel di cui non si vede la fine. La soluzione è arredarlo, come dice Geppi Cucciari a cui ho copiato il sottotitolo del mio ultimo libro Quando non vedi la fine del tunnel, arredalo. Il titolo, Quattro passi in galleria, riassume dove il paziente può operare per arredare il tunnel.
Parlo di tumore perché è quello che ho avuto e dove ho sperimentato le mie competenze di arredatrice, ma credo che gli stessi consigli e le stesse tecniche valgano anche per altre diagnosi pesanti, che ci viaggiano accanto per molti anni, o per tutta la vita.
Spesso la medicina occidentale relega il paziente ad un ruolo passivo, affrontando la malattia e curando il corpo, limitandosi a porre attenzione alla persona ponendogli accanto un supporto psicologico che è sì decisamente utile, ma il paziente ha bisogno di imparare ad aiutarsi, magari chiedendo aiuto, e di essere la parte più attiva della squadra.
La penso così, è ciò che ho fatto ed è ciò che propongo.
Quando è buio riusciamo a vedere le stelle, ed è incredibilmente vero, ma dobbiamo avere il coraggio di alzare lo sguardo.
Grazie alle scoperte in campo diagnostico e terapeutico è stata prolungata la vita media e la sopravvivenza a medio o lungo termine, pur con diagnosi pesanti, è estremamente elevata. È ora che affrontiamo questa realtà, che impariamo a vivere felici anche arredando tunnel, che si possa parlare di malattie gravi senza il rischio di venire declassati professionalmente e che il benessere e la qualità di vita diventino importanti almeno quanto l’eradicazione di quelle antipatiche cellule impazzite.
Dalla mia personale esperienza sono emersi due libri: L’eroe e il paziente, dedicato a terapeuti e familiari, per una migliore comprensione e gestione del paziente, e Quattro passi in galleria, la mia esperienza come paziente condivisa per trarne spunti e suggerimenti.
Ma non crediate che un libro che parla di malattia sia triste: era buio e ho cercato le stelle, pioveva e ho visto l’arcobaleno.
Quattro passi in galleria - Quando non vedi la fine del tunnel, arredalo esiste sia in versione cartacea che come ebook. Potete trovarlo on line
Youcanprint, Amazon, IBS, La Feltrinelli, Mondadori store]]></description>
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		<item>
			<title>Sereni, gioiosi e felici</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/sereni_gioiosi_e_felici_2549723.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Sereni, gioiosi e felici</strong><br />È una convinzione, e in termini tecnici potrei definirla una convinzione limitante. L’ho pensato anch’io, per lungo tempo, e l’ho anche scritto. Ma sbagliavo.
La felicità può essere uno stato d’animo costantemente presente.
Come ho scoperto che sbagliavo?
È stato un processo lungo e piuttosto complesso. Ho lavorato a lungo sulla mia serenità interiore, scoprendola e costruendola a poco a poco, accettando il fatto che essere sereni non significa assenza di pene e dolori, ma semplicemente la consapevolezza che anch’essi hanno un ruolo e possono essere affrontati in maniera costruttiva.
Eppure non mi bastava. La serenità aveva una strana aura di noiosità …
Così è cominciata una lunga ricerca fatta di riflessioni, meditazioni, esercizi … fino a scoprire uno stato d’animo di assoluta felicità. Esaminandolo mi sono accorta che, in fondo, era composto da piccolissime cose: fiducia, curiosità, capacità di abbandono, sicurezza, gioia. Pur avendo già provato felicità, quello stato d’animo era una specie di esperienza illuminante e mi sono chiesta se poteva essere reso costante, magari alimentandolo con la ricerca quotidiana di piccole fonti di gioia. 
Poi la vita mi ha fatto un regalo: una nipotina felice. Un bimba felice capace di irradiare felicità intorno a sé, un sorriso assolutamente contagioso.
Ecco: quello è lo stato d’animo che cercavo. Ma è possibile che un adulto sia così?
Secondo me assolutamente sì, se l’adulto riesce a liberarsi di tutte le infrastrutture, i pregiudizi, i condizionamenti, e riesce ad andare all’essenza della sua armonia interiore. La vera armonia non è serena: è felice!
Naturalmente, la vita mi ha messo alla prova con la malattia, ed è una di quelle impegnative. Così mi sono resa conto che è possibile essere felici, pur con qualche momento di sconforto. Non so se in questo periodo riesco ad irradiare felicità intorno a me, ma so che io sono felice, anche quando ho paura, o sono esasperata dalla situazione.
L’invito è dunque quello di superare lo strano preconcetto che solo la serenità sia perseguibile, come se fosse un contentino o un sottoprodotto. Se volete la felicità, cercatela e tenetela stretta!]]></description>
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		<item>
			<title>I tarocchi e il pensiero sistemico</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/i_tarocchi_e_il_pensiero_sistemico_2797276.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>I tarocchi e il pensiero sistemico</strong><br />Le attività umane sono sistemi ma noi ci concentriamo su istantanee di parti del sistema: poi ci domandiamo perché i nostri problemi non si risolvono mai. Peter Senge
Quasi tutti hanno letto i tarocchi, o si sono fatti leggere i tarocchi, almeno una volta nella vita, con l’unica eccezione di chi ne ha in qualche modo timore. Ed è ben noto che a volte si assiste a letture stentate, prive di fluidità e di completezza.
Perché ciò che ha importanza non sono solo le carte che escono, o vengono pescate, ma i collegamenti tra loro e i legami tra le carte e la persona che ne chiede la lettura.
I diffidenti ritengono che la visione di questi collegamenti sia dovuta solo alla facilità con cui il consultante racconta i fatti suoi al lettore, o all’abilità del lettore di porre le domande (al consultante: non alle carte) o ancora al fatto che chi legge racconta più o meno sempre le stesse cose basandosi sul fatto che, statisticamente, più o meno tutti hanno gli stessi problemi.
Ovviamente tutto questo può accadere, e un buon lettore di tarocchi è di solito fortemente empatico. Ma se così fosse sempre, sarebbe davvero sufficiente il totale silenzio del consultante per impedire qualunque lettura. Però il diffidente dovrebbe anche presentarsi alla lettura in maniera totalmente anonima: il linguaggio non verbale e paraverbale rivela spesso molto più delle parole.
I diffidenti provano generalmente diverse strade, ma prima o poi si trovano davanti un lettore che rivela, nonostante tutto, qualcosa di celato e inaspettato.
Non nego che a volte ci siano veri e propri attimi di illuminazione, qualcosa che possiamo ascrivere ai fenomeni paranormali, ma sono abbastanza rari.
In genere, però, una buona lettura, spesso sorprendete per chi ascolta, è dovuta al pensiero sistemico: al collegamento tra le carte, che è quasi sempre unico. Ogni carta ha diverse sfumature di significati. Collegando le sfumature delle carte che compaiono si ottiene un quadro assolutamente peculiare, la cui interpretazione fornisce una “visione” unica della situazione.
E questo è anche il motivo per cui è difficile insegnare a leggere i tarocchi: si può insegnare il significato delle carte, ma non esiste manuale che possa dettagliare le possibili combinazioni e i conseguenti collegamenti.
L’analisi della rete di collegamenti e connessioni richiede una profonda ricerca interiore, quasi una forma di meditazione. Ma questa è un’altra storia.]]></description>
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			<title>Ancora sul pensiero sistemico</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/ancora_sul_pensiero_sistemico_2615784.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Ancora sul pensiero sistemico</strong><br />Non si parla più di crisi: ormai si parla apertamente di recessione. E il mondo si divide tra chi va in depressione, chi evita di vedere la crisi e chi sostiene che “un nuovo mondo è possibile”.
Non è solo una suddivisione tra ottimisti e pessimisti, tra chi ha difficoltà e chi non ne ha: le differenze sono più profonde. Essenzialmente, e grossolanamente, molti ritengono che l’attuale modello di economia e di società sia il migliore possibile, quindi si tratta solo di superare la crisi, mentre altri pensano che l’attuale crisi economica evidenzi che il modello sociale è stato portato alle sue estreme conseguenze e vadano attuate modifiche sostanziali.
Nulla a che vedere con modelli del tipo comunismo, capitalismo liberismo …
Ciò che più accomuna i “sognatori” è il pensiero sistemico, a cui ho già accennato in questo sito.
Il pensiero sistemico si contraddistingue per alcuni concetti base, e soprattutto per alcuni comportamenti fondamentali. Cominciamo ad esaminare i principali comportamenti di chi usa il pensiero sistemico

cerca sempre di capire il quadro globale, fa un passo indietro per esaminare le dinamiche del sistema e le correlazioni tra le sue parti
osserva come gli elementi interni al sistema cambiano continuamente, generando modelli e tendenze
riconosce che la struttura del sistema genera comportamenti, e si concentra sulla struttura, non sulla ricerca di colpe
identifica la natura circolare dei complessi rapporti di causa – effetto
sa cambiare prospettiva e punti di vista per esaminare il sistema dinamico nel suo complesso e nelle sue parti
agisce e si comporta in maniera proattiva piuttosto che reattiva
è paziente
considera come i modelli mentali (comportamenti e convinzioni) influenzano il presente e il futuro, determinando la struttura stessa del sistema
usa la comprensione della struttura del sistema per agire come leva per produrre i risultati desiderati
considera sempre sia le conseguenze a breve che a lungo termine
ricerca anche le conseguenze non intenzionali che possono emergere

Ancora confusi? Prossimamente approfondirò con esempi pratici.]]></description>
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			<title>A cosa serve l'empatia?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/a_cosa_serve_l_empatia_2841065.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>A cosa serve l&#039;empatia?</strong><br />La nostra convinzione di uomini “civilizzati” del ventunesimo secolo è che l’empatia si fondamentalmente uno strumento di comprensione dell’altro finalizzata ad essere più buoni e comprensivi.
Facendo un apparente volo pindarico, sia gli scienziati che gli scrittori di fantascienza ci hanno abituato a pensare che l’uomo primitivo avesse capacità ESP o, almeno, una abilità simile alla lettura del pensiero, che poi si è persa nei meandro dell’evoluzione. A favore di questa teoria vengono citate le capacità degli aborigeni australiani, dei nativi americani e dei boscimani.
Il terzo passaggio, apparentemente scollegato, di questa storia è la scoperta (italiana!) dell’esistenza dei neuroni specchio, struttura di cui tutti siamo dotati, e che ciascuno di noi attiva in misura più o meno rilevante.
Concedetemi ora un apparentemente arbitrario collegamento del punto 2 e del punto 3.
I neuroni specchio sono la fonte della capacità di capire il pensiero e le intenzioni del nostro interlocutore. È presumibile che un uomo primitivo, che aveva scarse possibilità di incontrare persone non appartenenti alla sua tribù, e che viveva in un mondo meno addomesticato del nostro, avesse bisogno per sopravvivere di una spiccata capacità di comprendere le intenzioni degli altri, anche perché difficilmente avrebbe potuto invitare lo sconosciuto ad un dibattito televisivo.
I neuroni specchio, e la capacità di provare empatia, sono dal punto di vista scientifico quanto c’è di più simile alle supposte strutture ESP dell’uomo primitivo.
L’empatia si è sviluppata, o se volete ci è stata fornita, come strumento fondamentale per la sopravvivenza, come elemento di supporto, e fattore discriminante, per stabilire se attaccare, uccidere o fare amicizia con lo sconosciuto.
Noi esseri tecnologicamente evoluti abbiamo parzialmente addormentato i nostri neuroni specchio, come nel corso dei secoli abbiamo dimenticato buona parte delle nostre capacità olfattive. 
Certo, i puristi della scienza troveranno in questo articolo ben poche prove concrete e inconfutabili di quanto affermato, ma i neuroni specchio sono una realtà incontrovertibile. E se esistono i neuroni specchio esiste l’empatia.
Empatia che è sicuramente uno strumento di comprensione dell’altro, ma non è finalizzata ad essere più buoni e comprensivi, quanto piuttosto a stabilire se diventare amici o colpire, ed eventualmente colpire nel modo più efficace, per tutelare noi stessi. 
Altro che buonismo!]]></description>
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			<title>Cosa vuol dire â&amp;euro;œgiudicareâ&amp;euro;�?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/cosa_vuol_dire_giudicare_2946539.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Cosa vuol dire “giudicare”?</strong><br />Chiunque di noi abbia avuto un’educazione cattolica ha sentito infinite volte questa frase: Non giudicare, se non vuoi essere giudicato.
Eppure la nostra vita è costruita attorno al giudizio, nostro e altrui: la scuola, il lavoro, la famiglia, le amicizie, … tutto è, o può essere giudizio. Forse. Parliamo di feedback come alternativa valida al giudizio, ci sono giudizi che accettiamo, altri che cerchiamo, e altri ancora che respingiamo con forza.
Ma, accettiamolo, è estremamente difficile dare una definizione di “giudizio”.
Certo, il pettegolezzo cattivo è giudizio. Però in genere riusciamo più facilmente a distinguere come giudizio le valutazioni negative, mentre accettiamo quelle positive, anche se sono giudizi.
Esiste un modo per capire se una frase, una valutazione, sono un giudizio, indipendentemente dal fatto che siano positive o negative?
Io ho una mia teoria, che finora si è dimostrata valida.
Il giudizio è, secondo me, composto da due diversi passaggi, in sequenza.

Il primo passo è l’interpretazione di ciò che l’altro fa in base alla propria mappa del mondo. Quindi se, ad esempio, io sono solita alzarmi alle 6 del mattino per andare a lavorare, interpreto che tutti coloro che si alzino alle 6 del mattino lo facciano per andare a lavorare.

È un esempio volutamente banale, ma credo renda l’idea: invece di capire cosa spinge qualcuno a fare una determinata azione, definisco con certezza il perché lo fa in base alla mia mappa del mondo. E fin qui si tratta di un’imprecisione, di una mancanza di comprensione, di vedute ristrette, ma non ancora di un giudizio.
Secondo me diventa invece, inesorabilmente, giudizio, indipendentemente dal fatto che risulti poi positivo o negativo, quando aggiungo una valutazione in termini di giusto o sbagliato.
E allora, per continuare l’esempio di prima, potrei dire a qualcuno “certo che sei bravo ad alzarti così presto per andare a lavorare”.
E questo è un giudizio.
Giudizio è quindi, almeno per me, la combinazione di una lettura delle azioni dell’altro in base alla mia mappa del mondo sommata ad un’interpretazione in chiave di “giusto o sbagliato”.
Perché il contrario di giusto dovrebbe essere ingiusto, non sbagliato!]]></description>
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			<title>Altri vampiri tra noi</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/altri_vampiri_tra_noi_2852857.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Altri vampiri tra noi</strong><br />In un articolo precedente I vampiri sono tra noi: quelli che sono …  abbiamo esaminato una tipologia di vampiri, quelli “fragili”, sempre apparentemente bisognosi di aiuto.
Non sono i soli vampiri che incontriamo. Ci sono anche i vampiri “generosi”.
I vampiri generosi, o altruisti, sono quelli che sanno sempre cosa è meglio per gli altri. La loro vita è un disastro, ma poco importa, perché loro non se ne curano. Si occupano esclusivamente della vita degli altri, dando consigli non richiesti, e dichiarando che lo fanno “per il vostro bene”. 
Lo ripetono costantemente: tutto quello che dicono e fanno è per il bene di qualcun altro. Come si fa a mandare al diavolo persone così altruiste e generose? 
I vampiri generosi non ammettono mai di fare qualcosa, qualunque cosa, per un proprio vantaggio, per se stessi. Il pensiero non li sfiora. Fanno tutto per gli altri. Ovviamente, in cambio, si aspettano che gli altri facciano esattamente tutto ciò che loro consigliano, pena la scomunica. In cambio si aspettano che tutto ciò che di positivo accade agli altri venga ascritto loro come un merito, e per tutto ciò che non va nella vita degli altri hanno pronte ulteriori istruzioni.
Sono infelici, come tutti i vampiri, profondamente infelici.
A sentir loro, si sacrificano perennemente per il bene degli altri, e il loro costante sacrificio non viene riconosciuto.
Non cercate di spiegare che non volete il loro sacrificio, che sapete sbagliare benissimo anche senza i loro consigli, che più del 99% degli ammaestramenti che vi hanno fornito erano non richiesti: non vi ascolteranno mai.
È anche assolutamente inutile cercare di spiegare a questi vampiri che persino i San Francesco, o Madre Teresa di Calcutta, hanno sempre dichiarato di fare tutto per la gioia di farlo, che non hanno mai nemmeno pensato di fare del bene sacrificandosi per gli altri, che non hanno mai chiesto nulla in cambio. Perché l’unica modalità per aiutare gli altri è essere felici e trasmettere la felicità: nulla a che vedere con il sacrificio.
Non vi ascolteranno, e se riuscirete a far passare qualche parola vi diranno che siete egoisti, e ovviamente che sbagliate. 
Non c’è modo di ragionare con questi vampiri, perché sanno solo vivere la vita degli altri, per procura. La vera soluzione sarebbe quella di evitarli fin dall’inizio, ma è difficile: si presentano come vostri supporter nei momenti in cui siete più deboli. E continuano a desiderare, inconsciamente, che voi siate deboli e infelici, altrimenti non avete più bisogno del loro aiuto e delle loro istruzioni.
Difficile ammetterlo, e ancor più difficile metterlo in pratica, ma l’unica soluzione è fuggire, sfuggirgli, mettersi in salvo, barricarsi emotivamente.]]></description>
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			<title>Dialogo interiore</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/dialogo_interiore_3293560.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Dialogo interiore</strong><br />👿 Stai rompendo l’anima a tutti con il tuo stress. Continui a lamentarti!
🤦‍♀️ È vero, e non va bene, ma mi sento sopraffatta. Cosa dovrei fare? Dire che va tutto bene?
👿 Sui social si raccontano i successi, non i problemi. Soprattutto perché leggono anche persone che magari ti seguono perché vogliono rivolgersi a te come coach, o mentore
🤦‍♀️ Preferisco che sappiano anche le mie fragilità. Io diffido di chi ha solo successi o, ogni tanto, racconta di aver avuto problemi sempre brillantemente risolti. Ci sono difficoltà che si superano, ma non ti fanno diventare wonder woman!
👿 Qui non posso darti torto. Però in questo periodo sembra che tu stia affrontando il drago. Non sei la sola che trasloca, sai?
🤦‍♀️ Certo che no! e ho già traslocato più volte e ho avuto anche sfighe da trasloco.
👿 La solita paura del cambiamento!
🤦‍♀️ Questo non lo puoi proprio dire!
👿 Panico da lasciar andare?
🤦‍♀️ Panico no. Difficoltà sì e paradossalmente difficoltà nel lascia andare le cose.
👿 Questo lo capisco. Sei stata costretta a lasciar andare le persone, fisicamente, e ti sei attaccata alla sicurezza delle cose. Però lo sai: ti hanno trovato la sindrome abbandonica anche nell’oroscopo junghiano… Ormai sei adulta: dovresti aver superato tutto ciò.
🤦‍♀️ Che fesseria. Spesso gli adulti hanno meno coraggio dei bambini. Lo sai che quando ci sono difficoltà trovo le risorse nella mia parte infantile: è la parte migliore di me.
👿 Fai un po’ quello che ti pare, ma smetti di lamentarti!
🤦‍♀️ 😜Se non ti va bene, smetti di leggere. E poi di questi tempi fare le vittime va bene, è di moda: lo fanno persone di grande successo e potere.]]></description>
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			<title>Costruire torri o cattedrali?</title>
			<link>http://www.www.chingecoaching.it/1/costruire_torri_o_cattedrali_3191290.html</link>
			<description><![CDATA[<strong>Costruire torri o cattedrali?</strong><br />Siamo tutti costruttori, e passiamo la vita a costruire. Possiamo costruire guardando l’orizzonte, e realizzare ponti o muri, ma di questo parleremo in seguito.
Possiamo costruire guardando il cielo ed edificare torri o cattedrali.
C’è una profonda differenza tra una torre e una cattedrale, anche se entrambe svettano verso il cielo.
Una torre è un inno a se stessi, al punto che, al giorno d’oggi, ci sono torri che portano il nome del loro costruttore, anche se è colui che ha pagato in denaro e dimenticano o sacrificano chi, invece, ha usato il sudore e la fatica. Una torre è in gara con il cielo o, come la Torre di Babele, è una sfida a Dio, un inno all’ego. Coloro che costruiscono materialmente torri sono automi, coloro che commissionano torri sono egocentrici sfruttatori.
Non c’è creatività nel costruire materialmente una torre: il lavoro è uguale e ripetitivo. Non c’è passione nell’edificare una torre, se non per se stessi.
Chi desidera edificare torri mira alla vetta e dimentica che può raggiungerla solo col solido sostegno di chi sta sotto.
Qualcuno costruisce cattedrali.
Una cattedrale si crea solo lavorando tutti insieme, non si commissiona. Non si costruiscono cattedrali senza partecipare, senza sporcarsi le mani col lavoro. La cattedrale è il trionfo dell’artigiano, che partecipa dando il massimo anche quando la sua responsabilità è quella di creare il fregio troppo in alto per essere visto: lui sa che c’è, sa di averlo fatto, e sa che senza il suo lavoro l’insieme della cattedrale non sarebbe completa, non sarebbe così bella.
Chi costruisce cattedrali prende parte, in piena libertà, al lavoro comune e alla creazione divina.
Nel fabbricare torri si è felici del successo, nel costruire cattedrali si è felici del lavoro svolto.
Tu cosa scegli: torri o cattedrali?]]></description>
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